Manu Théron, Youssef Hbeisch,Grégory Dargent - Sirventés (Accords Croisés/Ducale, 2014)

Il sottotitolo dell’album è “Chants Fougueux des Pays d’Oc”: vale a dire canti di protesta dei Paesi d’Oc, interpretati da Manu “lupo bianco” Théron, autorevole ed esemplare voce del canto marsigliese, fondatore dei Lo Cór de la Plana, in compagnia del connazionale Grégory Dargent (ûd e arrangiamenti) e del palestinese, residente a Lione, Youssef Hbeish (percussioni). È risaputo che in occitano si sia espressa, in epoca medievale, la grande poesia trobadorica, da cui ha preso le mosse la tradizione letteraria dell’Europa moderna, ma qui il trio rilegge il sirventese, un genere poetico tanto di carattere celebrativo quanto contestatario, di tono satirico e parodistico, perfino grottesco, che esponeva tematiche morali politiche, religiose o letterarie. Lavorando sulla monodia medievale, i musicisti costruiscono un ponte tra passato e presente, senza presunzione filologica o retorica delle origini, mettendo insieme geografie e linguaggi differenti (rock, modi mediorientali e improvvisazione). Prendete la vitalità rock di “La cieutat dei fòus” o della celebre “canzone” satirica di Peire Cardenal “Ar mi puesc ieu lauzar d’amor”, o ancora la potenza ossessiva di “Farai un vers de dreit nien”, composta dal “nemico di ogni pudore e santità” Guglielmo d’Aquitania («Scriverò un verso di puro niente/ non su di me né su altra gente /non sull’ amore né sulla gioventù / né su niente altro, perché su di un cavallo, dormendo l'inventai») e ancora . Che dire, inoltre, del trasporto e della compattezza sonora dei tre nella conclusiva “Un sirventes novel vuelh comensar”, proveniente ancora dalla penna del prolifico trovatore. Invece, dal repertorio di Cadenet, un altro significativo interprete del tredicesimo secolo, è proposta la splendida “alba” (“S’anc fui béla ni prezada”), dove si assiste al serrato dialogo tra cordofono e percussioni. Altro brano di punta del disco è “Non m’agrada inverns ni pascors”: sono dieci minuti di musica, che iniziano con la superba, solitaria voce di Manu. Le corde dell’ûd e il tamburo avvolgono il canto, producendosi poi in una sintesi tra tradizione e contemporaneità, fino a incontrare di nuovo il ritmo scandito dal battito delle mani, che ci porta più a sud, e la voce terragna di Théron in un’esplosione corale. Canto potente e urlato che esprime antica rabbia in “Tartarassa ni vautor”, famosa composizione di Cardenal, che è un’invettiva rivolta ai domenicani, da poco insediatisi in Occitania dopo la crociata contro gli Albigesi e la demolizione dell’eresia catara: «Né i rapaci né gli avvoltoi annusano la carne putrefatta così in fretta come i preti e i ‎predicatori annusano il ricco…»‎, canta l’alverniate. Svetta ancora il trio nella non meno esplicita “Per espassar l'ira e la dolor”, di Bertrand Carbonel, dove si canta: «Per lenire il dolore e la tristezza che ho nel cuore, e per la ferma fiducia che ho in Dio, comincio un sirventese contro la grande follia che il clero ipocrita commette sotto un’apparenza di bene. Loro sono bravi a parlare, ma io vedo, senza alcun dubbio, che si comportano in modo malvagio in tutto ciò che fanno, e questo mi procura il più grande dolore, perché chi parla affermando la legge di Dio dovrebbe fare il bene e seguire la retta via; ma l’avidità rende l’uomo bugiardo». Un disco che lascia il segno. 


Ciro De Rosa