Tama Trio – Voglio Un Chilo Di Pane (S’ard Music, 2015)

BF CHOICE

Cumpari mediterranei: Nando Citarella, Mauro Palmas e Pietro Cernuto, i Tama Trio, presentano “Voglio un chilo di pane”. 

Le loro imprese di maestri delle nuove musiche ispirate alla tradizione orale sono celebri, a fronte di percorsi diversi. Nando Citarella, uomo di teatro e danza, immancabile alle feste devozionali che contano, autore, voce lirica e barocca, interprete di classici della canzone napoletana, è una fucina di idee, in perenne fermento. Mauro Palmas, formidabile suonatore di mandola che ha fatto la storia del folk progressivo in Sardegna, anch’egli artista multimediale, compositore di primo piano attivissimo nel mondo musicale isolano, ha scritto per il cinema, il teatro, la danza. Pietro Cernuto, formatosi in Conservatorio e alla scuola di banda cittadina, virtuoso e innovatore della tradizione degli aerofoni popolari siciliani, è una colonna degli Unavantaluna. I tre incrociano corde, fiati, tamburi e voci nel Tama Trio, abbracciando le tradizioni delle isole, della Campania e del Sud Italia e gli spaccati poetici d’autore. Producono un disco diretto, vitale e passionale, senza fronzoli fonici, segnato dalla voglia di suonare ma anche di divertirsi, testimonianza di quello che sanno combinare sul palcoscenico. Sono gli stessi tre “cumpari” a guidarci all’ascolto di “Voglio un chilo di pane”, realizzato da PF Association e Compagnia la Paranza e da poco pubblicato per l’etichetta discografica S’ard.

Da dove deriva il vostro nome, Tama Trio?
Nando Citarella - Ha due fondamenti: uno è il tama, il tamburo parlante, l’altro è tammorra e mandola, perché all’inizio eravamo in due, io e Mauro Palmas. Quindi, tama sta per l’iniziale dei nostri due strumenti. È diventato Tama Trio, quando siamo diventati in tre, perché con la zampogna non potevamo chiamarci… tamaza.

Come si sono incontrati i “tre cumpari?
Nando Citarella - Il duo nasce per ‘colpa’ di Riccardo Tesi ai tempi di “Acqua foco e vento”. Pur conoscendoci da tempo, io e Mauro non avevamo mai lavorato insieme. Grazie alla collaborazione al progetto e agli spettacoli di “Acqua foco e vento”, abbiamo lavorato insieme per due anni. Poi abbiamo iniziato a frequentarci, e piano piano a pensare di provare qualcosa insieme. Finalmente, quattro anni fa, abbiamo iniziato a lavorare su questo schema di tammorra e mandola, lavorando sempre su quello che è stato il mio incrocio tra la canzone classica, la romanza e il tema popolare. Avevamo rielaborato due romanze di Mascagni, che non ci sono nel disco ma che facciamo dal vivo, e avevamo fatto una rossiniana. Dopo questo percorso, abbiamo iniziato a mettere su un repertorio. Lavorando da qualche anno insieme a Pietro Cernuto, abbiamo pensato di mettere insieme le due isole maggiori della Penisola e la cultura del Sud, di cui mi sono sempre interessato, trovando delle affinità.

Pietro Cernuto - È la fusione di tre realtà musicali differenti, appartenenti alle tradizioni musicali popolari da cui proveniamo: sarda, napoletana e siciliana. Queste si uniscono mescolando voci e quindi dialetti, melodie strumentali e non, e ovviamente gli strumenti tradizionali rappresentativi. In questo progetto mi inserisco con i miei strumenti: tamburello, marranzano, friscaletto, doppio flauto, zampogna, e ovviamente la voce, Di questi, quello in cui mi identifico di più è la zampogna a paro siciliana: non potevo quindi non inserire questo strumento. Non inserire la zampogna a paro in un progetto come Tama trio significa non inserire Pietro Cernuto.

L’attacco è un po’ spiazzante per chi si aspetterebbe un disco trad, con una canzone d’autore: “Treno a vela” di Lucio Dalla, che è un ritratto tragico di padre e figlio, coppia di clochard, che vivono di espedienti. L’incipit dà il titolo all’album: “Voglio un chilo di pane/ e un fiasco di vino/ Le do in cambio il bambino/ che ho in più/Posso darle anche un osso/ Non mi piace è di cane/ M’è passata la fame”. 
Nando Citarella - Ho sempre amato le canzoni di Dalla, soprattutto quelle di “Come è profondo il mare”, il primo elleppi in cui Lucio firma come compositore e non è solo interprete. “Treno a vela” è un pezzo che ho sempre amato. Negli anni tra il 2005 e il 2008 ho avuto modo di conoscere bene Lucio, collaborare con lui che ci ha ospitati per ben tre volte con il nostro Mozart nelle rassegne da lui dirette, a Benevento, Bologna e Sorrento; era nato un bel rapporto con lui, una persona straordinaria. Ancora oggi, purtroppo, nella realtà dei fatti, nelle mense della Caritas vanno a mangiare queste persone, che poi sono una coppia di clochard, padre e figlio. Già all’epoca lui trattava del fatto che molti genitori separati, oltre alla condanna di essere separati, e alla situazione che vivevano, si ritrovavano nella condizione di non poter dar da mangiare ai propri figli e andavano a mangiare nelle mense dei poveri, quelle francescane. Io avevo fatto sentire questa versione a Lucio, che l’aveva apprezzata, e avremmo voluto anche lui come ospite. Aveva mostrato interesse, lui si divertiva molto. Ne avevamo parlato nel mese di febbraio perché eravamo stati ospiti al suo festival a Bologna, dove avevo cantato delle romanze dell’Ottocento. Ci risentiamo a maggio, si era detto… e invece poi è mancato. È un omaggio a lui, alla poesia e alla canzone d’autore, rivista con lo spirito popolare, perché è una tarantella, in realtà è un ritmo in dodici, che noi abbiamo riportato un po’ all’origine della tarantella.

Come si è sviluppata la scrittura dei brani?
Nando Citarella - Abbiamo lavorato realmente a sei mani. Io mi sono occupato più della parte vocale e ritmica. Però gli arrangiamenti sono nati come stiamo parlando noi qui, mai via email o in altro modo. Ci siamo sempre visti da me a Frascati o a Cagliari oppure quando ci siamo ritrovati in giro e a abbiamo avuto il tempo di guardarci, di parlarci e soprattutto di provare. Nei momenti in cui la situazione offre meno  concerti, ci siamo ritrovati nello studio di Mauro per qualche giorno a suonare insieme, perché suonando vengono fuori le cose belle e brutte che possiamo elaborare, sia le canzoni di estrazione popolare siciliane portate da Pietro, sia le cose più napoletane che ho portato io. Il disco si apre con i clochard e si chiude con i posteggiatori… i tre cumpari, sono i temi della tradizione che ho sempre toccato. Quello dei “Tre cumpari”, è stato un gioco. Pensa che, tra l’altro, c’è un video de “I tre cumpari sonatori” di Carosone, con le voci alterate, con disegni animati di tre pupazzi: uno che canta, uno con il mandolino, e con la zampogna (https://www.youtube.com/watch?v=JhLOdjNNNGs, ndr).  L’abbiamo registrata veramente a un tavolo con un microfono in mezzo e l’abbiamo suonata così, si sentono anche rumori di oggetti: una chicca, per chiudere il filo del discorso sulla strada e sulla tradizione dei vari linguaggi. Come nella bellissima “Danza in minore”, di Mauro, che è una forma di ballo trattata con liuto cantabile e friscaletto.

Su “Danza in minore”, ascoltiamo proprio il maestro Palmas…
Mauro Palmas - è una danza insolita per la Sardegna: la metrica è quella del ballo campidanese , le linee minori sono spesso assenti nella musicalità soprattutto del ballo, anche se ascoltando grandi suonatori del passato, le modalità minori a volte si intravedono. Diciamo che il maggiore è sempre il preferito, contrariamente alla Corsica che prevede spesso il minore. L’unica modalità di canto oramai divenuto tradizionale che ricordo in minore (sardo) è detto canto alla corsicana:  mi sa che la dice lunga. Ma tornando a “Danza in minore” è un brano che ho scritto per orchestra d’archi, corno F, corno I e clarinetto, eseguito alcuni anni fa all’Expo Jazz a Cagliari, riportato alla sua essenza: liuto cantabile fraseggio, marranzano ritmo, friscaletto, armonie scritte per i fiati e poi fraseggio intrecciato con il liuto cantabile. La metrica del ballo è rispettata. 

E pure il maestro Cernuto…
Pietro Cernuto -  Questo brano è reso ancora più particolare grazie all'inserimento del friscaletto, non tanto per mettere in evidenza il virtuosismo dello strumento, ma perché interpreta le note che nella tradizione sarda dovrebbe fare il sulittu, ossia il flauto di canna usato in Sardegna. Danza sarda quindi in cui liuto cantabile e friscaletto siciliano giocano insieme rispondendosi tra loro.

Mauro, tuo è anche un altro strumentale, “Luna Piena”.
Mauro Palmas - Anche “Luna Piena” è stato scritto inizialmente per quartetto d'archi e ora asciugato. La prima parte è eseguita con il mandoloncello e la seconda con il liuto cantabile, mentre al friscaletto è affidata l’intera linea melodica.  Ora esiste nelle produzioni dal vivo anche la versione quartetto d'archi, friscaletto e liuto. 

Che lavoro nella ricerca dell’equilibrio timbrico?
Nando Citarella - Non abbiamo neanche voluto eccedere. Lo ritengo un disco quasi cameristico, perché vengono fuori molto le voci, ci sono melodie molto belle. Poi laddove c’è la parte ritmica che va un po’ esaltata, per esempio nella contro-pizzica, nella “Tamapizzicà”, abbiamo lavorato su una forma “Pizzica di Aradeo”, che è tutta cantata in levare. Viene quasi con un’esaltazione del reggae che porta sotto come ritmo, dove il tamburello va sul battere e il canto e gli altri strumenti in levare. Poi sul ritornello tutti gli strumenti scendono. In mezzo abbiamo unito un canto d’amore siciliano, che è molto simile. Quando il ritmo si congiunge, ci canta Pietro.

Pietro Cernuto - Naturalmente, parlando di tradizione siciliana, non poteva mancare un omaggio a Rosa Balistreri: ecco che abbiamo inserito “Olì olì olà” all'interno di “Tamapizzicà”.

Mauro Palmas - È un disco che rappresenta la realtà del trio: abbiamo preferito ad una perfezione ottenibile in studio un qualcosa che descrive di più quello che potrebbe essere un concerto. Raramente esistono sovraincisioni ed è, praticamente, tutto eseguibile dai tre ‘cumpari’.

Come nasce “Filuché”, brano che finisce in… Via dei Matti numero zero?
Nando Citarella - Quello è un passaggio: partiamo dalla baia di Tindari, saliamo a Manipuglia, che è il Santuario della Madonna che avevo visitato tanti anni fa e che avevo cantato con la buonanima di Francesco Manente nel suo disco “Dindirinella” del1980 a cui avevo partecipato. Devo tanto a Manente, e non manco mai di citarlo in molti dei miei dischi, perché lui mi ha fatto fare ricerche in Calabria tra il 1979 e 1981. Tra l’altro, da quattro anni proprio a Crucoli (il paese di Francesco, oggi in provincia di Crotone) è stato istituito il Premio Manente dai fratelli Marasco: è un premio sui video e la musica abbinata alle immagini. Poi il brano si porta su in Campania, attraversa con la “filugnana” e va nel campidanese. E lì abbiamo pensato, poiché c’è la parte spagnola, la parte catalana di Alghero, di inserire il ritmo de “Lo Reyes de La barraca”, un brano che fu riscritto da Garcia Lorca e rielaborato da De Falla – figuriamoci! – che è molto molto simile alla canzone di Sergio Endrigo, che alla fine chiude anche il bacino mediterraneo a Genova. È diventato un gioco, la musica è sempre gioco, ma è anche un piccolo viaggio. 

Mauro Palmas - Come ha detto Nando, “Filuchè” è un intreccio di varie melodie, con la citazione-omaggio a Sergio Endrigo, ma c’è  anche una pre-citazione mia con un testo di Gabriela Ledda: “In cussa dòmu nodìa de jelu e sa/ crabetura dui bivi sa / vantasis gioghendi cun sa natura / Si aintrus bolis intrai depissighiri su entu is alas depis bogai ca de alligria e subvà mmentu subamentu”, che tradotto significa: “In quella casa tanto bella il tetto è di cielo, vi abita la fantasia che gioca con la natura / se vuoi andare dentro devi seguire il vento / devi aprire le tue ali perché il pavimento è d’allegria”. Oltre a volersi ricollegare al testo omaggio a Endrigo, nel canto cerco di rappresentare una forma, credo, ormai perduta del Campidano profondo con una linea melodica in minore su accordi maggiore.

Nel mezzo c’è un anche una bella sequenza di zampogna a paro messinese…
Pietro Cernuto - L'entrata della zampogna in minore è stata un'idea mia di arrangiamento. Come avviene anche con gli Unavantaluna, ci tengo molto a diversificare gli arrangiamenti. In quel punto lì, sentivo l'esigenza di cambiare qualcosa e penso di esserci riuscito.

Pietro, ci parli degli altri brani siciliani che hai portato in dote? 
Pietro Cernuto - Tempo fa mi trovavo a una festa patronale in un paese in provincia di Messina insieme ad amici anche loro suonatori di strumenti tipici siciliani. Mentre si suonava per puro divertimento, arriva il Signor Sostene Puglisi di Mili San Pietro (ME), ossia l'anziano zampognaro che io considero il massimo esponente di questo strumento, nonché la persona che mi ha insegnato e tramandato questo mondo. Nel momento in cui questo inizia a suonare, tutti ci siamo fermati ad ascoltarlo con ammirazione. Io sono rimasto, come sempre, incantato dalla sua esecuzione la quale presentava qualcosa di particolare. A fine serata, me ne sono andato canticchiandomi alcune battute che mi erano rimaste impresse. Da queste battute, in seguito, ovviamente rielaborato e interpretato un po’ a modo mio, è nato il “Ballittu missinisi”. Il ritmo imposto da questo ballittu non è altro che il ritmo della danza tradizionale popolare siciliana, ossia il ballittu siciliano, che io, detto in maniera molto elementare, considero una tarantella leggermente più lenta e quindi più cadenzata. In merito al ballittu, ci tengo a sottolineare il grande lavoro che negli ultimi anni sta portando avanti la ricercatrice e insegnante di ballo Margherita Badalà. Invece “O nici” è un lamento originario del paese di Caronia, uno degli ultimi paesi della provincia di Messina al confine con la provincia di Palermo. In questo brano una madre piange la morte della propria figlia. Questa è talmente disperata che in una strofa canta queste parole che mi piace citare: “Prendi un coltello e uccidimi, prendi un coltello e sgozzami perché figlia mia voglio raggiungerti, perché con te voglio morire”. È un brano tradizionale, molto intenso, dall’estensione vocale molto ampia, eseguito e interpretato molto raramente. Testo e melodia sono tradizionali, la musica utilizzata per l’accompagnamento è mia. Si intuisce che “St’amuri d’unni veni” è un canto d'amore. Il testo è parte tradizionale, parte ricostruito da me. La musica invece è sempre mia. L'accompagnamento musicale di questo testo è nato per sbaglio lo scorso anno durante il soggiorno al festival di Lucerna in Svizzera insieme a Mauro. Dopo cena, in albergo, dopo una buona grappa, chiedo a Mauro di aiutarmi a trovare un accompagnamento al testo che in quella occasione gli recitai. Gli esposi una mia idea musicale, e in un niente nacque il brano. La sera dopo suonammo alla festa conclusiva del festival, dove si esibivano a turno con alcuni brani tutti i gruppi partecipanti al festival. Quando toccò a noi, non so perchè, io e Mauro ci guardammo e, senza averlo deciso prima, attaccammo questo brano. Tra il pubblico c’era chi ti ascoltava, chi chiacchierava, chi beveva. A un certo punto, dopo qualche battuta, in sala calò un silenzio che quasi ci mise paura e che ancora ricordo. Alla fine del brano, non so perché, ma credetemi, fu tutto molto bello... e tutto ciò senza volerlo.

Un passaggio notevole del disco è “Carmela” di Sergio Bruni. 
Nando Citarella - È una canzone con cui sono cresciuto. Vengo da una famiglia di panettieri e carrettieri, mio zio Peppe, il carrettiere, che portava la farina, partendo da Nocera, la cantava sempre, la fischiava sempre. In più c’era questo 45 giri con “Carmela” e “’O locco” (Nando accenna il brano, ndr). La mettevano sempre nel fonovaligia e tutti la cantavano in famiglia, perché era una canzone molto, molto conosciuta. Usata in tantissime realtà, dai neomelodici ai vecchi cantatori popolari. Per esempio, Alfonso Cirillo che canta con ‘O Lione, quando la canta, cambia proprio faccia. L’ho proposta perché mi sarebbe piaciuto cantarla; Mauro ha costruito un bellissimo arrangiamento con il liuto cantabile, molto semplice, con tre accordi, senza grandi elucubrazioni, perché alla fine è quello che ci piace di più: raccontare con semplicità, quella che è la poesia e la melodia che incide su. Ancora oggi a Napoli – come sappiamo – “Carmela” è conosciutissima.

Mauro Palmas - Mi sono avvicinato con rispetto alla melodia di “Carmela” – si sa, Sergio Bruni è ‘a voce ‘e Napule”, come scrisse Eduardo – cercando con il liuto e un leggero delay di creare solo un tappeto. Sono pochi accordi in questa canzone, ma tutti intensi. E credo che il friscaletto nelle pause vocali, aiuti a dare e a rispettare le suggestioni.

Pietro Cernuto - In “Carmela” il friscaletto si inserisce, oserei dire, nella giusta maniera. Non chiedetemi il perché, ma sono innamorato del friscaletto in “Carmela”! Sai forse perché? Perché non sono più riuscito a suonarlo in quel modo…

Suonare questa musica in Italia e altrove: quali differenze organizzative e di pubblici?
Nando Citarella - Abbiamo un bel riscontro in Italia, perché fortunatamente come trio abbiamo un aspetto molto raccolto, non è per le grandi piazze, ma per gli ambienti acustici. Infatti, al festival di Berna ci hanno dato dei luoghi bellissimi, dove abbiamo potuto sfruttare la vera acustica della voce naturale, del friscaletto, del canto zampogna e voce e del liuto cantabile e della mandola. Solo un giorno siamo stati in piazza, con una risposta molto buona di pubblico. Quando sei in piazza, batti sulla parte legata alla danza e al ballo sardo che Mauro ha in repertorio. Anche in Italia in alcuni festival, per esempio abbiamo suonato sulle Dolomiti, con tanta gente come pubblico, in versione acustica, una cosa molto bella è proprio la possibilità di usare l’acustica naturale. In un certo qual modo, è quanto sto cercando di fare con il lavoro di struttura mozartiana: riportare al naturale la musica per ridare una nuova sensibilità all’ascoltatore, senza sovrastarlo con i decibel, ma abbassando molto il livello, dando modo a chi ascolta di affinare... È la cosa più bella che ci è riuscita.

Mauro Palmas - All’estero, il pubblico viene colpito dalle differenze linguistiche e musicali delle tre aree geografiche che noi intendiamo rappresentare, perché dimenticano che l’Italia è lunga con culture molto diverse, sono abituati pensarla unica in termini culturali.

Pietro Cernuto - Purtroppo devo dire che trovo più soddisfacente a suonare all’estero anziché in Italia semplicemente perché all’estero quello del fare il musicista è considerato un mestiere, in Italia non si sa cosa sia. Dico purtroppo perché lo constato quasi sempre. Dico questo senza mancare di rispetto al mio Paese: non bisogna mai sputare nel piatto dove si mangia.

Nando Citarella - All’estero l’attenzione è più forte, è un’altra cosa, già il fatto che quando suoni, intorno ìnon hai bar, tavolini o automobili che passano, come ci è capitato al sud o anche verso Roma. D’altra parte ci dicono “Non è possibile chiudere lo spazio, facciamo quello che possiamo…”. E la risposta qual è? Alzare a manetta il mixer, che danneggia, perché la rifinitura dei suoni, che è ciò che ci piace, va persa. 


Ciro De Rosa


Tama Trio – Voglio Un Chilo Di Pane (S’ard Music, 2015)
Il progetto Ta-Ma Trio, ovvero Nando Citarella (tamburi a cornice e voce), Mauro Palmas (mandola e liuto cantabile) e Pietro Cernuto (ciaramedda a paru, friscalettu), è l’incontro di tre straordinari strumentisti che, condividendo spesso il palco, hanno deciso di dare vita ad un comune percorso di ricerca sonora, partendo dai rispettivi background musicali. Ne è nato un itinerario sonoro intrigante che attraversa in lungo ed in largo il patrimonio musicale dell’Italia meridionale dalla Campania alla Sardegna, fino a toccare la Sicilia e l’intero Mediterraneo. Dopo un lungo rodaggio dal vivo, durato alcuni anni, il trio ha di recente dato alle stampe il suo disco di debutto “Voglio Un Chilo Di Pane”, nel quale ha raccolto dieci brani tra composizioni originali, brani tradizionali e riletture d’eccezione, che cristallizzano in modo superbo la magia dei loro concerti. In questo senso, fondamentale per la riuscita del disco, ci è sembrata la scelta di incidere i vari brani, per lo più in presa diretta e limitando al massimo le sovraincisioni, tutto ciò ci consente di apprezzare a pieno le eleganti trame sonore intessute dalle corde di Mauro Palmas, i suoni antichi dei fiati di Pietro Cernuto, e su cui si innestano la voce e le percussioni di Nando Citarella. Ad aprire il disco è la splendida versione di “Treno A Vela”, un omaggio a Lucio Dalla, e più in generale alla canzone d’autore, riletta attraverso la lente dei suoni popolari, quasi fosse una tarantella. Si prosegue con l’incanto acustico di “Danza in Minore”, firmata da Mauro Palmas e tutta giocata sulla metrica del ballo campidanese, con il liuto cantabile a tracciare la linea melodica e a dialogare con il friscaletto, mentre il marranzano scandisce la ritmica la ritmica. Dalla Sardegna si approda in Sicilia con lo struggente canto d’amore tradizionale “St’Amuri D’Unni Veni”, interpretata magistralmente da Pietro Cernuto, il quale imbracciata la zampogna ci regala poi lo strumentale di sua composizione “Ballittu missinisi”, ispirata dall’ascolto di un anziano zampognaro. Uno dei vertici del disco arriva con il pastiche “Filuchè”, un brano che sintetizza in modo mirabile le esplorazioni sonore del Tama Trio, spaziando dalla baia di Tindari alla Campania con la “filugnana” per poi approdare nel campidanese con un testo di Gabriella Ledda, fino a concludersi con la citazione di “Via Dei Matti Numero Zero” di Sergio Endrigo.  Si torna in Sicilia con la toccante “O Nici”, un brano tradizionale di Caronia, in cui la voce di Pietro Cernuto fa emergere tutto il dramma di una madre per la perdita della propria figlia. La trascinante “Tamapizzicà”, in cui il tradizionale salentino “Pizzica di Aradeo” si confonde con un canto d’amore siciliano, ci introduce poi all’altra perla del disco è la rilettura di “Carmela” di Sergio Bruni, magistralmente interpretata da Nando Citarella ed impreziosita da un arrangiamento di grande suggestione in cui spicca il liuto cantabile di Mauro Palmas. Verso il finale, a catturarci, è poi lo strumentale “Luna Piena” firmato da Mauro Palmas, che si destreggia tra mandola e liuto cantabile, in un dialogo di grande intensità con il friscaletto di Cernuto. Il gustoso divertissement “Tre Cumpari” di Renato Carsone, chiude un disco di splendido nel quale convivono anime, atmosfere e tradizioni differenti, tra poesia e leggerezza.


Salvatore Esposito