Le Vent du Nord – Têtu (Borealis Records, 2015)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“Têtu” è l’ottavo album della pluripremiata band quebecchese, espressione di un folk progressivo maturato attraverso anni di concerti e di vita musicale condivisa, partendo da una solida formazione che ben si estende oltre le espressioni tradizionali locali (dalla musica colta al jazz), di cui peraltro i quattro artisti sono profondi conoscitori. Dal 2007, Le Vent du Nord sono Nicolas Boulerice (ghironda, piano, voce), Olivier Demers (violino, podoritmia, chitarra e voce), Réjean Brunet (organetto, basso, bombarda, voce) e Simon Beaudry (bouzouki, chitarra, voce). I quattro musicisti (incontrati da “Blogfoolk” con altri giornalisti internazionali la scorsa primavera alla fiera marsigliese Babel Med Music), connotano il titolo dell’album come ‘determinato’ e ‘risoluto’ piuttosto che con il più consueto ‘testardo’, spiega Demers. E la risolutezza si avverte nell’esplicito impegno da parte di questi eccellenti musicisti di mettere al centro l’identità francofona nel mare anglofono. Il disco offre uno sguardo maturo sulla musica québécoise, attingendo per scrittura e stile alle forme tradizionali franco-canadesi, in cui è preponderante la matrice vocale del canto a risposta (che mostra analogie con i moduli popolari bretoni e normanni), laddove la tessitura strumentale e danzereccia mette a frutto il peso del mondo scoto-irlandese, senza dimenticare l’apporto autoctono (i francesi erano molto vicini ai nativi canadesi, sottolineano i quattro musicisti). «Lavoriamo ancora su materiali tradizionali e facciamo ricerca. Cerchiamo di creare nuove interpretazioni di brani di tradizione. Componiamo anche nuove canzoni in stile popolare di argomento storico e politico per far comprendere chi siamo. Conserviamo lo spirito della tradizione con un pizzico di esotismo», spiega ancora Boulerice, che è un po’ il cuore del gruppo. Altro elemento che contraddistingue sul piano ritmico la musica de Le Vent du Nord è l’uso dei piedi come strumento ritmico: è la ‘podoritmia’, per usare il termine, un po’ ampolloso, creato negli anni ’70 del secolo scorso da Alain Lamontagne, musicista di Montreal. «Pur se all’apparenza è un ritmo molto semplice, in realtà è un battito profondo, tale da indurre una sorta di trance», osserva ancora Demers. La loro nuova incisione presenta quindici tracce dalla scrittura ben rifinita, dagli arrangiamenti articolati (da quelli più schietti e accattivanti alle orchestrazioni più complesse e ricercate, fino a ospitare il quartetto d’archi Quatuor Trad) e dall’elevata qualità fonica. 
Prendete l’apertura “Noce tragique”, brano originario della regione bretone del Morbihan, con l’ostinato di violino, lo scacciapensieri, il canto a risposta e la costruzione timbrica e armonica che si arricchisce strada facendo. Basta questa prima traccia per capire che “Têtu” non è un disco qualsiasi. Nicolas Boulerice è l’autore di “Loup-Garou”, potente per i suoi cambi di tempo, una canzone sulla strumentalizzazione della religione, espressa dalla storia di un lupo mannaro che intende prendersi una rivincita sulla religione cattolica che lo condanna. Invece, “Le rosier” è una bella canzone d’amore scritta dal compositore Mario Breault, la storia è quelle di un militare pronto alal diserzione piuttosto che rinunciare a rivedere il suo amore: qui lead vocalist è di nuovo, come nella prima traccia, Simon Beaudry. Si balla con i due temi strumentali tradizionali “Cardeuse/Riopel”, guidati da uno straripante violino e dal sostegno ritmico dei piedi. Con “Confédération”, canzone engagée firmata Demers, i quattro entrano direttamente nelle questioni delle politiche identitarie del Canada con una canzone rivolta ai francofoni nordamericani che sono un po’ smemorati. «L’idea della canzone è nata – racconta Boulerice – quando le autorità politiche nazionali canadesi hanno deciso di festeggiare il 150esimo anniversario della confederazione (riferendosi alla formazione del Canada nel 1867). Una scelta bizzarra, visto che la città di Québec è stata fondata nel 1608. Com’è possibile che il Canada sia più giovane della città?» Insomma, dalla prospettiva francofona sono circa 400 anni di storia. Dagli archivi Le Vent du Nord hanno ripreso “Chaise ardente”, canzone il cui eroe per curiosità scende all’inferno per scoprire la sorte della sua bella. Gira al massimo la band nel muscolare medley strumentale tradizionale “D’ouest en est” (sentite che accompagnamento di piano). Si ritorna all’attualità con “Forillon”, pagina non esemplare della storia del Québec che ricorda l’espropriazione forzata di famiglie nella penisola di Gaspé per favorire la creazione del parco nazionale Forillon Park negli anni ’70 del secolo scorso. D’effetto il cambio di atmosfera nella sognante “Petit reve IX”, caratterizzata da linee di chitarra acustica, mirato tocco di ghironda ed essenziali frasi di violino a fare un po’ da introduzione ad uno dei brani più malinconici del disco, la ballata “L’échafaud”, proveniente dagli archivi dell’Università di Laval, storia di un orfano che cerca consolazione nell’immagine della madre. Band in grande spolvero in “Entre ciel et terre”, strumentale scritto da Olivier Demers a tempo di jig irlandese. In “L’echafaud”, un uomo guarda alla sua vita senza rimpianti poco prima che sia eseguita la sua condanna a morte. Senza soluzione di continuità finiamo ne “La marche des Iroquois”, che con la successiva “Papineau” è formidabile insieme di armonizzazioni vocali, bordoni vocali e sillabazione ritmica non-sense. Si swinga nella degna conclusione affidata a “Amant volage”. Le Vent du Nord sono tra le star della musica trad internazionale. 


Ciro De Rosa