Actores Alidos – Galanìas (Finisterre, 2015)

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Dalla ricerca teatrale all’esplorazione del sistema e del vissuto sonoro della Sardegna, dalla sperimentazione drammaturgica alla dimensione del canto al femminile, avvincente non solo sul piano estetico ma per la rilevante funzione sociale che il canto delle donne assume nelle culture orali. Provo con una sintesi, inevitabilmente riduttiva, a dare conto del percorso artistico trentennale che la Compagnia Actores Alidos (in logudorese significa "teatro di attori che si rinnovano") svolge dal 1982 a Quartu Sant’Elena. È passato un decennio da “Canti delle Donne Sarde”, sorprendente disco dell’ensemble di attrici e cantanti, che con passo deciso sfidava la tradizione polifonica dei cantadores declinandola al femminile. Ora è “Galanìas” il nuovo percorso nelle pieghe del canto, pubblicato sempre per l’etichetta Finisterre da Valeria Pilia (la boghe sola, vale a dire la voce solista, che disegna il canto), Elisa Marongiu, Manuela Ragusa (boghes de punta), Roberta Locci (boghe mediana) e Valeria Parisi (boghe de suta). Racconta Valeria Pilia, che del quintetto è anche regista e autrice: «Non ci occupiamo soltanto di musica, abbiamo fatto un percorso di teatro, dove la musica è sempre presente. Abbiamo realizzato anche degli altri concerti come “Laras de coraddu”, “Anninnia”, “Su pizzineddu”, però è stato “Galanìas” lo spettacolo che abbiamo voluto registrare e non gli altri. Diciamo che le altre produzioni sono dei passaggi intermedi. In questo CD la novità è che, se da un lato siamo un po’ sulla stessa linea del precedente disco, dall’altro abbiamo avuto degli ospiti con cui ci è piaciuto lavorare. Si tratta sempre di canti al femminile con l’elaborazione in polifonia, ma anche di pezzi nuovi che rievocano la tradizione. Nascendo con il teatro, il fine ultimo per noi non è fare un CD, ma questa è una tappa che abbiamo voluto festeggiare con amici che ci stavano intorno e con cui ci piace molto collaborare». 
Difatti, le cinque cantanti ritrovano le struggenti canne sonore di Orlando Mascìa, il loro affiatato sodale, intrecciano le voci con l’archetto pregiato di Redi Hasa (“Fiore allizadu”), il mantice di Ambrogio Sparagna (“Unda Unda”), il timbro tenorile e gli strumenti di Raffaello Simeoni, la perfetta fusione polivocale dei conterranei Tenores Di Bitti Remonnu ‘e Locu. Soprattutto, incontrano la straordinaria Sainkho Namtchylak. Ascoltiamo ancora Pilia sull’incontro con la performer tuvana: «Sainkho l’abbiamo invitata a conoscerci. Lei ha accettato l’invito, ha anche un rapporto privilegiato con la Sardegna; ha amato il nostro lavoro, tanto è vero che non soltanto è entrata nel CD, ma abbiamo fatto concerti insieme; ci ha chiesto di fare, con la sua regia, uno spettacolo, che si chiama “Arjana”, presentato lo scorso novembre. Si è instaurato un rapporto artistico che, in cui abbiamo voluto sperimentare diversi linguaggi. Avevamo dei materiali, di registrazione o di pensiero: lei ha subito inciso il pezzo che le avevamo proposto. L’altro brano del disco è nato per puro piacere di condivisione». Una passerella di artisti di gran pregio, che trova pieno riscontro già nel titolo del disco, giacché con “galanìas” in Sardegna si indicano le cose belle e preziose. Ancora una volta, dunque, un disco che si sviluppa in un gioco di equilibri: tra armonizzazioni sottili, incrinature foniche, inflessioni timbriche, rivisitazioni creative del canto maschile, uso del falsobordone, invenzioni ritmiche ed esaltazioni del colore e della forza delle singole voci. Di tanto in tanto le Actores imbracciano tumbarinos di Gavoi, mazzuoli e oggetti domestici per accompagnare il canto. Nelle diciassette tracce propongono una ricca summa di canti: sono tradizionali d’amore, canti a ballo, filastrocche, ninna nanne, preghiere e devozioni isolane, testi e composizioni d’autore (Gavino Gabriel, Maria Carta, Paolo Pillonca) e originali della stessa Valeria Pilia. Potente e suggestiva l’apertura con “Tzia Mariola”, versi che arrivano direttamente dal carnevale di Gavoi, con i tumbarinos su cui si appoggiano gli estri vocali dell’ensemble. Segue il trattamento canoro antico di “Sos tres Res”, un canto natalizio sui Re Magi, il cui testo si attribuisce all’ittirese Giovanni Battista Delogu (XVII secolo). Invece, “Anninnora” è una filastrocca, che procedendo in un crescendo, esprime al meglio il colore dei timbri vocali. Ha passo austero e solenne “Fiore allizadu”, che vuol dire ‘fiore appassito’, un testo di Pillonca su musica di Pilia e del violoncellista albanese-pugliese Redi Hasa, che ora contrappunta ora si pone come sesta voce di questa intensa lirica. 
Voci sole per la ninna nanna “Dammi Li Mani”, composta dal grande studioso tempiese Gavino Gabriel. Daniele Cossellu dei Tenores ci delizia con un’introduzione poetica, che fa da incipit a “A cicchittu a cicchittu”, «un gioco sul vino e su i suoi effetti», chiosa Pilia, che ne è autrice, dove Mascìa ci mette la sua trunfa. La voce principale delle Actores firma anche la filastrocca-ninnananna “Festa po sa pippia”. Nell’antifona mariana pasquale “Regina Coeli”, cantata a tasgia, Elisa Marongiu prende la guida del quintetto come voce solista. Invece, le parti si ridistribuiscono nella celebre “Ave Maria ‘e Deus”. Altri brividi ci scuotono per l’intreccio di voci con il canto armonico di Sainkho in “Lughe jara” (ancora su liriche di Pillonca). Arriva, poi, il simposio di voci di “Anghelos cantade”, in cui le Actores ritrovano il quartetto a tenore barbaricino, mentre nella sospesa e quasi sussurrata title-track la cantante siberiana duetta con la sola Pilia. La tensione sembra stemperarsi con la trallalera “Galluresa”, proveniente dal repertorio di Maria Carta. La forza teatrale del quintetto si manifesta nella rivisitazione della filastrocca “Tiri tiri de sa cipudda”, dove entra la prospettiva dell’«uomo ammazzato» – racconta Pilia – che poi è Raffaello Simeoni (anche a sax soprano, synth e saz), il cui intervento vocale contrappunta le cinque ugole femminili. Interessante anche la resa del tradizionale “Vida mia”, un canto monodico reinterpretato nella pienezza delle cinque voci. Conclusivo tripudio festivo e danzante con le launeddas possenti di Mascìa, che mette la sua maestria in “Si non ballat su coro”. 


Ciro De Rosa