Hindi Zahra – Homeland (Oursoul Records, 2015)

Mettiamola cosi: “Homeland”, il secondo disco di lunga durata (a parte i singoli e i due EP) della cantante di origine marocchina di residenza francese (è nata nel 1979 a Khouribgha, Marocco, da padre militare, di ascendenza tuareg, e madre musicista di cultura berbera) è un crossover world pop. Per carità, non vi indignate brandendo la spada dell’autenticità (che poi anche l’autenticità è categoria mobile, contestuale e selettiva), “Homeland”, è un signor disco, che rappresenta pienamente una donna cresciuta nel Maghreb con musiche e danze della tradizione amazigh, con la musica egiziana, genere mainstream in molti Paesi arabi negli scorsi decenni, per poi scoprire il rock, il soul e il reggae. Se Zahra aveva mietuto consensi e premi con l’intima essenzialità del suo esordio (“Handmade”, 2010), in questo nuovo capitolo di cui è autrice, arrangiatrice e produttrice, più smooth e studiato nella ricerca dei suoni, la trentaseienne artista mette insieme il mosaico multiculturale marocchino e le ispirazioni globali, immancabili per chi vive da quando era adolescente nella capitale francese, dove ha intrapreso la carriera di musicista. Affascinata dalla biografia di un’artista che dà scossoni ai modelli di fortezze e muri, mentali e fisici, eretti a protezione di privilegi nazionalisti, negazione del meticciato iscritto nella storia dei popoli, la stampa internazionale l’ha subito incorniciata nei modelli femminili rock e jazz. Ma sono paragoni che lasciando il tempo che trovano, finendo per diluire nell’agiografia pop-rock la specificità di Hindi, che è stata anche attrice in “Il Padre“ di Faith Akin e in “The Narrow Frame of Midnight” di Tala Hadid. Le cronache parlano di oltre due anni di concerti dalla pubblicazione del primo disco, di esibizioni in tutto il mondo, dopo le quali Zahra ritrova sé stessa nella tranquillità di una dimora aristocratica di Marrakech. È qui che in compagnia di Rhani Krija, percussionista di Essaouira, inizia a scavare nei ritmi del mondo e a comporre (in un’intervista Zahra gioca con la rappresentazione esotica parlando di un “tappeto volante percussivo”). Da questo sostrato percussivo iniziano a prendere forma le canzoni del nuovo album, che ha trovato fonte d’ispirazione ed è stato registrato, oltre che nella sontuosità del riad, tra le meraviglie sonore meridionali dell’atlantica Essaouira e il fascino arabo-andaluso e gitano di Cordoba, per poi trovare la rifinitura finale nella metropoli d’adozione. La voce calda, delicata e flessuosa di Zahra fa da collante alle undici tracce di questo che la cantante definisce un ‘diario di viaggio’. Libero intreccio di pop occidentale, morbide atmosfere jazz e soul, sprazzi di chanson francese e ritmi di bossa nova, umori cubani e stilemi saheliani, rock e chaabi. Si parte alla grande con il magnetismo di “To the forces”, concepito come tributo alle popolazioni delle montagne dell’Atlante, dal colore sonoro desertico portato dalla chitarra della star nigerina Bombino. In sintonia si pone la splendida, e altrettanto ipnotica, “Cabo Verde”, cantata in tamazight, impegnata di moduli sonori berberi. “Silence” è una calorosa jazz ballad, con la sezione ritmica (Rhani Krija alle percussioni, Alberto Malo alla batteria, Pablo Navarro al contrabbasso) a dare sostanza, le sottolineature del piano di Alexis Anerilles, la limpidezza delle chitarre (Juan F. Panki alla spagnola e Abdenour Djemaï all’acustica) e la fluidità del flauto di Jocelyn Mienniel. Invece, nell’abito pop anglofono del singolo “Any Story”, ancora alimentato dalle evoluzioni del piano, dalla chitarra di François Lasserre e da una sezione d’archi, si esaltano gli insegnamenti ricevuti dagli avi. Si spinge nei territori del folk-pop francese con contorno di chitarre flamenco e cordofoni dell’algerino Djemaï “Un jour”, che è il racconto malinconico di un amore trovato e perduto a Parigi. All’universo della canzone levigata è ascrivibile anche il commiato dell’album, “The Moon is full”, in cui la tromba di Enrique Rodriguez Paredes si conficca tra i ricami della chitarra e il tempo soffuso dettato dalla sezione ritmica. Sul fronte latino, ha un andamento da bossa “Can We Dance”, che trova fervore ritmico nelle percussioni di Ze Luis Nascimento e sapore melodico nel flauto di Mienniel, mentre “La Luna” dondola sul vestito ritmico cubano. I tempi si dilatano nel calore dub di “Dream”; è incontro di chitarre su rotte desertiche “The Blues”, cantata in inglese, che cede il passo all’eterea finezza acustica (chitarre, sezione d’archi e cori) di “Broken Ones”. “Homeland” è un disco libero, charmant e avvolgente, che riporta Hindi Zahra alla grande sulla ribalta internazionale. 


Ciro De Rosa