Taraf de Haidouks - Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts (Crammed Discs/Materiali Sonori, 2015)

I Taraf de Haidouks rappresentano più di tutti l’epopea non tanto della musica e dei musicisti di origine rom (lo troveremmo tutti scontato), ma piuttosto di un modo preciso di fare la musica. Di viverla, perché nella loro produzione espressiva c’è il pragmatismo del suono che si è imparato suonando. C’è la corporeità trasfigurata in suono stratificato e compatto, sempre al massimo del volume (al massimo delle altezze, si potrebbe anche dire)e l’impasto indelebile tra le mani, le braccia, le pance e gli strumenti. Una corporeità che spinge la musica di questo ensemble così paradossalmente numeroso ed elastico, vecchio, rigenerato, a livelli inconciliabili con un’esecuzione e un ascolto passivi. Il nuovo album di questa banda della post-Communist era (come la si definisce da qualche parte in rete), originaria di Clejani, un paesino della regione di Vlaşca in Romania (siamo a qualche decina di chilometri a sud di Bucarest), ha il titolo piacevolmente contorto “Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts” ed è stato prodotto dalla belga Crammed Discs. Arriva per celebrare i venticinque anni di carriera onorata (qualcuno direbbe il contrario, cioè disonorata carriera, e ai Taraf non credo dispiacerebbe, visto l’antidivismo che li caratterizza, nonostante il grande successo internazionale e gli straordinari apprezzamenti da parte di nomi aulici del panorama artistico e musicale internazionale, come Kronos Quartet, Pina Baush, Yehudi Menuhin) e non delude le attese: vi sono tanti brani (sono quattordici e sono tutti trascinanti, anche le ballate più lente, come “Cold snowball”), tanti strumenti (violini, fisarmoniche, contrabbasso, fiati, cymbalon, violoncello), tanta “lautari music” (i lautari erano i musicisti tradizionali rom), un filo diretto con il paesaggio sonoro più tradizionale che i componenti del gruppo (gli anziani ma anche i giovani che sono subentrati negli ultimi anni) hanno sempre avuto nelle orecchie (“Balalau from Bucharest”). Come ha ragionevolmente notato più di un osservatore, anche sul piano della gestione e del rinnovo della formazione i Taraf si configurano come originali. Alcuni dei fondatori dell’ensemble sono scomparsi e sono stati sostituiti dai figli (come nel caso di Gheorghe Manole, figlio di Ion Manole) e, in altri casi, sono stati sostituiti da musicisti che gravitavano nel mondo della band (come , ad esempio, il clarinettista bulgaro Filip Simeonov, che aveva partecipato alle session di registrazione di “Band of Gypsies” del 2001). “Of Lovers, Gamblers and Parachute Skirts” è interessante anche per questo, per il fatto cioè che è il risultato della convergenza di molti musicisti che interpretano lo stile ormai tipico dei Taraf secondo sensibilità differenti e in relazione a formazioni e percorsi individuali. In generale, ciò che emerge dall’album fa ancora riferimento all’orizzonte privilegiato dalla band romena (non dimentichiamo che tra i dischi più interessanti prodotti dal 1991 – anno del debutto con “Musique des Tsiganes de Roumanic” – vi è anche “Maskarada”, lavoro del 2007 nel quale compaiono elaborazioni di Bela Bartok, Aram Khachaturian e Isaac Albeniz). Si tratta di musica voluminosa, frenetica, sempre piena, inquadrata in un insieme di elementi eterogenei ma formalmente e concettualmente legati insieme. “Armonizzati” da un andamento che si definisce prima di tutto con il ritmo continuo e zoppo, sempre sostenuto dal battito del contrabbasso e da qualche latta, cassa, bordo percosso (“Clejani love song”). In molti casi è la linea vocale che trascina tutti gli strumenti, anche quando il prologo può sembrare determinante del flusso musicale che si sviluppa nel brano (“The high balcony in Cioplan”). In termini generali, ogni brano si caratterizza per l’interpretazione musicale, soprattutto perché nei prologhi e nei finali, ma soprattutto negli intermezzi, i Taraf riescono a convogliare il massimo della loro espressività (tutta performativa). In questo senso “No snow, no rain” rappresenta l’apice dell’irriverenza formale della band. È un brano lento e veloce, inafferrabile sul piano armonico, nel quale il basso tira giù tutti gli altri strumenti con cadenza regolare e pesante a ogni beat. La voce si allunga su un flusso strumentale dai tratti estemporanei, nel quale si sovrappongono varie linee melodiche (fisarmoniche, fiati), fino a quando, nella seconda parte del brano, il violino riprende l’atmosfera che nel prologo aveva solo accennato, scoppiando in una melodia rauca, grave e dissonante. 


Daniele Cestellini 


Țagoi – Bahto Delo Delo (LM Duplication, 2015) 
È targato Clejani questo disco del combo messo su da Marin “Țagoi” Sandu, figlio del compianto Nicolae Neacșu, che dei Taraful Haiducilor era stato uno dei fondatori. Marin, anch’egli pezzo da novanta dei Taraf, ha imbracciato il violino all’età di otto anni, per poi preferire i tasti del mantice all’archetto, diventando un funambolo della fisarmonica, un mattatore nelle occasioni festive comunitarie. A 64 anni, Țagoi debutta con un disco a suo nome, fatto in casa (in tutti i sensi), che coinvolge la sua famiglia allargata: Ninel Basaru (cimbalom), Vasile “Sile” Neacșu (contrabbasso) e Ştefane Sandu (fisarmonica, darbuka). L’album è stato realizzato per l’etichetta di Jeremy Barnes e Heather Trost (leggasi gli A Hawk and a Hacksaw), per la produzione del musicista e film maker Ehsan Ghoreis. Prorompente musica lautaresca dalla spiccata fisicità, forte delle asimmetrie ritmiche balcaniche e delle ornamentazioni melodiche romani, debordante sotto la spinta propulsiva di un contrabbasso le cui corde sono strappate e percosse a più non posso, di uno spericolato salterio e della carica vorticosa della fisarmonica del maestro. Si pesca nel patrimonio tradizionale romeno con straripante vitalità, tra danze (“Horă mare”, “Horă del la Babele”/ “Sîrbă del la bolintin”), celebri canzoni per la voce Țagoi di (“Dragostea de la Clejani” e “Doamne pe pamantul tau”), gli strumenti lanciati a rotta di collo (“Cuculeţù de la Clejani”), il vertiginoso virtuosistico solismo di Țagoi (“Bibiliça”) e la robusta improvvisazione del giovane Ştefane (“Improvisaţie Ştefane”). In romanes, “Bahto Delo Delo” significa “Che Dio ti dia fortuna”, è ciò che auguriamo a questa magnifica band Valacca. 


Ciro De Rosa