mercoledì 28 ottobre 2015

Guo Gan - Loup Barrow – The Kite (Felmay, 2015)

Parliamo della collaborazione tra il maestro cinese dell’ehru – ma residente a Parigi – e il polistrumentista londinese Loup Barrow, anch’egli di elezione francese, compositore, cantante, suonatore di hammered dulcimer e mbira cromatica, ma soprattutto di bizzarri strumenti percussivi e idiofoni contemporanei come hang, arpa di vetro (fatta di calici da vino accordati) e il cristalbaschet. Guo Gan si è avvicinato all’ehrusin da giovane età,sotto la guida di suo padre Guo Jun Ming, riconosciuto virtuoso del cordofono. L’ehru è una fidula a due corde,arrivata dall’Asia Centrale o importata da popolazioni nomadi del nord intorno al X secolo. Dotato di corde metalliche (ma un tempo erano di seta) sfregate da un lungo archetto, possiede un manico non tastato montato su una cassa di risonanza esagonale o ottagonale. È tenuto verticalmente, poggiato sulla coscia sinistra, e suonato con una tecnica che impiega glissando, trilli, vibrato. Nell’ultimo centinaio di anni il suo repertorio solistico si è imposto per via delle modifiche apportate allo strumento che ne hanno aumentata l’estensione, accogliendo tecniche di derivazione violinistica. “The Kite” è un disco che mette in conto il portato degli studi sulla tradizione classica cinese di Guo Gang, ma anche la sua concezione aperta a cavallo tra classicismo occidentale, istanze world ed improvvisative (tra l’altro a Parigi è stato il fondatore della jazz band cinese Dragon Jazz), e l’eclettismo di Barrow, a suo agio tanto nella scrittura orchestrale quanto con il minimalismo.Il disco vive di episodi costruiti sugli intervalli pentatonici della tradizione cinese (“Rain on the Platain Leaves”, “Spring of the Southe”), composizioni già nel repertorio di Guo Gan,arrangiate dalla coppia come “Courses de Chevaux”, che è tra i momenti più alti dell’album: trionfo delle trovate virtuosisticheal cordofono. Ancora scritture a quattro mani dai richiami classici (“Adagio”), dairisvolti evocativi, che tessono il dialogo tra cordofono e percussioni (“Vagantem”), rilucono di melanconica liricità e smuovono sensazioni (“The Kite”, “The Seraphim Black Tales”), che danno piacere all’ascolto e invitano – perché no? – alla quiete interiore (“La Fontaine d’Asia”, “Amatorie”). 


Ciro De Rosa