Songhoy Blues – Music in exile (Transgressive Records, 2015)

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“Music in exile” è un album senza retorica africanista e originale, composto di undici brani connessi tra di loro da un andamento frenetico, dinamico, e da un suono molto diretto, semplice e blues. Gli autori sono i Songhoy Blues, una giovane formazione di quattro musicisti di Timbuktu (voce, chitarra, basso e batteria). L’Africa ovviamente c’è ma è nelle mani di chi suona, che si confronta con un paesaggio sonoro incoerente, nel quale gli elementi più rappresentativi delle tradizioni musicali a cui i Songhoy fanno riferimento emergono in modo abbastanza netto e, direi (un po’ provocatoriamente), naturale. Quali sono questi elementi? Innanzitutto l’impasto afro-blues. Che è ben diverso dalle soluzioni (più trasversali, diffuse e anche conosciute) del cosiddetto desert-blues. Con quest’ultimo si produce generalmente una musica fluida, che si sviluppa su una base tendenzialmente semplice e ipnotica, e che (con l’aggiunta di vari strumenti, quasi sempre a corde ed elettrici) rimanda esplicitamente alle espressioni popolari (o, in generale, alla cultura espressiva, spesso attraverso la tradizione dei griot) dell’Africa occidentale. L’afro-blues dei Songhoi è più provocatorio – perché meno “bello” e “tradizionale”: come dicevo prima è “incoerente” – e, soprattutto, meno fluido e ipnotico. Inoltre si può leggere nelle loro canzoni una certa irriverenza verso le forme più africanizzate del blues internazionale. Un’irriverenza determinata in primo luogo dalla semplicità strutturale di tutti i brani che compongono “Music in exile”. E in una vena compositiva evidentemente estemporanea e molto legata all’improvvisazione. 
Attraverso la quale la musica si configura scarna, senza orpelli, ma precisamente essenziale (come dimostra, d’altronde, il singolo “Al Hassidi Terei”, che è stato accompagnato da un video in cui i Soghoy si esibiscono su uno sfondo “molto” tradizionale, che richiama, con interessante ironia, i colori sgargianti dei costumi tradizionali che spesso indossano i musicisti che provengono da quell’area). Il ritmo è l’elemento di riferimento. È fondamentale nella costruzione dei brani e va compreso e analizzato con attenzione, perché la forza di questi quattro musicisti (che qualche mese fa si sono esibiti con Damon Albarn alla Royal Albert Hall) converge tutta qui. I brani si susseguono senza stancare e sono serrati, organizzati dentro l’ordine estemporaneo di due chitarre, un basso e una batteria (alla quale si aggiunge qualche percussione). Ascoltare “Wayei”, in questo senso, è un’esperienza prima di tutto fisica. Perché – al di là della costruzione armonica, delle linee melodiche della chitarra elettrica e dell’attenzione che, più che in altri brani, è riposta nell’intreccio delle voci – c’è il ritmo ostinato di un sonaglio (che potrebbe essere anche la campana di un piatto) che mantiene il brano sospeso e teso dall’inizio alla fine. Risuona – senza ricreare quell’atmosfera ipnotica a cui ho accennato – come un bordone che, allo stesso modo, spezza e unisce l’andamento del brano. Determinando l’ambiguità e sciogliendo il flusso narrativo che contraddistingue questi giovani musicisti. 


Daniele Cestellini