Antonio Francesco Quarta – Amores de Tierra (AFQ Produzioni, 2015)

Torniamo a parlare di Antonio Francesco Quarta in occasione dell’uscita di “Amores de tierra”, il nuovo album che il cantautore di origini salentine ha dedicato al cantante e chitarrista argentino Atahualpa Yupaqui. Come è stato sottolineato a proposito di “Verdeluna Verdemar” – l’album del 2014 nel quale Quarta aveva selezionato una serie di brani della cantante messicana Chavela Vergas – lo stile e l’idea sono riconducibili a una costruzione dell’album che guarda all’insieme. Che guarda, per dirla meglio, a un insieme coerente, ovviamente composto e determinato dalle sue singole parti, e quindi alla prospettiva del concept. Torno a dire che non si tratta di un elemento secondario. Perché questa prospettiva, oltre a riflettersi nella selezione dei brani (che è importante ma rimane marginale, almeno nelle prime fasi della progettazione), riverbera un insieme di riflessi sul profilo generale dell’album. Il quale si delinea, fin dai primi ascolti, come l’omaggio a una figura, a un personaggio e al suo universo simbolico, e come una scelta narrativa, con dei riflessi impliciti ed espliciti. E ancora, si configura come coerentemente calato sulla visione di Quarta. Il quale, come ha dimostrato anche in passato attraverso una discografia articolata e meditata, riesce a dosare interpretazione (la sua posizione, i suoi filtri, le sue idee), ammirazione per un repertorio specifico (conosciuto, diffuso tra un pubblico più curioso e “ricercatore”, ma non popolare nello scenario mainstream internazionale), interpretazione e una certa voglia di divulgare i contenuti dei brani selezionati (per questioni di ordine musicale e artistico, ma probabilmente anche culturale e politico). D’altronde anche in “Amores de tierra” ritorna una figura forte (molto conosciuta in Argentina, ma non solo: sia Paolo Conte che Vinicio Capossela lo hanno citato nei loro lavori), che ha fatto convergere nel suo repertorio sia le culture musicali popolari sia un’idea di musica intesa come espressione sociale, e quindi politica. Nell’interpretazione di Quarta, le undici tracce che compongono la scaletta sono proposte con chitarra e voce, seguendo una struttura che si può definire tradizionale di quella forma di cantautorato cui si riferiscono. In realtà, come è evidente, si tratta di una narrazione che ci riconduce non solo ad Atahualpa Yupaqui (il cui vero nome è Héctor Roberto Chavero Aramburo), ma allo scenario folk internazionale. E questo – anche se dentro un quadro di incastri forse scontato – chiude il cerchio, permettendomi di corroborare una semplice ipotesi che mi ha pungolato dal primo ascolto del primo brano. Siamo in una scena sudamericana – di cui abbiamo sommariamente accennato qualche elemento di carattere generale – che coincide con una scena più ampia. I brani sono contrassegnati da contenuti anche politici (in scaletta trova posto “Preguntan de donde soy” di Guevara e Adoum), lo stile adottato nella riproposta più che filologico può essere definito empatico. Cioè, artisticamente ma anche idealmente, molto vicino alla matrice. Per questo “Amores de tierra” lo considero un esempio di folk compiuto. E non perché non possa fare a meno di definirlo in relazione a una categoria. Ma perché credo che sia un tentativo capace di dimostrare come si possa sviluppare il progetto di riproposta di un repertorio strutturalmente complesso. Le soluzioni adottate da Quarta, d’altronde, riflettono il suo stile personale (un canto morbido, la costruzione di linee melodiche equilibrate, sostenute, dinamiche ma ordinate, placide, un andamento ritmico coerente con i contenuti testuali), assecondato dalla chitarra di Dino Doni. Che avvolge il canto con un accompagnamento deciso e costante. Il quale viene spesso ampliato – in alcuni passi tra una strofa e l’altra, nei prologhi, negli intermezzi musicali – con linee melodiche e variazioni, senza perdere di vista la linea di fondo: in questo senso “Chacarera de las piedras”, “Luna Tucumana” (due brani sostenuti in cui la chitarra assume una funzione ritmica più marcata), “La pobrecita” e “Baguala del Pobrecito” sono più rappresentativi degli altri.



Daniele Cestellini