Pino Minafra – Minafrìc (Sud Music/Egea, 2015)

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Nata nel 2007 da un’idea di Pino Minafra per proseguire il cammino iniziato con il progetto Sud Ensemble, la MinAfrìc raccoglie alcuni dei migliori musicisti della scena musicale pugliese, come il figlio Livio, Roberto Ottaviano, Gaetano Partipilo, Nicola Pisani e Giorgio Vendola, nonché alcuni dei principali strumentisti italiani come Sebi Tramontana, Beppe Caruso, e Carlo Actis Dato che da tempo hanno condiviso passioni ed esperienze musicali con il trombettista e compositore pugliese. Ad animare la ricerca musicale di questo straordinario large ensemble jazz è il desiderio di riscoprire le radici e l’identità del Sud, attraverso un approccio stilistico aperto tanto alle individualità dei singoli musicisti, quanto alle interazioni e agli attraversamenti sonori dalla Puglia ai Balcani, dal Mediterraneo all’Africa fino a toccare l’America. Ascoltare la MinAfrìc vuol dire abbandonarsi ad un viaggio sonoro straordinario, in cui spazio e tempo si annullano, trascinati dall’esplosiva energia dei loro arrangiamenti che è semplicemente quella del jazz, ma è intrisa di musica tradizionale e sonorità world. In occasione della pubblicazione del disco omonimo abbiamo intervistao Pino Minafra per ripercorrere la storia della MinAfrìc, soffermandoci sulle sue radici che affondano nell’esperienza con l’Italian Instabile Orchestra, le ispirazioni, la connotazione del suono e i temi che caratterizzano i vari brani.

Come nasce il nuovo disco della MinAfrìc Orchestra?
Il punto di partenza è lo stesso della Italian Instabile Orchestra cioè mettere insieme concezioni musicali e personalità artistiche differenti. Laddove, però, in quel progetto l’orizzonte era più ampio, e direi italiano se non europeo, nel caso della MinAfrìc, l’idea è stata quella di concentrarci sul suono del Sud nella sua complessità politica, storica e culturale. 
Quando decidemmo di dare vita a questo progetto nel 2007, io e mio figlio Livio volevamo mettere in evidenza come fosse un atto d’amore verso questa terra fatta di stratificazioni culturali, con la Via Appia e la Via Traiana attraversate continuamente per raggiungere i porti che conducevano in Medio Oriente, e le varie dominazioni dagli Arabi ai Normanni, dai Francesi agli Spagnoli che si sono succedute nei secoli. La nostra terra ha nel suo DNA la diversità come fonte primaria di ricchezza, e tutto ciò ho cercato di farlo emergere insieme ai musicisti che abbiamo coinvolto. Questa visione è sintetizzata benissimo dal nuovo disco che rappresenta una riflessione importante sulle connessioni che oggi ha la Puglia con l’Africa del Nord, i Balcani, la nuova Europa e tutto quello che si sta aggiungendo.  Abbiamo cercato di confrontare le diverse letture e visioni musicali sul suono del Sud e convogliare il tutto in una sorta di zattera, o meglio un barcone - che poi non è tanto una metafora – sul quale sono saliti musicisti di spessore che hanno dato tanto anche in termini di impegno sociale e politico, ma che soprattutto avevano chiara la propria identità e le proprie radici. Io sto sempre attento a che il jazz abbia questa funzione continua di sottolineare le ingiustizie oramai che ci assillano quotidianamente, non sia un jazz salottiero o qualcosa che crea spensieratezza. Questa musica nasce come grido e tale deve restare. 

Gli orizzonti sonori della Minafrìc sono stati sempre molto ampi, e penso ad esempio al progetto “Viva La Black”… 
Parallelamente alla nostra attenzione verso il Sud, negli anni abbiamo affrontato con questo large ensemble anche tematiche specifiche e focus particolari come nel caso di “Viva La Black”, compagine formata da straordinari musicisti che negli Anni Settanta scappò dal Sud Africa e dall’apartheid per rifugiarsi a Londra. 
Oggi purtroppo sono tutti scomparsi, salvo Louis Moholo con il quale abbiamo lavorato spesso. A loro dedicammo il primo disco della MinAfrìc che chiamammo proprio “Viva La Black”, al Talos Festival facemmo un concerto pazzesco con protagonisti oltre trenta musicisti e poi lo pubblicammo per la Ogun. Mi sta a cuore questa dinamica di approfondimento su musicisti, compositori e personaggi che rischiano di essere dimenticati. Su questa scia si pone anche l’ultimo progetto che abbiamo realizzato, “For Mandela”, il nostro omaggio a Nelson Mandela che abbiamo proposto lo scorso anno al Talos Festival e che successivamente abbiamo fatto approdare a Münster. Spero che il disco veda la luce il prossimo anno per la Ogun, ma per ora la certezza è che lo porteremo in scena a giugno al Ravenna Festival, uno dei festival più importanti in Italia, nell’ambito di un focus dedicato al Sudafrica. 

Ugo Sbisà parlando del vostro sound lo ha definito “minafroamericano”. Quali sono le radici del suono della MinAfrìc?
Questo neologismo sintetizza tutta la mia storia. Il jazz è imprescindibile ed è un punto fermo immancabile, è lì che sono cresciuto. Ad un certo punto, però, mi sono accorto che se continuavo ad avere dei modelli eccezionali come Miles Davis, Lester Bowie, e Don Cherry, sarei rimasto sempre una loro fotocopia, per quanto sia sempre difficile riprodurre artisti che nel DNA hanno un suono, una vita, una visione. Cercare di imitarli può andare bene fino ad un certo punto, poi bisogna avere il coraggio e le capacità di metterci del proprio, anche a rischio di non avere risultati eccellenti. 
Quarant’anni fa avevo già molto chiara questa idea. Io sentivo la necessità di metterci del mio, la mia visione di Sud, ma mai suddita e supina alla visione americana. La verità è che nella musica è necessario connotarsi con una propria cifra stilistica, diversamente sei un bravissimo strumentista, un ottimo musicista, ma non sei riconoscibile. Alla mia richiesta su come trovare un mio stile ed un mio suono, all’epoca non mi seppero rispondere né Enrico Rava, né Giancarlo Schiaffini, né Bruno Tommaso. Per arrivarci, ho vissuto momenti angosciosi perché si ci mette in gioco anche psicologicamente e ancor di più nel mio caso avendo vissuto esperienze diversificate dalla musica classica alla banda, dalla musica sinfonica a quella antica, e  mettere tutto insieme non è stato facile. Sono riuscito però a creare una visione dove io mi ritrovo bene e quindi racconto me stesso e non Don Cherry, pur amandolo molto.

Dalla Italian Instabile Orchestra alla MinAfrìc. Quali sono le identità e quali le differenze tra queste due esperienze?
La Italian Instabile Orchestra rivendicava il suono italiano, la nostra storia, la nostra cultura che è enorme e non va mai dimenticata, ma piuttosto dovremmo imparare a trarne una risorsa. In questo senso ha ragione il premier Renzi quando parla dell’Italia come superpotenza culturale. Questo era il concetto su cui si reggeva l’Italian Instabile Orchestra, la Banda - altro suono dimenticato -, ma anche il Sud Ensemble, la Meridiana Multijazz Ochestra, e da ultimo la MinAfrìc. Ho vissuto scene imbarazzanti con alcuni musicisti americani che arrivavano in Italia con la loro spocchia con l’idea del Belpaese, dove si mangia bene, c’è il vino, le donne, la pizza e che soprattutto i musicisti italiani sono provincialotti ed imitano balbettando le cose che fanno loro. 
Questo discorso valeva anche per gli inglesi, gli olandesi, i francesi, ed io non sopportavo assolutamente questo complesso di superiorità da parte loro, e di inferiorità da parte nostra. Il jazzettino italiano diventa provincialotto quando cerca di imitare i modelli esteri. L’idea dell’Italian Instabile Orchestra era pazzesca, e serviva a far capire loro che noi avevamo una nostra identità e non eravamo da meno. Il jazz è un suono universale e lì dentro un musicista può metterci qualunque cosa, l’importante è creare contenuti di valore. La mia è stata un battaglia politico-culturale importante ed era giustificata dal fatto che veramente molti musicisti italiani si limitavano ad imitare. Tutto questo ha avuto sempre un riscontro positivo, come quando con la Instabile Italian Orchestra abbiamo chiuso un grande festival a Chicago o quando la Banda è stata in Francia o ha suonato con la Filarmonica di Berlino, perché in quella musica hanno individuato un suono italiano.  Quando ci chiamano dall’estero lo fanno perché vogliono il sound italiano. Questa idea di trasmettere quello che si è e quello che si vive mi accompagna da tutta la vita perché credo sia corretto ed onesto ed è l’unica forza che possiamo mettere in campo, non certo le fotocopie. Questa è un po’ l’essenza anche della MinAfrìc, ma è anche il segreto e lo stupore della Italian Instabile Orchestra e con Cecil Taylor abbiamo raggiunto il punto più alto dal punto di vista artistico. L’orchestra con lui era la stessa, ma il suo pensiero era esaltato all’ennesima potenza. La Italian Instabile Orchestra è stato il punto più importante della mia carriera e con MinAfrìc ho cercato di conservare le varie sfaccettature di un suono unico, compatto e mai schizofrenico. 

Come si è evoluto il suono della MinAfrìc in questi anni?
Quando abbiamo intrapreso questa esperienza avevamo chiaro in testa il suono che cercavamo, e dunque non è stato difficile poi trovare anche i musicisti che potessero recepire questa idea ed arricchirla con il loro contributo. Negli ultimi anni sto cercando di lavorare ed interagire con musicisti pugliesi, elementi ormai insostituibili, così come ho chiesto aiuto anche a Carlo Actis Dato, Beppe Caruso e Sebi Tramontana, vecchi amici e compagni della Italian Instabile Orchestra per il loro suono, le loro specificità strumentali, di improvvisatori. Si è creato questo mélange sonoro particolarissimo, ed in futuro ho intenzione di continuare questo cammino anche convogliando forze più giovani, magari strumentisti delle nuove generazioni. 

Rispetto ai precedenti lavori questo nuovo disco vede una presenza più massiccia di tuo figlio Livio come autore dei vari brani…
Questa storia ha radici lontane nel tempo, perché Livio faceva parte della Municipale Balcanica, anzi ne era proprio l’anima compositiva e propulsiva di quel gruppo di ragazzi molto bravi ma comunque non professionisti come lui. Successivamente, dopo aver fatto vari dischi, uscì dalla formazione per contrasti interni, ed in quel momento stavamo lavorando con il sestetto di Sud Ensemble. Livio ha una solida formazione accademica e attualmente, nonostante insegni pianoforte jazz al Conservatorio di Bari, sta conseguendo anche il diploma in composizione. 
Già all’epoca aveva una attitudine naturale alla composizione e così pensai di allargare l’organico per consentirgli di esprimersi a pieno ed avere visibilità. Naturalmente l’esperienza è proseguita anche con la MinAfrìc, che è uno strumento importantissimo per lui, e ho voluto che i suoi brani avessero la priorità anche rispetto ai miei. Devo dire che nel cassetto ci sono ancora molti brani per questa formazione, ma necessariamente per l’ultimo disco abbiamo dovuto fare una selezione, e comunque il pensiero di Livio emerge alla grande. 

Al fianco dei brani firmati da Livio sono presenti una tua composizione, una a firma di Nicola Pisani e l’arrangiamento di “Masciare” di Roberto Ottaviano dal repertorio delle Faraualla…
Ho inteso semplicemente mettere a confronto visioni musicali differenti. C’è “Fabula Fabis” di Nicola Pisani, musicista splendido e profondamente legato al nostro Sud, che incontra l’ironia e la ricerca della MinAfrìc. Superbo è poi il lavoro di Roberto Ottaviano nell’arrangiamento di “Masciare”, mentre a completare il tutto c’è un brano mio “La Danza Del Grillo” che nella prima parte è giocoso ed ironicoe e racconta di un Pinocchio che dialoga con la sua coscienza, poi volge lo sguardo prima all’America, perché sono molto legato a sonorità come ad esempio quelle dell’Art Ensemble of Chicago per sfociare in un tema africano originale.

Quali sono le tematiche che hanno ispirato il suono e le evocazioni del nuovo album?
Non ci siamo certo seduti a tavolino per definire il suono, tuttavia abbiamo voluto dare un taglio gioioso ed esuberante al disco, raccontando un Sud caleidoscopico dove la diversità è ricchezza. Il Sud di “MinAfrìc” è positivo, costruttivo e anche antidepressivo tant’è che giorni fa nel regalarlo al mio medico, l’ho consigliato come cura per i suoi pazienti che soffrono di depressione, i quali invece delle pillole farebbero bene ascoltare questo disco. Questo è stato certamente uno dei motivi che ha spinto il direttore artistico del Torino Jazz Festival ad invitarci a suonare in piazza per il 25 aprile, e credo questo sia il momento giusto per sprigionare colore, luce e vita, perché ne abbiamo davvero bisogno tutti. 

Andiamo alla scoperta dei vari strumentisti. Puoi presentarceli?
C’è Roberto Ottaviano con il suo lirismo al sax soprano, Gaetano Partipilo al sax alto che è un musicista jazz formidabile. C’è la grinta, la rabbia di Carlo Actis Dato, ma anche la dolcezza di Nicola Pisani, ed il talento di Beppe Caruso che è un trombonista eccezionale. Sul versante improvvisativo c’è Sebi Tramontana al trombone, ma anche la tromba di Marco Sannini, mentre Vito Mitri controlla i suoni acuti e sovracuti. La sezione ritmica è nelle mani di Giorgio Vendola al contrabbasso che si difende bene, mentre alla batteria ci sono Vincenzo Mazzone che ha avuto un vissuto strumentale straordinario dal punto di vista accademico e il suo figlioccio artistico Giuseppe Tria. Il pianismo di Livio che funge da collante da composizione ed improvvisazione, senza contare l’ultimo arrivato ovvero Giorgio Albanese alla fisarmonica che imprime al sound quel tocco unico del Sud con una visione contemporanea. Dulcis in fundo le voci delle Faraualla. 

La frequentazione artistica con le Faraualla ha radici lontane nel tempo…
La collaborazione con le Faraualla va avanti da molti anni e penso a “Terronia”, o all’esperienza con la Banda quando andammo a Berlino per suonare con la Filarmonica e proponemmo proprio quel disco che ci avevano chiesto espressamente. In quell’occasione la magia fu tale che volevano aggiungersi anche i fiati dei Berliner ma non c’era più spazio sul palco, dove eravamo quasi in cinquanta e la sala mediana non avrebbe contenuto tutti. Le voci delle Faraualla rappresentano la quintessenza della nostra storia. Non si può parlare del Mediterraneo senza raccontare anche le donne. La particolarità del loro stile è che non utilizzano testi, ma si servono con grande sensibilità del suono, e questo è pazzesco, proprio come cerco di fare anch’io improvvisando sul suono della voce. Non so da dove arriva l’ispirazione se dalle Murge o dalla Preistoria, ma quello che è certo è che nelle loro voci c’è un Sud vero ed autentico. Un norvegese che suona meglio di un americano mi interessa poco, io cerco sempre che ci sia un filo conduttore perché credo che nell’anima di ogni popolo esista una identità che non dobbiamo perdere.

Nel disco ritorna anche il tuo megafono…
Quello è uno strumento che ho preso in prestito da Tom Waits che lo diede al mio amico Vittorino Curci con il quale facemmo nascere l’Europa Jazz Festival. E’ uno strumento proletario di grido, di protesta che viene adoperato nei cortei, e mi è molto caro proprio per sottolineare questa sofferenza. Io ci tengo che sia legato a questa visione di sfigati che devono reagire e sottolineare alla sofferenza. E’ un colore che sento molto vicino a me. In alcuni momenti libera delle idee e degli stati d’animo che non sarei in grado di riproporre ne con la tromba, ne con la scrittura. Lui è il fedele amico che mi aiuta in un brano come “Fantozzi”, e più di recente ne “La Danza del Grillo”. 

“MinAfrìc” cattura in modo sorprendente l’energia dei vostri concerti. Come siete riusciti a cristallizzare tutto questo in studio?
L’impatto è così particolare che solo dal vivo si ha quel risultato. Poco dopo aver suonato per la Camerata Musicale Barese per la Notte delle Stelle al Teatro Petruzzelli di Bari, siamo entrati in studio carichi di entusiasmo, e così l’energia ha continuato a circolare come stessimo ancora sul palco. Non ti nascondo che ci sono state anche difficoltà tecniche perché è abbastanza complesso gestire due batteria, quattro voci, quattordici strumentisti con i fiati da trattare non come una big band ma come solisti, tanto che ci siamo dovuti spostare a Conversano dove abbiamo trovato la mano sapiente di Tommy Cavaliere che ci ha accompagnato in questa impresa. Credo il risultato finale sia eccezionale dal punto di vista sonoro.

Concludendo, quali sono le prossime tappe del percorso della MinAfrìc?
Stiamo pensando di andare a Brema il 23 aprile, e speriamo in un contributo di Puglia Sound. Lì c’è la possibilità di essere ascoltati da tutti gli organizzatori di festival del mondo per permettere a questo barcone di andare in giro e farsi conoscere il più possibile. 



Pino Minafra – MinAfrìc (Sud Music/Egea, 2015)
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“Un Suono Caldo e Generoso, Travagliato ed Inquieto, dove il Grido, la Melodia, il Ritmo, l'Ironia e l'improvvisazione convivono in uno strano equilibrio. Un suono tutto Meridionale, reale ed immaginario. Una terra di Anime e Voci in continua 'metamorfosi', quelle della mia Puglia, naturale Ponte e Porta nei secoli verso: l'Oriente, il Mediterraneo, l'Africa, i Balcani e oggi verso la Nuova Europa”, così Pino Minafra presenta “MinAfrìc” disco che cristallizza la straordinaria esperienza dell’orchestra omonima, cominciata sette anni fa come ideale prosecuzione dell’esperienza con Sud Ensemble, e sfociata in un progetto musica di grande spessore, già ampiamente rodato sul palco non solo del suo Talos Festival che ne è stato la culla, ma anche in tutta Italia ed all’estero. Pino Minafra (direzione, tromba, filicorno e megafono), ha raccolto intorno a sé alcuni dei migliori strumentisti pugliesi come il figlio Livio (pianoforte e conduction), Vito Francesco Mitoli (tromba), Marco Sannini (tromba), Roberto Ottaviano (sax soprano, alto e conduction), Gaetano Partipilo (sax soprano e alto), Nicola Pisani (sax baritono e conduction), Giorgio Albanese (fisarmonica), vecchi amici e complici della Italian Instabile Orchestra come Carlo Actis Dato (sax tenore), Sebi Tramontana (trombone) e Beppe Caruso (trombone), l’eccellente sezione ritmica composta da Giorgio Vendola (contrabbasso), e i due batteristi Vincenzo Mazzone e Giuseppe Tria. Ad impreziosire il tutto, nel disco, ritroviamo anche le voci delle Faraualla ovvero Gabriella Schivone, Terry Vallarella, Serena Fortebraccio e Maristella Schiavone, che rappresentano il punto di connessione con quel gioiello che era “Terronia” inciso con il Sud Ensemble. Rispetto ai precedenti dischi di Pino Minafra, la novità più importante di “MinAfrìc” è che dal punto di vista compositivo viene messo in luce tutto il talento del figlio Livio, il quale si è fatto interprete ed estensore della visione musicale paterna, di quel sound minafroamericano come lo ha definito magistralmente Ugo Sbisà, e che si muove dalla Puglia verso l’Africa, attraversa il Mediterraneo, lambisce i Balcani per volare verso l’America. Ogni brano hai tratti della suite, muovendosi attraverso temi e cambi repentini di atmosfera, lasciando alle spalle i dogmatismi del jazz europeo con la leggerezza di chi non si prende mai sul serio, ma mira ad evocazioni e riflessioni profonde. Ad aprire il disco è “Minafrìc”, il manifesto programmatico del disco, un’overture che sintetizza tutte le istanze sonore dell’orchestra dal tiro delle big band all’improvvisazione, dalla musica contemporanea ai Balcani. Se “Maccaroni” apre uno spaccato sui suoni latin del tango e del mambo, evocando gli italiani che con la valigia di cartone partivano per il Sudamerica, la successiva “Masciare” arriva dal repertorio delle Faraualla e brilla nell’arrangiamento curato da Roberto Ottaviano. Le voci antiche del quartetto pugliese si sposano magicamente con le geometrie melodiche costruite dall’inteplay tra il sax e il piano fino a sfociare in un dialogo di grande suggestione. Il crescendo irresistibile de “La Girandola” ci conduce ad uno dei vertici del disco “La Danza del Grillo” firmata da Pino Minafra nella quale ritroviamo il suo megafono rosso a fare da collante tra suoni antichi, jazz e atmosfere da circo. “Fabula Fabis II” di Nicola Pisani è una sorta di viaggio nel tempo e nella storia della Puglia con le voci delle Faraualla ad evocare le radici ancestrali della tradizione e l’orchestrazione jazz dei fiati che ci riconduce al presente ed al lascito ereditario di culture stratificate. Le esplosive atmosfere balcaniche di “Aurel” firmata da Livio Minafra, chiudono un disco pregevole, il documento di un esperienza musicale che non ha eguali in Italia.


Salvatore Esposito

Foto di Valentina Pavone