Pedro Navaja Sound Machine – Grita la noche (Autoprodotto, 2015)

“Grita la noche” è il secondo album di Pedro Navaja Sound Machine, un ensemble di base a Genova ispirato dalle differenti declinazioni del panorama musicale sudamericano. I dodici brani che compongono la scaletta non sono particolarmente semplici o lineari, ma lasciano intendere che sono suonati con coinvolgimento, attenzione ai dettagli e una competenza tecnica in grado di stabilire delle connessioni forti con la scena espressiva da cui traggono ispirazione (dove troviamo pachanga, cumbia, tango, ma anche echi di reggae, ska, raggamuffin, fino ad arrivare a una struttura di base rock). Poi, approfondendo l’ascolto e analizzando i brani più nel dettaglio, si riconoscono alcuni particolari importanti. Che non solo strutturano il flusso musicale in modo tale da garantire una coerenza di fondo, necessaria soprattutto in casi come questi, legati a una matrice forte e riprodotta attraverso soluzioni spesso agli antipodi. Ma lasciano emergere una certa inventiva nelle esecuzioni e negli arrangiamenti, che pone l’album su un piano ulteriormente lontano dalla riproposta celebrativa e pleonastica di stili musicali molto diffusi e riproposti. Il primo particolare che mi ha colpito è stato il flauto traverso in “Bangra”, un brano spinto, stretto dentro un andamento circolare di fiati, voci e batteria. I fiati puntellano la prima parte del brano fino a delineare una melodia più compiuta appena prima dell’intermezzo musicale del flauto. Quest’ultimo asciuga il rombo come una spugna, sospendendo un flusso che riprende appena dopo ancora più determinato e pieno. Sin dal prologo il brano è funestato da batteria e percussioni, su cui i fiati stendono una linea melodica attorno a cui il brano si impernia fino alla fine. Oltre a questo ci sono le voci: quella principale di Paola Escobar Berrios reitera poche parole dentro un ritmo dritto. Mentre le altre, che intervengono in coro, accentuano e ingrossano alcuni passi del testo con una cadenza ritmica regolare. Inoltre c’è la chitarra elettrica, distorta e dura, che sostiene inverosimilmente un brano denso ma molto lirico. E il flauto, a metà del brano assopisce il vortice e abbassa il volume, facendo convogliare nel suo flusso tutti i riverberi degli altri strumenti. Come ho detto, si tratta di una pausa breve, ma calibrata a tal punto da sembrare un vuoto, un raccordo, un sospiro tirato prima di riprendere la corsa. Ciò che, in termini generali, rende il disco interessante è, inoltre, la coralità. Intesa come volume ma anche organizzazione, calibratura. Di base la band è composta da sei elementi (voce, chitarra elettrica, basso, batteria, fiati), ma in alcuni casi ne intervengono altri (sax, chitarra classica, tastiere, percussioni, flauto). E il suono si arricchisce, grazie soprattutto all’equilibrio verso il quale convergono tutti (per quanto i brani non ne risentano in prontezza e naturalezza, l’estemporaneità qui ha un ruolo ausiliario, o comunque è ben canalizzata dentro il processo di scrittura). La coralità emerge più nettamente in brani come “Popolo”. Ma si può riscontrare dappertutto, specie nelle parti dei fiati (“Camaron”) – che allacciano gli altri strumenti con frasi melodiche articolate – e nel ritmo coerente della batteria, spesso sostenuta dalle percussioni e dai due cordofoni principali. Se vogliamo smettere di battere i piedi e oscillare più cautamente, possiamo, infine, soffermarci su “El machaco”. È uno dei brani più interessanti dell’album, anche se legato a un lirismo latino più convenzionale. Esce dallo schema compositivo solo per quanto riguarda il volume degli strumenti. L’intermezzo musicale è lasciato alla chitarra classica (che configura un’altra sorprendente sospensione), ma i fiati la fanno da padrone, allineando una melodia straordinaria. 


Daniele Cestellini