Lamia Bèdioui & The Desert Fish – Athamra (LBedioui Music Production, 2015)

CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

“Athamra” è l’album giusto per rilassarsi e entrare nello scenario meno retorico delle musiche mediterranee. Si tratta di una sorta di mappa del bacino in cui siamo immersi anche noi. E per questo estremamente confortevole, godibile, riconoscibile, leggibile. Gli autori sono Lamia Bèdioui & The Desert Fish. Questi ultimi sono una formazione greca che suona strumenti tradizionali non solo greci, ma legati a differenti culture musicali, sebbene riconducibili all’area di cui si è accennato: oud, qanun (cordofono diffusa in medio-oriente, Asia centrale fino ad alcune zone dell’est Europa), Ney (flauto diffuso soprattutto in medio oriente, di cui si hanno attestazioni antichissime), liuto, lira cretese, chitarre, mandolino e percussioni (tamburo a cornice, darbuka, riqq, cajon, udu, african water drums). Lamia Bèdioui è probabilmente più conosciuta dal pubblico internazionale: cantante, compositrice e performer di origini tunisine, ha già pubblicato a suo nome “Fin’Amor”, un album molto interessante, in coppia con il percussionista greco Solis Barki, e ha partecipato a molti progetti musicali, tra i quali ricordo “Terra nostra” della cantante greca Savina Yannatou, prodotto dalla ECM Records nel 2001. Questo album sembra una sorta di punto di raccordo, nel quale (soprattutto) la Bèdioui (che firma musica e testo di “The dream”, l’ultimo brano in scaletta, inserito nella sezione “To Oniro” che chiude l’album), attraversa i luoghi più cantanti e ce ne presenta le espressioni musicali tradizionali in una versione molto personale. Se l’impianto dell’album, la sua struttura e la selezione di parte dei brani, può sembrare – a dispetto del mio prologo – comprensibilmente retorico, il modo in cui è stato suonato e interpretato non lo sono affatto. D’altronde gli elementi di base, le matrici, ci mettono al riparo da questo rischio. 
Non solo perché i protagonisti del progetto lavorano dentro una prospettiva che hanno chiamato (e io con loro) mediterranea, cioè sostanzialmente extra-locale, sebbene inquadrata dentro una cornice geografica evidentemente consumata, specie dalle politiche di promozione della world music più commerciale. Ma soprattutto perché le esecuzioni sono raffinate a tal punto da sollevare le forme, ma anche i riflessi, le atmosfere delle musiche su un piano in cui l’ascolto, la sensazione, il trasporto, il brivido (senza riferimenti ai luoghi o alle tradizioni) diventano essenziali. Diventano anzi totali e producono nell’ascoltatore la voglia di continuare a farsi spingere. Dopo qualche ascolto si entra nelle note e si comprende il gioco di equilibrio che gli autori hanno realizzato: l’album è una specie di cerchio che si chiude nell’ultimo brano, nell’unico originale. È suddiviso in sezioni, alcune delle quali comprendono più di un brano. Una di queste è “Yia Kalbi” e coincide con una piccola suite tradizionale dell’Algeria. Il brano “My heart” è adagiato su una base e un andamento classici, contrassegnati da un flusso melismatico della voce (a cui in alcuni passaggi si sovrappongono brevi cori maschili all’unisono che ricalcano la melodia principale) e da pochi strumenti: cordofoni e percussioni. “Intro”, la traccia precedente, è invece estremamente rarefatta ed espansa fino ad esplodere, a scomparire nella voce straordinaria di Lamia. La struttura armonica è sorretta dal liuto e dalla lira, che rimangono sempre sommersi dalla voce e, soprattutto, accennano soltanto a una melodia appena coerente, partecipando concretamente al vuoto, al fosco di cui ha bisogno la voce per spingersi ad altezze stordenti. Per concludere – e tornare, con una piccola provocazione, alla geografia – una breve nota descrittiva delle sezioni e dell’organizzazione dei brani: gli autori iniziano con “El Mar”, cantata in spagnolo. Passano per Napoli, Palermo e Marsiglia (citando Rosa Balistreri e Ignazio Buttitta) e attraccano prediligendo il sud del Mediterraneo: Tunisia (“A la srir ennoum”), Algeria, Tunisia (“Ana radhik”) e Marocco (“Salouni Aalache”). 



Daniele Cestellini