Francesco Bearzatti Tinissima 4Et - This Machine Kills Fascists (CAM Jazz/Goodfellas, 2015)

Considerato una delle realtà più interessanti ed originali della scena jazz italiana, il Tinissima Quartet, guidato da Francesco Bearzatti (sax tenore e clarinetto), deve averci preso gusto nel raccontare, attraverso eccezionali biografie in musica, la vita di personaggi (musicali e non) del passato. Dopo la fotografa Tina Modotti omaggiata con “Suite For Tina” del 2008, il pluripremiato “X” dedicato a Malcom X del 2010 e il travolgente “Monk’n’Roll del 2013 nel quale ripercorreva le orme di Thelonious Monk con evocazioni e citazioni rock, il sassofonista friulano ritorna a vestire i panni del narratore con “This Machine Kill Fascists”, album tributo alla la vita e alla musica di Woody Guthrie, leggendario folksinger ed attivista politico che con i suoi talkin’ blues ha raccontato l’America delle Grande Depressione e delle lotte sindacali, ha difeso i diritti dei lavoratori e dei diseredati contro le scelleratezze della politica e del capitalismo, diventando voce simbolo della protest song ed influenzando musicisti come Joan Baez, Bob Dylan e Bruce Sprinsteen, e più tardi anche Joe Strummer, e Billy Bragg. Al fianco del sassofonista friulano, ritroviamo la stessa line up di “Monk’n’roll”, ovvero Giovanni Falzone alla tromba e la sezione ritmica dei Guano Padano composta da Danilo Gallo al basso e Zeno De Rossi alla batteria. Il titolo che riprende la frase incisa sulla chitarra di Woody Guthrie incarna perfettamente lo spirito del disco volto a descrivere l’immaginario e l’universo sonoro delle canzoni del folksinger americano, piuttosto che a riproporne semplicemente le melodie in chiave jazz. Da eccellente affabulatore il sassofonista friulano è riuscito nell’impresa di evocare, attraverso le proprie composizioni, lo spirito profondo che animava le canzoni di Guthrie, esaltandone il tratto politico, la dirompente carica delle sue protest songs, la polvere e il dramma delle dust bowl ballads. Ogni nota riflette la desolazione della provincia americana, la povertà delle campagne, la desolazione delle città, e la disperazione di coloro che vivevano ai margini. Spaziando da echi folk ai sofferti blues fino a toccare brani più trascinanti si compone una sorta di viaggio nel tempo che prende le mosse da Okemah nell’Oklahoma, la città natale di Guthrie per toccare New York, tra viaggi di fortuna sui treni merci, tempeste di sabbia e fatti di cronaca come l’esecuzione di Sacco e Vanzetti, due italiani emigrati negli Stati Uniti condannati alla sedia elettrica solo perché anarchici. Ad aprire il disco è una sorta di suite composta da “Okemah (intro)”, “Dust Bowl”, e “Okemah”, che con le loro atmosfere folk blues rilette con attraverso la grammatica jazz evocano le atmosfere più sofferte e malinconiche del songwriting di Guthrie. “Long Train Running” con i suoi echi di country e tex-mex alza il tasso energetico del disco, per condurci prima alla trascinante “Hobo Rag” e poi alle atmosfere urbane di “N.Y.” e “Which Hunt”, perfettamente in equilibrio tra pulsioni free e be-bop. La toccante ed evocativa “When U Left” nella quale brillano gli assoli di tutti e quattro gli strumentisti, ci conduce verso il finale con la reprise di “Okemah” e la struggente “One for Sacco and Vanzetti”, in cui ci spiccano i vocalizzi di Petra Magoni, e che rappresenta certamente uno dei vertici del disco per la pregevole trama melodica che ne caratterizza il tema. In chiusura troviamo l’unico brano composto da Woody Guthrie, l’anthem “This Land Is Your Land” che Bearzatti rilegge tra nella quale brilla il dialogo tra Bearzatti al clarinetto e Falzone alla tromba con la sordina (usata magistralmente e di frequente in tutto l’album). “This Machine Kill The Fascists” è insomma un disco superbo non solo per la eccellente costruzione musicale, ma anche per il suo alto spessore concettuale.


Salvatore Esposito