Tarantula Folk Festival, Parabita (Le), 18 Luglio 2015

Il Tarantula Folk Festival si affaccia sulla già affollatissima scena estiva salentina per ripensare la tradizione popolare da un’angolazione diversa. Il luogo prima di tutto. Un agriturismo sulla sponda gallipolina del Salento come metafora di un ritorno a una dimensione agreste: suoni che si propagano da un’aia, corpi di danzatrici a contatto diretto con la terra, alberi di ulivo che fanno ombra ad animate discussioni tra ricercatori, operatori culturali, musicisti, amatori. Sì perché il luogo del Tarantula Folk Festival, lontano dalle luci della città, è soprattutto metafora di un ripiegamento riflessivo sulle possibilità ancora inesplorate, o nel corso degli anni trascurate, che riguardano la musica popolare salentina. Promossa dall’associazione Patr’act, la tavola rotonda del Tarantula Folk Festival, chiamando a raduno figure specifiche e complementari che lavorano sul patrimonio immateriale del Salento, ha convocato, come non si faceva ormai da tempo, gli stati generali della musica popolare salentina. Un antropologo (Eugenio Imbriani, Università del Salento), una musicologa (chi scrive, Università di Montréal), un consigliere amministrativo (Sergio Blasi, Fondazione La Notte della Taranta), un vicepresidente (Raffaele Gorgoni, Fondazione La Notte della Taranta), una danzatrice (Maristella Martella, Tarantarte), tre musicisti (Antonio Nicola Bruno, Nico Berardi, Antonio Castrignanò), un maestro di cerimonie (Andrea Carlino, Patr’Act e Università di Ginevra) hanno imbastito una discussione corale contribuendo, ognuno dal proprio ambito d’azione, a portare linfa all’ormai sbiadito dibattito sulla fenomenologia del movimento di riproposta della musica popolare salentina. 
Gli argomenti affrontati ruotano intorno a cinque tematiche essenziali, declinate in maniera originale dai diversi partecipanti. 1. Il sapere del popolo come pezzo di economia possibile. 2. Il patrimonio come risultato di scelte. 3. L’importanza degli stati nascenti nei processi creativi. 4. La tradizione come traiettoria artistica. 5. La musica popolare salentina come prodotto culturale sul mercato internazionale delle musiche del mondo. Il confronto con la Fondazione Notte della Taranta è obbligatorio dal momento che negli ultimi quindici anni, nel bene e nel male, i destini dei protagonisti del movimento di riproposta musicale legato alla pizzica sono stati direttamente o indirettamente segnati dalle scelte prese intorno al e in funzione del concertone di Melpignano. E proprio di scelte parla, infatti, Eugenio Imbriani, seduto al tavolo del confronto nella doppia veste di membro del consiglio scientifico della Fondazione e di antropologo esponente del gruppo di studio “Storia e Memoria del Tarantismo” diretto da Andrea Carlino. Di quali scelte si tratta? Di quelle che ognuno degli attori implicati nella gestione del patrimonio culturale locale attua nel momento in cui attiva nel presente, tramite azioni mirate, tale patrimonio. L’analisi che propone Imbriani è particolarmente raffinata: il patrimonio non è un’eredità che ci viene consegnata, ma un insieme di cose – saperi, valori, pratiche, ecc. – che etimologicamente ci legano a un padre (e non ad una madre!). E, dal momento che i padri si possono anche scegliere, la patrimonializzazione è un processo attivo, consapevole. 
Il concetto di eredità implica, infatti, una passività che si attenua invece, in maniera significativa, nella lettura del patrimonio proposta da Imbriani. I soggetti “agiscono” il patrimonio tramite scelte e gestiscono i rapporti con i padri in funzione di un adattamento al presente. È questa, in fondo, l’azione più significativa che secondo Imbriani l’Istituto Carpitella, prima, e la Fondazione Notte della Taranta, poi, compiono quando scelgono come trattare il patrimonio musicale perché possa rispondere alle molteplici istanze del presente. Qual è la principale istanza alla quale la Fondazione è stata chiamata a rispondere? Il consigliere Sergio Blasi ne traccia una traiettoria definita e inequivocabile: sovvertire un tradizionale paradigma economico incentrato sull’industria e lo sfruttamento delle risorse locali per affermare un modello di sviluppo sostenibile che fa leva sul patrimonio musicale salentino. La cultura, insomma, che diventa attrattore turistico. Non più solo il mare e la natura, ma la storia, le tradizioni e le pratiche poste al centro di un’azione consapevole di valorizzazione del patrimonio immateriale. Studio, ricerca e approfondimento sono, nella visione di Blasi, tre assi sinergici che possono contribuire a rafforzare quell’idea di turismo culturale di cui la Fondazione si è fatta promotrice in questi ultimi anni. È questo dunque il progetto culturale che la Fondazione intende perseguire anche negli anni a venire, affermandosi al tempo stesso come una sorta di casa-madre che accoglie e sostiene le iniziative locali. Il riferimento a progetti nascenti come il Tarantula Folk Festival è implicito, un ponte per intessere un dialogo è dunque lanciato, nonostante da parte sua Andrea Carlino non nasconda la volontà di considerare questo nuovo festival come una delle possibili azioni critiche nei confronti della Fondazione. Dialogo sì, dunque, ma dialettico e critico. 
Un incipit piuttosto pessimista è quello di Raffaele Gorgoni: la Notte della Taranta rischia di coprire il ruolo di una sorta di stagione lirica del terzo millennio, dove di anno in anno si risponde a un “purché si faccia” che ne affievolisce tutto lo slancio innovativo. Il concertone e le scelte legate a questo evento sono al centro della riflessione di Gorgoni che indirettamente chiama in causa questioni interessanti e al tempo stesso annose che riguardano i processi creativi. E il riferimento è alla scelta dei maestri concertatori: si sceglie secondo una logica di sottrazione dal presente (una sorta di “usato sicuro” che ne garantisce il successo di pubblico) o alimentando il fuoco della creatività e optando per gli stati nascenti? Forse, i concetti che qui non sono palesemente evocati sono quelli di coraggio, audacia, temerarietà. Ma non è facile scommettere sugli stati nascenti di fronte all’ansia dei grandi numeri e dei risultati in termini mediatici. Eppure audacia e coraggio di puntare su giovani creativi non si contrappongono necessariamente al concetto di tradizione. Della tradizione, d’altra parte, Gustav Mahler aveva proposto una lettura dinamica definendola custodia del fuoco e non adorazione della cenere. Nella musica popolare, ricorda il cantautore lucano Antonio Nicola Bruno, si sono provate tante strade per rileggere la tradizione, passando per macchine e sintetizzatori che codificassero nuovi linguaggi. Sul palco del Tarantula Folk Festival se ne sono avvicendate almeno tre: quella national-pop e festosa del salentino Antonio Castrignanò, quella crossover e in parte sperimentale dei Petrameridie diretti da Toni Esposito, e quella poetica, raffinata e al tempo stesso viscerale del duo composto da Alfio Antico e Attilio Turrisi. 
Il processo di creazione non è sempre facile da raccontare e le tappe sempre un po’ difficili da descrivere quando l’istinto prende il sopravvento. La musica popolare la si può allora ricreare, reinventare entrando in naturale e non-cosciente armonizzazione con i suoni organizzati, o la si riscrive a seguito di processi di studio e di appropriazione cosciente di un linguaggio specifico. E per la danza? Come per la musica, il discorso è sempre in bilico tra un’estetica che si ritrova a “tradire” talvolta il presente (nei processi filologici di riproposta), talaltra il passato (nell’innovazione e reinvenzione dei repertori). Maristella Martella, in un intervento appassionato e teso, propone un lavoro sulla tradizione che conduca al semplice e all’essenziale: la storia raccontata da un corpo denudato. La danzatrice ha dato un saggio della sua ricerca dell’essenziale nel laboratorio pomeridiano di danze tradizionali e nello spettacolo con la compagnia Tarantarte, in apertura di serata. Uno spazio importante è stato riservato anche alle percussioni, oggetto di un atelier corale che ha visto come maestri Alfio Antico, Toni Esposito e il giovane salentino Federico Laganà. Alla fine del dibattito, le questioni aperte restano numerose perché in fondo questo primo ritorno riflessivo sulla musica popolare salentina ha permesso appena di lanciare su un tavolo i materiali per la riflessione. Tante sono le ambiguità e le contraddizioni – ancora tutte da interpretare – che emergono nei discorsi dei protagonisti del movimento di riproposta. Qual è il filo sottile e invisibile che mette in relazione creatività/prodotti culturali/economia/successo? I percorsi di studio, di riflessione e di azione devono moltiplicarsi per coprire spazi inesplorati, inventare soluzioni nuove che riguardino la musica, il pensiero, l’impegno intellettuale, la creazione. In sostanza, una musica popolare salentina situazionista che preveda nuovi ambienti spaziali di attività, l’invenzione di modi nuovi di rimescolare i suoni e le intenzioni artistiche quanto culturali. 


Flavia Gervasi