EXPO 2015, musiche e popoli a confronto

Di seguito, si riportano brevi annotazioni riferite al girovagare per gli stand di EXPO, la terza domenica di maggio. Un percorso impegnativo, ma certamente interessante anche sotto il profilo musicale. Diversi Stati, infatti, hanno deciso di puntare sulla musica popolare per attirare il pubblico, con il risultato che i loro stand sono sempre affollati durante le esecuzioni. Inoltre, sparsi nella Fiera, ci sono diversi palchi progettati per presentare eventi culturali o concerti. Tra questi, per esempio, ho potuto assistere a quello del trio jazz della vocalista Marie Séférian, figlia d’arte, la quale ha seguito un iter di studi eterogeneo, con incursioni nella musica indiana. In questo periodo sta proponendo un repertorio in stile “cool”, con l’accompagnamento di Benjamin Attiche, alla chitarra, e di Timo Vollbrecht, al sax . Tornando alla musica etnica di EXPO, è possibile ascoltare dal vivo diversi esecutori tra cui percussionisti tailandesi, musicisti kazachi o cantanti e suonatori africani, come, ad esempio, il liutista marocchino Ben Kania, di Casablanca, il cui repertorio (strumentale e vocale) spazia tra la musica classica e quella popolare. Nello stand russo ho osservato giovani ballerine intente a insegnare ludicamente agli astanti e ai curiosi i passi di alcuni balli. 
Diversi stand, invece, espongono preziosi strumenti musicali popolari, come osservabile negli spazi espositivi del Myanmar (Birmania) e della Cambogia, dove un’impiegata ha gentilmente scritto il nome originale di quelli a percussione: “Ro.Neat”, “Ska.Thom”, “Sku.Touch”, “Sku. Veng” . Tra gli esecutori ascoltati, desidero concentrare l’attenzione sul gruppo vietnamita composto da nove suonatori, tra cui il coordinatore Nsut Dinh Linh. Lo stand nel quale si esibiscono non è particolarmente ampio, concepito per ammirare le statue e le opere artigianali locali e per ascoltare musica dal vivo nel centro della sala principale. Allo scopo è stato predisposto un piccolo palco con un minuto impianto di amplificazione. Il Gruppo si esibisce tre volte nel corso della giornata, con efficace impatto sonoro e visivo. Dinh Linh ha spiegato che si fermerà a Milano fino a ottobre. La sua preparazione è tutt’altro che popolare. Ha studiato musica nel conservatorio di Hanoi. Oltre a suonare diversi strumenti a fiato, egli compone musiche originali o arrangia quelle popolari: "Come musicisti è importante capire le esigenze del pubblico. Ad Hanoi, suono prevalentemente nel gruppo “Truc Mai”, con il quale ho inciso anche dischi. Tuttavia, a seconda dello spettacolo, mi esibisco con gruppi differenti, che comprendono da tre a dieci musicisti". La scelta musicale per lo stand vietnamita è stata tutta centrata sull’uso di strumenti tradizionali, dei quali Dinh Linh ha gentilmente mostrato le principali particolarità. Molti brani spiccano per la componente ritmica, lasciando spazio alla bravura dei singoli esecutori. Ogni brano è concepito per dare risalto in senso virtuosistico a uno strumento musicale, tra cui il suo inseparabile “sào truc”, un flauto di bambù che può avere differenti dimensioni e che è simbolo della cultura musicale contadina. Nel gruppo ci sono cinque strumentiste. Hanh è esperta suonatrice di “klong put”, una sorta di grande “flauto di pan”, con le canne di bambù aperte alle estremità e appoggiate su un ripiano, il cui suono è prodotto dal battito delle mani vicino all’imboccatura. 
La stessa Hanh è anche abile suonatrice di “tranh”, una sorta di “koto” vietnamita, accordato su scala pentatonica. Cromatico è, invece, il “tamthap luc”, scenico strumento di canna, a forma di vela, suonato con delle particolari bacchette denominate “que dan”. Bello da vedere e da toccare è poi il “dan da”, appariscente litofono ricavato da pietra vulcanica che conferisce alle esecuzioni un caratteristico timbro sonoro. Il “monocordo” vietnamita, suonato da un’abile esecutrice di nome Ha, viene denominato “dan bau”. Anticamente era strumento acustico, ma sempre più spesso dai gruppi locali viene elettrificato e gestito tramite un “controller”, grazie al quale è possibile far adeguatamente risaltare gli armonici principali, ottenendo vari effetti di “glissato” e di “vibrato”. Diversi sono gli strumenti a percussione suonati dal gruppo, tra cui il caratteristico “trang vo”, caratterizzato nel perimetro da sfaccettate placche lignee e da una membrana di “bufalo’s skin”. Per quanto riguarda i cordofoni, oltre a un bassista elettrico (poco invasivo nel suono), nel gruppo è presente un suonatore di “nguyei”, un liuto a due sole corde (accordate in quinta), costruito tradizionalmente con una cassa tondeggiante a forma di “luna piena”. 
Specialista di questo strumento è il suonatore Dung. Dhuong è, invece, uno dei drummers del gruppo, la cui sezione ritmica è scandita da una particolare batteria composta da una serie di “trong” di varia grandezza e da alcuni piatti. Le esecuzioni del gruppo guidato da Nsut Dinh Linh non si limitano a quelle strumentali (sempre calorosamente applaudite dal pubblico), ma sono integrate da performances rituali, come quella denominata “hau dong”, con la quale si producono offerte in cibo, chiedendo di portare felicità e ricchezza all’umanità. L’articolata coreografia si conclude con la ballerina principale che raccoglie dal piatto delle offerte diverse monete dorate (di carta), per donarle con buon auspicio ai presenti. All’insegna del “good luck”, in vietnamita “chuc may man” (pur con l’aiuto dell’interlocutore, le trascrizioni fonetiche riportate nell’articolo potrebbero risultare imprecise) termina il concerto, un augurio che desideriamo estendere ai lettori, invitandoli a una visita consapevole di EXPO 2015, cercando di cogliere i motivi più spirituali e profondi che contraddistinguono l’Esposizione universale, in promozione del cibo e della musica intesi come “nutrimento dell’anima”, nel rispetto tra i popoli, nel segno della conoscenza e delle differenze culturali e artistiche. 


Paolo Mercurio
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