Noel Gallagher’s High Flying Birds, Postepay Rock in Roma, Roma, 9 luglio 2015

Autunno 1995 il regista Nigel Dick dirige il videoclip di “Wonderwall” dall’album “(What’s the Story) Morning Glory?” degli Oasis. Il bel faccione di Liam Gallagher riempie completamente lo schermo ipnotizzando il pubblico, mentre gli altri membri della band sono relegati in secondo piano. Tra loro, seduto su di uno sgabello con in braccio la chitarra, il fratello Noel, autore del brano. Sono passati da allora vent'anni e Noel Gallagher (48 anni e tre figli) appare profondamente cambiato. Quello che si è esibito giovedì 9 luglio al Postepay Rock in Roma ospitato dall’Ippodramo delle Capannelle della Capitale, è un artista ormai completo. Non più solo “il fratello poeta” o “dei due, quello con l’anima, quello che canta poco”, ma a tutti gli effetti, il leader della band che porta il suo nome: Noel Gallagher’s High Flying Birds, fondata nel 2010 dopo lo scioglimento della band di Manchester. Un addetto palco invoca un minuto di silenzio per rispetto verso il bimbo di quattro anni morto nella stazione metro di Furio Camillo proprio quel giorno. Il pubblico romano è sensibile all’appello, un silenzio irreale riempie l’Ippodromo. Un educato applauso finale e la band con il suo leader può entrare puntuale alle 21.45. Camicia bianca fuori dai pantaloni, qualche ruga in più, fra le mani la sua elettrica Gibson rossa. Si piazza al centro del palco, sicuro e ispirato, un cenno d’intesa con i compagni, Jeremy Stacey (batteria), Russell Pritchard (basso), Mikey Rowe (tastiere e organo Hammond), Tim Smith (chitarra), e si parte. L’inizio è una cavalcata fra i brani del suo primo album da solista “Noel Gallagher’s High Flying Birds” e dell’ultimo, “Chasing Yesterday”, uscito per la Sour Mash Records questa primavera, e autoprodotto, quindi in totale libertà e istinto personale. 
Il pubblico gradisce, c’è chi canta convinto i nuovi brani, chi si muove trascinato dal ritmo, chi ascolta per imparare ad apprezzare le novità. Spazio quindi alle meno conosciute “(Stranged On) The Wrong Beach”, “Everybody’s on the Run”, “Lock All the Doors” e all’ultimo singolo di successo “In The Heat of the Moment”. Lo stile è quello degli ultimi dischi degli Oasis, un sound molto saturo soprattutto grazie alla ritmica della sua Gibson rossa, ai disegni e a gli assoli di Tim Smith, e al ricco set organistico di Mikey Rowe, che raddoppia spesso la linea chitarristica. Abbandonata l’atmosfera familiare dei locali o delle piccole sale da concerto, dove ha spesso deliziato pochi eletti fan, sul palco di Roma compare anche un set di fiati. Come ormai tradizione per moltissimi artisti tromba, trombone e sax arricchiscono e modificano gli arrangiamenti dei brani nella versione live, eppure talvolta sembrano stonare, sono fuori posto: Noel non è Springsteen, la sua musica ha un respiro diverso. Nell’aria si registra impazienza, il pubblico si aspetta ovviamente qualcosa di ben preciso, è come alla ricerca di un tempo perduto, e quando l’elettrica lascia il posto all’acustica, e i suoni si fanno più svuotati e limpidi, il grido “Oasis! Oasis!” si fa potente. “Fade Away” b-side da “Cigarettes & Alcohol”, quarto singolo estratto dall’album di esordio degli Oasis nel 1994, è l’inizio di un viaggio, le orecchie assaporano la voce e le note con un effetto simile a quello delle madeleine proustiane, si torna con la mente a quei giorni e alla “battaglia del britpop” come la chiamavano i giornali dell’epoca. Il fenomeno si ripete quando dopo una nuova carrellata di novità, ricompare l’acustica e la band esegue “Champagne Supernova”, il pubblico grida, alza le mani al cielo, tutti cantano a occhi chiusi. 
Eppure l’incipit è chiaro: “How many special people change/ How many lives are living strange”. Noel è il primo di queste “persone speciali” ad essere cambiato, “Riverman”, brano d’apertura del suo ultimo album, dall’inconsueto sound free jazz accompagnato dal trio di fiati ne è la testimonianza lampante. Mutano anche i riferimenti musicali: “L’idea di usare un assolo di sax mi è venuta pensando ai Pink Floyd. Io amo i Pink Floyd” (RollingStone, marzo 2015). Sebbene brani come “The Dying of the Light” e “Aka…Broken Arrow” abbiano un forte fascino e la cantabilità dei bei tempi, il pubblico non vuole saperne di rassegnarsi e in una pausa cambio-chitarra, comincia a cantare le parole di “Live Forever” ancora datata 1994; Noel chissà se più divertito, sorpreso o indispettito domanda: “Bella, eh? Quale fottuto genio ha scritto questa canzone?”. Il richiamo del passato è troppo forte, anche lui lo sa, così stupisce tutti con “Whatever” anch’essa appartenente agli esordi degli Oasis, c’è però un Hammond a sostituire la sezione d’archi originaria, producendo un effetto veramente pregevole. Se non fosse chiara la destinazione preferita di questo viaggio nel tempo, “Digsy’s Dinner”, ancora da “Definitely Maybe” orecchiabile e scanzonata, lo ribadisce. La sintonia è raggiunta, il pubblico è soddisfatto degli squarci di passato che gli sta regalando e accetta di buon grado di seguirlo nella nuova avventura in cui si è lanciato, l’entusiasmo per l’acustica ed emozionante “If I Had a Gun” - dopo il quale Noel abbandona il palco - lo dimostra appieno. 
Il bis è una totale autocelebrazione. Si comincia con “The Masterplan”, un b-side dei tempi degli Oasis che varrebbe già da solo il prezzo di un album e che genera, a ogni ascolto, perplessità sulle scelte selettive operate, all’epoca, in studio di registrazione. “AKA…What a Life!” dal primo album solista del 2011 con il suo martellante pianoforte e la sua atmosfera disco sembra lanciare un messaggio da parte del suo creatore “vedete, se vuole sa scrivere anche musica da ballare e per di più di successo!”. Dal palco l’annuncio “ho tempo solo per un altro pezzo!”. La scelta è scontata. Sempre nel 1995 il singolo pubblicato subito dopo “Wonderwall” era stato “Don’t Look Back in Anger”, nel quale stranamente Noel sostituisce Liam come voce principale. Forse già allora con questa particolare scelta era stato gettato il seme per la strada che sta percorrendo oggi. Gli occhiali a moneta alla Lennon e la felpa da benzinaio sono spariti, il taglio di beatlesiana memoria ha lasciato il posto a capelli un po’ arruffati con ciocche qua e là brizzolate, che lo rendono per certi versi somigliante all’amico Paul Weller (casualmente anche lui a Roma quella stessa sera all’Auditorium Parco della Musica), ma l’emozione suscitata sul pubblico da questo brano e dalla sua voce è la stessa di vent'anni prima. L’esecuzione è quella ormai divenuta rito comunitario nei concerti: Noel rimane in silenzio durante tutto il ritornello, lasciando che siano i fan a cantarlo a una sola voce, solo nel finale si riappropria dell’ultimo spicchio di ritornello, come a dire “quel fucking genius sono io!”. 
Un immancabile “grande Roma” e arrivederci alla prossima, senza neanche presentare la band. La reazione del pubblico è spiazzante, nessun mugugno di delusione, nessuna chiamata di nuovo sul palco, nessuna esplosione di rabbia, sembra quasi che nelle orecchie della gente rimbombi ancora l’esortazione “don’t look back in anger!”. La luce si accende e fra la folla si notano alcune ragazze con indosso una maglia nera che reca l’eloquente interrogativo “Who the fuck is Liam Gallagher?”. La risposta è semplice, ed è appena stata ripetuta come un mantra dalla folla in adorazione, non serve a nulla guardare indietro con rabbia. Gli Oasis non ci sono più è vero, ma Noel è ancora qui con una proposta musicale diversa, sempre pronto, però, a sfornare per il suo pubblico qualcuna delle sue fantastiche madeleine. 


Guido De Rosa