Filippo Gambetta – Otto Baffi (Autoprodotto, 2015)

BF-CHOICE

Danzante organetto d’autore: Filippo Gambetta ritorna con “Otto Baffi”

Filippo Gambetta è artista irrequieto e curioso, per il quale la musica è esplorazione, è voglia di girovagare per pentagrammi geograficamente diversi, da solo o in compagnia di musicisti affini per capacità di dialogare in note. Compositore, autore di musica per spettacoli teatrali, attivissimo didatta in Italia e all’estero, Filippo vanta numerose collaborazioni con artisti europei dalla visione musicale aperta, non solo parte del circuito folk/trad. Lo avevamo lasciato a divertirsi (ma suonando seriamente, ben inteso) con il choro brasiliano (nei ChocoChoro, in veste di mandolinista) o a dare estro con i suoi mantici al suono dei Liguriani. Sul finire dello scorso anno ci ha portato “Otto Baffi”, che è il quarto album pubblicato a suo nome: dodici composizioni dalla pronuncia danzante, finestre aperte su un mondo, come quello del ballo tradizionale, con cui Filippo ha deciso di confrontarsi, lui che in passato ha privilegiato nuova musica per organetto finalizzata soprattutto all’ascolto. Gambetta sta lavorando anche a un libro, rivolto agli organettisti che vorranno suonare i suoi temi, che conterrà le trascrizioni su spartito e le intavolature dei brani del disco. In “Otto baffi” si avverte la libertà creativa di Filippo, il suo percorrere nuove strade senza limitazioni di luoghi, trascinato dal piacere e dall’entusiasmo di suonare (chi lo ha visto dal vivo, sa di cosa parlo). Un album dalla fluidità melodica, segno dell’autorità strumentale e compositiva (non parliamo di raggiunta maturità perché l’aveva già espressa appieno nel precedente “Andirivieni”) di questo genovese figlio d’arte. “Otto Baffi” non poteva che essere il nostro BF-Choice di apertura del 2016, perché è simbolo di creatività, rappresentazione della combinazione di ricerca strumentale, esigenza di non rinchiudersi nella propria ‘tradizione’, di lanciare una sfida compositiva imponendo nuove musiche d’autore per danzare. Con Filippo discorriamo dello sviluppo artistico da solista, degli strumenti che usa, dell’approccio al nuovo progetto discografico condiviso con ben ventidue musicisti e degli ascolti che fanno da cornice al suo lavoro. 

Filippo, in media hai realizzato un disco ‘solista’ ogni quattro anni… Vabbè che non siamo nel mondo del pop, dove spesso un disco all’anno serve  per restare sulla cresta dell’onda, e che in questi anni non sei stato con le mani in mano, anzi, sei stato protagonista di tanti progetti, ma la pubblicazione di un album è la sintesi del tuo sentire musicale. L’affermazione di un tuo stato d’animo? O altro ancora?
“Stria” rappresenta un tuffo nella scrittura musicale spontanea per organetto, archi e chitarra acustica. Spontanea nella misura in cui le mie nozioni di arrangiamento e armonia erano allora rudimentali ed il cuore dettava tutto. “Pria Goaea” nasce invece sull’onda di una fortunata serie di concerti tenuti in importanti festival in Europa ed in Canada ed è il disco attraverso il quale si è consolidato il mio trio (insieme a Claudio de Angeli e Riccardo Barbera). Un disco con una maggior ‘progettualità’, più strutturato. Come “Pria Goaea” anche “Andirivieni” è stato concepito in modo da poter essere presentato dal vivo con il mio trio; i brani in esso contenuti sono composizioni che riflettono il mio interesse verso forme quali la musica italiana, irlandese e scandinava, guardando anche alle espressioni di composizione tout-court per il mio strumento (si possono citare Riccardo Tesi, Didier Laloy e Marc Perrone tra i fautori di una nuova scrittura per l’organetto, sovente svincolata dai repertori tradizionali e direttamente ispirata dalle caratteristiche dello strumento). “Otto Baffi” è un gioco, una sfida. Creare nuove melodie per l’organetto a due file e otto bassi, con l’auspicio che altri organettisti si divertano a suonarle. C’è la voglia di trasmettere, insegnare, condividere la mia musica, cosa difficilmente attuabile con l’organetto a tre file a causa della moltitudine di ‘piante note’ diffuse. Se anche volessi insegnare la mia musica nata sul ‘tre file’ ad uno stage troverei con ogni probabilità allievi con organetti le cui ‘piante note’ differiscono l'una dall’altra. “Otto Baffi” nasce dai limiti di uno strumento che suona solo in due tonalità. Si tratta quindi di un disco concepito differentemente dai precedenti, che vuole andare incontro a chi ascolta e a chi suona l’organetto, in cui la melodia è al centro del discorso e dove lasciare da parte visioni musicali più astratte e trasfigurazioni.

A proposito di otto bassi, che strumenti hai usato nel disco? 
L’otto bassi è stato il mio primo organetto. Uno strumento che ho suonato per diversi anni e che ha poi proseguito il suo viaggio in Madagascar, dove lo donai durante un viaggio (nella costa est del Madagascar vi è una tradizione di organetto legata ai riti tromba, che sono riti di possessione). Solo recentemente ho riacquisito un otto bassi, con cui ho registrato alcune delle tracce del disco. La maggior parte dei brani sono stati incisi con un Castagnari Lilium prestatomi dall’amico Marco Delfino, un modello (oggi fuori produzione) con voci molto aperte e calde. L’otto bassi in sol-do è uno degli strumenti che suono, insieme a strumenti a tre file e all’organetto Irish System.

Restiamo sul titolo del disco: il gioco tra otto bassi e otto baffi con la doppia “ff” che rimanda al fortissimo della notazione.
Il titolo, suggerito dall’amico Michel Balatti, mi piace perché permette di capire senza fronzoli ciò che il disco contiene: musica per organetto a otto bassi. I baffi hanno smorzato la perentorietà che l’eventuale titolo alternativo ‘otto bassi’ avrebbe rischiato di recare. Le effe, simboli di dinamica come anche fori di risonanza di strumenti ad arco, li rendono dei baffi musicali, come anche il disegno di copertina di Carola Zerbone ci mostra. 

Come sempre per te, “Otto baffi” è un disco molto aperto, al quale partecipano tanti musicisti. Tuttavia, non le definirei ospitate ma conversazioni tra musicisti… Ci sono dei criteri che hanno guidato la tua scelta?
Alcuni brani, come ad esempio “Marsicana”, sono nati pensando ai dialoghi musicali che avrei voluto creare. Il brano era ancora in fase embrionale ma sapevo che Roberto Izzo e Michele Maschi sarebbero stati i musicisti che avrei voluto con me per sviluppare quel discorso. Questo è avvenuto per la maggior parte dei brani… Componendo i temi mi sono trovato a pensare: «Su questo brano ci potrebbe star bene il pianoforte di Emilyn, piuttosto che la chitarra acustica di Maarten», solo per citarne alcuni. Li ho contattati, gli ho proposto la cosa ed ho potuto con piacere realizzare il mio piccolo sogno potendomi avvalere della loro preziosa collaborazione. “Otto Baffi” nasce all’insegna di climi e sonorità acustiche variegate, da lì la scelta di coinvolgere numerosi ospiti, oltre ai musicisti che con me suonano nel mio trio e nel progetto Liguriani, parlo di Riccardo Barbera, Claudio de Angeli, Fabio Biale, Michel Balatti e Fabio Rinaudo, compagni di viaggio da oltre due lustri. 

I musicisti molto diversi per estrazione con strumenti differenti. Li hai tenuti a bada con il tuo organetto o avete proceduto liberamente, incontrandovi lungo il sentiero sonoro? Detto con parole diverse: quanto c’è di studio meditato e premeditato nella costruzione dei brani e quanto di creazione in fase di registrazione?
Un aspetto convive con l’altro. Prendiamo ad esempio il brano “Libereso”. Lì, le parti del Quartetto di clarinetti Mademi sono state scritte e ‘meditate’, mentre l’apporto del pandeiro è arrivato per gioco, divertendoci con Piero Leone a collocarlo in quel brano su cui il suo strumento in una fase di pre-produzione non era stato pensato. L’idea di raddoppiare all’ottava le parti di flauto su “Rimbalzello” è venuta a Marco Moro durante la sessione di registrazione del brano. È stato un disco faticoso da realizzare, scritto, suonato, registrato da me, ma allo stesso tempo molto appagante, divertente e soddisfacente. 

Che ruolo occupa il paesaggio come fonte di ispirazione per la tua musica? 
“Waste Land” è nata nei giorni dell’ultima alluvione; in quel caso il paesaggio devastato e gli stati d'animo della mia gente sono riverberati nelle note della prima parte del brano. “Marsicana” nasce sul treno che da Roma porta a Pescara e che attraversa luoghi molto suggestivi; anche in quel caso il paesaggio mi ha decisamente ispirato nella creazione della melodia. 

Le tue composizioni per organetto sono sempre state finalizzate soprattutto alla musica d’ascolto, ma in “Otto Baffi” la danza diviene un elemento centrale… 
La danza non è stata mai un elemento centrale nella mia produzione solista ed in questo disco è la prima volta che mi confronto con questa dimensione. In questi vent’anni sul palco ho principalmente suonato per un pubblico di ascoltatori. Nondimeno, nelle occasioni in cui mi sono confrontato con il repertorio di bal folk per serate di danza, mi sono in generale divertito e sono stato intrigato dallo scambio di energia che passa tra chi suona e chi danza. Eccomi quindi a confrontarmi con la danza tradizionale attraverso un repertorio di mia composizione, forte di una conoscenza di linguaggi specifici che negli anni ho acquisito. Sicuramente al tempo di “Stria” non avrei suonato due bourrée a tre tempi con una buona conoscenza di quel tipo di linguaggio musicale; oggi riascoltando “Hetraie” e “Bole Coschi” (le due bourrée di “Otto Baffi”) sono soddisfatto. Il materiale del disco è giocato molto sui contrasti. Un liuto si innesta inaspettatamente – lo strumento è indubbiamente inusuale in questo contesto – sulla coppia organetto-cornamusa in un brano di ispirazione tradizionale auvergnat, mentre il violino di Roberto Izzo (altrettanto inaspettatamente) apre con un assolo di impronta jazzistica una tarantella. 

C’è un brano che più di altri racchiude l’essenza dell’album?
In seno a questa considerazione direi che “Waste Land / Libereso” potrebbe racchiudere maggiormente questi contrasti sonori e quindi, forse, rappresentare l’essenza del lavoro. Un ostinato di organetto sviluppato sulla mano sinistra dialoga con un contrabbasso etereo e una tammorra suonata in modo non convenzionale per poi cedere il passo a un clima azzardatamente a confine tra Irlanda, Francia e Brasile, che si palesa nell’insolito abbinamento organetto / contrabbasso / quartetto di clarinetti / pandeiro.

Una volta in un’intervista hai definito la tua musica: ‘folk del non luogo’. Vuoi spiegarci meglio questa espressione? Quanto è prossima al ‘folklore immaginario’ di formulazione francese?
“Pria Goaea” e “Andirivieni” sono dischi in cui gli elementi della musica tradizionale sono trasfigurati insieme alle altre molteplici fonti di ispirazione che danno vita ai brani in essi proposti. Difficile definire una musica di quel tipo e allora ecco che ‘il folk del non luogo’ riesce forse a esprimere con onestà quello che si vuole trasmettere. Una musica che è di tutti i luoghi e di nessun luogo: idee musicali nate da una ricerca individuale e protese alla creazione di uno stile compositivo personale, oltre dicotomie come popolare e popolaresco, folk e folkloristico. Per “Pria Goaea” e “Andirivieni” si è trattato di musica con nessun tipo di legame identitario né storico con una musica tradizionale vivente. Non conosco la definizione di ‘folklore immaginario’ di derivazione francese di cui mi parli, non saprei come metterla in relazione con il ‘folk del non luogo’. “Otto Baffi” è un’altra storia e nasce anche con l’auspicio che una polka o una bourrée in esso contenute siano un giorno suonate da musicisti che come me conducono anche una ricerca e un cammino lungo i percorsi delle musiche di tradizione e danzate da ballerini festanti.

Sei un musicista con forti contatti con la musica neo-tradizionale europea più innovativa. Che differenze riscontri tra ciò che succede in Italia e l’estero?  
Le realtà europee sono molto variegate così come il mercato della musica folk, world e tradizionale. Se in Francia in Belgio e in Italia il bal folk sta vivendo un momento roseo, questo non accade per esempio in Scandinavia o in Irlanda, dove peraltro la musica tradizionale si balla eccome ma non con una modalità da ‘melting pot’ che contraddistingue il bal folk. Nella Spagna del nord è la musica di matrice celtica a contraddistinguere i palinsesti di musica tradizionale mentre in un auditorium di Helsinki sarà un ardito progetto di ascolto a confine tra tango, progressive, elettronica e musica tradizionale ad essere proposto con successo nel palinsesto folk. In Italia si potrebbe fare di più per valorizzare il nostro patrimonio, da Aosta a Siracusa c'è un universo di talenti nell'ambito delle musiche di tradizione che nel nostro paese non vengono abbastanza valorizzati dalle istituzioni. 
Ad esempio queste ultime in Scandinavia e nelle Isole Britanniche finanziano i viaggi di valenti musicisti che operano anche nell'ambito delle musiche di tradizione e nel panorama world. Altra differenza sostanziale che c’è tra l’Italia ed altri paesi europei come Francia e Germania è la tempistica con cui vengono chiuse le programmazioni delle rassegne musicali. In Italia sovente non si sa fino a pochi mesi prima se saranno erogati contributi per i festival ed una delle implicazioni è l’impossibilità di far suonare in Italia dei progetti musicali di altri paesi che si muovono con tempistiche diverse dettate dalla pianificazione di tour internazionali

Come sempre s’intuiscono i tuoi molti ascolti? Cosa c’è nell’iPad o nel lettore  CD di Filippo Gambetta in questi ultimi mesi?
In questi mesi ho ascoltato la musica dell’amico compositore Timo Alakotila, il suo concerto per fisarmonica a bassi sciolti e orchestra e il suo ‘work’ per quartetto di violini tradizionali. Ho ascoltato molto anche un vecchio disco del cavaquinhista Jacaré, intitolato “Choro Frevado” e la musica di Kenny Clarke con la Francy Boland Big Band. Ascolto con piacere anche la musica barocca: Bach, Lully, Kapsberger e la meravigliosa musica del grande André Mehmari.

La scelta dell’autoproduzione e della distribuzione del disco?
Il disco è in vendita in formato fisico sui cinque marketplaces europei di Amazon. Sarà inoltre a breve distribuito da IRD in l’Italia e da distributori scelti in varie nazioni europee (ad oggi Francia, Finlandia e Belgio). Per questo disco ho voluto essere proprietario del lavoro e non ho trovato interesse a stipulare contratti di licenza. 
Forse una decina di anni fa poteva per me essere interessante essere ‘visibile’ nei negozi di dischi internazionali, pur percependo royalties esigue sul venduto (fatto peraltro comune per la maggior parte dei contratti discografici). Oggi il mercato discografico è molto cambiato e il mio interesse verte soprattutto sul fatto di vendere i miei cd al mio pubblico. La risposta che mi sono dato per questo lavoro è stato scegliere l’autoproduzione. Giusta o sbagliata che sia, questa è la risposta che mi sono dato. 

“Otto baffi” sarà portato in concerto?
C’è la volontà di portare in giro “Otto Baffi” con organici variegati che partono dall’organetto solo, dal duo organetto-pianoforte ed arrivano a formazioni più ampie.



Filippo Gambetta – Otto Baffi (Autoprodotto, 2015)
Dodici capitoli di idee, che assommano creatività, metabolizzazione di tanta musica ascoltata, tecnica posta al servizio della melodia e dell’immediatezza, disinvolta abilità strumentale di un artista a cui nulla è precluso. L’otto bassi a due file è un organetto diatonico molto diffuso in Europa, che trova la sua espressione soprattutto nei repertori di danza. Confrontandosi con i canoni ballo tradizionale, Filippo si cimenta nella produzione di nuove melodie da danza; parte con “Taburiente”, luminosa e calda come la caldera di Las Palmas che l’ha ispirata. In “Waste Land / Libereso” tiene banco l’ostinato del mantice in conversazione con contrabbasso e tamburi a cornice, fino all’ingresso piacevolmente sorprendente di un quartetto di clarinetti, una delle cifre esplorative di “Otto Baffi”, che ritroviamo nella schottish “Agata” e in “Elicriso /Embraud”, questi ultimi sono due valzer in stile musette, nei quali è in primo piano il violino fatato di François Breugnot. Andiamo a giro per i paesaggi montani d’Abruzzo in “Marsicana”, irresistibile tarantella dalle digressioni jazz, suonata in trio con il violino di Roberto Izzo e il tamburello di Michel Maschi. Poi, si tira il fiato e ci si lascia trasportare dalla sobria eleganza della mazurka lenta (“Zigoela”), artefici Fabio Biale (violino) e Carmelo Russo (chitarra classica) che si uniscono all’organettista. Ci vuole poco a farsi prendere dal ritmo irregolare di “Tapan”, in cui lascia il segno il dialogo articolato con il piano di  Emilyn Stam, mentre il gusto funambolico della “Polka giocoliera” trova pieno compimento grazie alla chitarra di Maarten Decombel del notevole ensemble belga Naragonia. “Hetraie / Bole Coschi” è un set di bourrée a tre tempi di matrice alverniate, dove nella coppia organetto-musette (la suona Fabio Rinaudo e si sente!) si inserisce il liuto di Davide Mocini. L’attacco energico di organetto in “Rimbalzello” ci porta diretto nel nord-est del Brasile, complici Fabrizio Forte (chitarra a sette corde) e Marco Moro (flauto), con cui Gambetta condivide l’avventura di ChocoChoro. Deliziosi cangianti fraseggi nel set “Berzezi/Garbanzo/Aquilone”, che tra i tanti rivoli sonori accarezza l’Irlanda in forma di giga, con Filippo che imbraccia anche il mandolino. Alla dodicesima traccia, arriva il commiato di “Fly upward/ La freccia del turchino”, di cui la seconda sezione è un tema nato durante i viaggi dell’organettista sul treno regionale Genova-Ovada: qui Filippo ritrova l’affiatata coppia De Angeli (chitarra acustica) e Barbera (contrabbasso). “Otto baffi” è un viaggio che una volta finito si ha subito voglia di rifare. 


Ciro De Rosa