I giorni de “La Zampogna”, 16 e 17 gennaio a Formia e Maranola

Tutti all’arroccato borgo di Maranola (LT), in posizione panoramica sul golfo di Gaeta, per la ventitreesima edizione del festival dedicato agli aerofoni a sacco (www.lazampogna.it). In realtà, in questi anni la rassegna musicale si è affermata come avvenimento centrale nel panorama della world music in Italia, punto d’incontro – com’è – tra musicisti, costruttori di strumenti, studiosi, in un’intensa due giorni di mostre, concerti all’aperto e nelle storiche chiese, immancabili jam session. Quest’anno con una dedica speciale al compianto Sergio Torsello il festival aprirà i battenti, al Teatro Remigio Paone di Formia, sabato 16 alle 18.30, per poi trasferirsi a Maranola, nel piazzale di Torre Cajetani, per il ‘concerto saporito’ (h. 21.00): la serata di degustazioni, musica e balli live intitolata “Le Virtù e le Bifere”. La domenica mattina, si inizierà alle 10.00 con le musiche processionali per zampogne e ciaramelle e i canti devozionali dal Salento intonati da Anna Cinzia Villani all’edicola della Madonna degli Zampognari, cui seguirà la ‘rituale’ offerta di zeppole, dolci e caffè da parte delle premurose signore del vicolo. «Perché venire a Maranola?», chiediamo a Erasmo Treglia, musicista, discografico, ideatore e direttore artistico del festival con Ambrogio Sparagna. «Perché è un’occasione unica per entrare nel vivo di una tradizione millenaria legata alla zampogna e agli strumenti pastorali. La Mostra Mercato è, infatti, un momento speciale nel corso dell’anno per gli appassionati e i musicisti per acquistare nuovi strumenti, per prendere contatti, per conoscere nuovi progetti musicali». Con ventitré anni di Festival – parte dell’European Forum Of World Music Festivals, gemellato con il festival “canto a braccio” di Borbona (Rieti), l’estone Viljandi Folk Music Festival, il festival sardo “Lollas” di Villaputzu e il festival marocchino “Flauto e arti beduine” di Bouarfa – cosa ci si deve aspettare? 
Per Sparagna, nodo centrale è «l’ulteriore conferma di un movimento che è cresciuto sensibilmente, coscienza di non essere solo per gli addetti ai lavori, ma movimento articolato, dove c’è stata una grande ricerca sulle questioni espressive e sul piano creativo. Oggi questi strumenti sollecitano oramai attenzione e ricerca da parte di gruppi ma anche individuali. In tutti questi anni, abbiamo spinto affinché questo mondo diventasse, per così dire, di serie A. Possiamo confermare che questi strumenti hanno raggiunto una maturità di coscienza perché non più fenomeno esclusivo. È il dato che esce fuori anche dalle proposte che facciamo, come il presentare il notevole strumentario della liuteria di Marco Tomassi (sarà presentato al pubblico il primo Catalogo Strumenti della Liuteria Montecassino, ndr)». Nel fitto programma di quest’anno ci sarà un laboratorio sulla costruzione del nay, il flauto di canna, a cura del rinomato costruttore tunisino Slaheddine Manaa. Tra i seminari, segnaliamo “Ciaramelle a braccio”, a cura del Festival di Borbona e “Musette e Sordelline”,  con protagonista un musicista e studioso di grande rilievo come Eric Montbel. Sentiamo ancora l’organettista: «Ponendo sempre l’attenzione agli studi sulla zampogna, ci fa piacere che un francese dica che il ruolo della zampogna sia centrale nella storia della diffusione degli strumenti a sacco, visto che, normalmente, i francesi hanno una sorta di etnocentrismo molto forte. 
Nel caso di Eric questo non esiste, ma effettivamente la zampogna per la sua storia e per il suo carattere organologico costituisce, di fatto, la madre di tutti gli strumenti a sacco». In oltre due decadi di manifestazioni, ci si chiede se il pubblico è cambiato; sentiamo ancora Sparagna: «Il pubblico è cresciuto, anche se noi in questi anni non abbiamo voluto allargare a forme da sagra paesana così come invece altre esperienze, in maniera più o meno volontaria purtroppo hanno proposto. Abbiamo avuto sempre un orientamento chiaro ed esplicito che Maranola era un luogo nel quale ci si incontrava sul concetto di ricerca. Di fatto questo si è conservato e largamente sviluppato. Se pensiamo a come era all’inizio, quando eravamo gli addetti ai lavori… Adesso parliamo di svariate migliaia di suonatori in Italia: non siamo solo addetti ai lavori». Quest’anno ci sarà un focus sul Salento, con i due concerti nella Chiesa S. Luca Evangelista (ore 15.00-17.30), che vedranno di scena il super trio Anna Cinzia Villani Claudio, Cavallo Giannotti e Giovannangelo De Gennaro in “Tamburreddhu A Uce” e i Kalascima in quartetto acustico. «Facciamo l’iniziativa in collaborazione con Puglia Sounds. È significativo che quando sono andato alla Notte della Taranta, delle zampogne non c’era traccia (in Puglia era comunque già molto attivo sul piano creativo e di sperimentazione sullo strumento un musicista del calibro di Nico Berardi, ndr). Oggi ci sono tanti giovani musicisti che suonano questo strumento in situazioni tradizionali, oltre che con gruppi. 
Il tentativo è anche raccontare come questo strumento è entrato in una parte di Italia che aveva la caratteristica di averlo dimenticato. Anche se nelle testimonianze, nei reportage antichi la musica si faceva con le zampogne, da molti anni questo strumento aveva perso una pratica in quella parte della Puglia». A seguire, nella Chiesa SS. Annunziata (dalle ore 18.00), ci sarà il Bordone Sonoro con le zampogne da Monti Aurunci, Ausoni e Mainarde. Tra le altre attività domenicali, la mostra “Pastori in cammino”,  allestita nella chiesa S. Maria ad Martyres e “Festa, farina, forma”, in cui il liutaio Alfonso Toscano ci porterà a conoscere l’artigianato nella tradizione agropastorale dell’area cilentana. Singolare incontro sarà quello proposto da “Storia di Ragno”. «Ragno è un tacabanda, – racconta Treglia – uno dei musicisti tradizionali di San Biagio Saracinisco (FR), che utilizza contemporaneamente, oltre alla zampogna, una cassa legata dietro alle spalle e un piatto. In occasione del Festival racconterà la sua esperienza di musicista itinerante, che permetterà di conoscere più da vicino la tradizione antica dei musicisti girovaghi della Valle di Comino». Come da diversi anni, non mancheranno i riconoscimenti. Il Premio La Zampogna 2016 sarà assegnato a un artista che ha valorizzato con il suo lavoro alcuni aspetti della tradizione musicale italiana (il nome sarà comunicato nella conferenza stampa di mercoledì 13 gennaio); istituito anche il premio ai giovani musicisti, attraverso il quale il Festival intende promuovere ragazzi e ragazze interessati agli strumenti musicali della tradizione popolare. 
Andrà a due suonatori che, nonostante la giovane età, hanno accumulato tecniche ed esperienza, e sono molto attivi nel perpetuare la tradizione delle novene e nel riproporre il repertorio profano e sacro. «Non è un concorso, - si affretta a dire Ambrogio Sparagna - ma un premio simbolico a giovani che stanno scegliendo questi strumenti, questa musica come propria forma di emancipazione culturale. Non facciamo concorsi per premiare dischi o gruppi: quella roba là non ci interessa. Piuttosto, ci interessa la partecipazione a questo mondo, non l’adesione soltanto estetica. È un’altra delle caratteristiche che questo festival ha sempre mantenuto, perché noi abbiamo sempre avuto gli anziani come guida: ma un certo tipo di anziano, non genericamente. E i giovani prendono anche questo modello nella complessità. Abbiamo individuato dei ragazzi che vengono proprio da queste esperienze, ma che ripropongono non soltanto degli strumenti, ma anche la ritualità che intorno a questi strumenti si va a generare. È una cosa che teniamo ad affermare in maniera forte. La zampogna non è uno strumento generico, è uno strumento che oltre ad avere un peso specifico particolare, va sempre collegato alla sua funzione primaria, che è quella di una fortissima dimensione cerimoniale. Chi, giovane, partecipa a questa esperienza deve entrare in un mondo che è diverso da quello degli altri strumenti. Il Premio è promosso dall’ACEP e dall’Unemia e vede l’importante patrocinio della SIAE». Se aveste un budget di un milione di euro come accade in altre parti d’Europa per i festival folk, in cosa sarebbe diverso il Festival “La Zampogna”? 
Sentiamo Sparagna: «Prima di tutto, la cosa che farei è incentivare un’attività didattica: farei una grande scuola, una grande orchestra, un’attività formativa che abbia una serie di iniziative connesse durante tutto l’anno. Non farei un festival esclusivo soltanto sul piano dello spettacolo, ma curerei anche la dimensione dello studio e della pratica. Faccio un esempio, di cui parlo sempre: in Galizia non c’erano le gaite, sono state inventate, come non c‘era la tradizione di suonarle in tutta una serie di rituali. O meglio, era una prassi molto, molto dimenticata. Quindi, il lavoro che è stato fatto è stato ricoprire la cornamusa galiziana, tanto che oggi è diventata uno strumento di massa, e parliamo di decine e decine di migliaia di suonatori che accompagnano ogni momento della vita della collettività Se ne avessi la possibilità, lavorerei sotto questo profilo, ma questa, come si dice: è un’ipotesi del terzo tipo… irrealizzabile in Italia. D’altronde è quello che sempre ho fatto, anche quando facevo la Notte della Taranta, o è quello che faccio all’Auditorium Parco della Musica a Roma. Ma tutto ciò non viene accolto, ma in maniera assolutamente incongrua e direi anche stupida, perché se c’è la possibilità che uno strumento possa cambiare le sorti di un territorio è solo attraverso questo tipo di attività. La cultura popolare deve essere parte di un processo più ampio, e non soltanto un evento esclusivo di un periodo dell’anno, come purtroppo sta avvenendo in alcune zone del nostro Paese dove lo show business alla fine comanda e toglie respiro a un’acquisizione che dovrebbe essere sempre il più possibile capillare e legata alle nuove generazioni»

Ciro De Rosa