Joan Baez, Teatro degli Arcimboldi, Milano, 12 marzo 2015

L’attesa è durata nove anni, dall’aprile del 2006, ed il pubblico del Teatro degli Arcimboldi di Milano sembra quasi impaziente, mentre attende l’inizio del concerto. L’età media si aggira intorno ai cinquant’anni, ma non è importante perché passato, presente e futuro sono già lì sul palco. Alle ore 21.20 Joan Baez sale sul palco con la sua solita grazia, e levità, poi un sorriso e la chitarra acustica comincia a far scorrere le note di “God is God”, di Steve Earle. Il cantato si stende morbido sull’arpeggio dolce della chitarra, mentre il pubblico ascolta in religioso silenzio, quasi volesse accompagnare la voce della Baez col timore che possa spezzarsi in quale modo, ma non accade, e gli applausi lo sottolineano. Grande apprezzamento riscuote “Farewell, Angelina”, una canzone resistita al tempo e mai invecchiata, proposta quasi fosse un valzer del tempo immobile, come se il mondo intero fosse stato raccolto in una sola canzone. Dopo la poesia luminosa di Bob Dylan arrivano le ombre di Phil Ochs, con “There but for fortune”, canzone ancora di triste attualità a cinquant’anni dalla sua pubblicazione. Le note alte sono ormai imprendibili, ma la grande cognizione della tecnica di canto che la Baez possiede le permettono di presentare il brano con la medesima dolcezza di mille altre serate ed incisioni. Al termine della canzone entrano sul palco il figlio Gabriel Harris alle percussioni e il polistrumentista Dirk Powell. Il suono del banjo e delle percussioni accompagnano la Baez per “Lily of the West”, una ballata di origine irlandese di fine Ottocento, piena di garbo e visioni, già interpretata da tanti artisti, tra cui Bob Dylan. 
Il trio è ancora protagonista di una bella versione di “It’s all over now, baby blue”, dove la voce sembra trasformarsi in una sorta di pennello di un pensiero superiore capace di dipingere i sentimenti affettivi e relazionali di una grande storia d’amore. Si tratta di un brano che racchiude un calor bianco di intensità così potente che non smette mai di emozionare. Il mandolino di Powell accompagna è protagonista in “Mi verganza personal” (La mia vendetta personale) del cantautore sandinista nicaraguense Luis Enrique Mejia Godoy, nella quale emerge il racconto di come la migliore vendetta nei confronti della dittatura somozista sia quella dell’alfabetizzazione, dell’istruzione, perché solo emergendo dall’ignoranza è possibile iniziare a riacquistare dignità e diritti. La voce è splendida, sommessa, perfetta nella sua lingua madre, lo spagnolo. Anticipata da una dedica ai No Tav, che lottano per la salvezza della Val Di Susa dalla scelta di fare passare da quelle montagne il treno ad alta velocità, arrivano le note di un altro classico del canzoniere dell’artista statunitense. Si tratta di “Joe Hill”, canzone storica eseguita anche a Woodstock, che racconta la storia di un sindacalista americano, di origine svedese, che venne ingiustamente accusato di omicidio e, per questa ragione, fucilato. Il bandeon suonato da Powell rende l’atmosfera meno carica di tensione e forse più leggera, ma la profondità di questo brano è rimasta la stessa di un tempo. “Un mondo d’amore” è un omaggio di Joan Baez al pubblico italiano, che ricambia cantando e battendo le mani con lei. Il suono sincopato del basso acustico accompagna il ritmo della canzone e la voce della Baez, e con la mente si corre ai 45 giri che inondavano di note e di allegria le case degli italiani durante il boom economico degl’anni Sessanta. 
Il pianoforte di Powell impreziosisce la struggente versione di “Jerusalem”, ancora dal songbook di Steve Earle, che la Baez interpreta in maniera mirabile, in grado di trasmettere una forte emozione a tutto il pubblico. In “Just the way you are” di Billy Joel, la Baez è accompagnata alla voce dalla sua assistente, Grace Stamberg, ma ciò che colpisce è come la bellissima melodia di questa canzone si diffonda all’interno del teatro con le note che attraversano lo spazio ed il tempo riducendo la distanza tra presente ed passato. La versione per sola chitarra e voce di “Diamond and rust” sembra evocare le lacrime per la fine della storia d’amore con Bob Dylan, un amore perduto, ma senza la drammaticità di una storia finita in tragedia. La Baez dà il meglio di sé in questa canzone, forte e tesa ma, al contempo, con lo sguardo verso l’orizzonte del futuro che attende. Segue “Swing low, sweet chariot”, uno spiritual che ha fatto parte del repertorio della Baez fin dagli esordi. La canzone venne scritta da Wallis Willis, alla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento e poi incisa agli inizi degli anni del Novecento. La voce piena, accompagnata dalla chitarra, rende forte ed intensa la performance. I successivi brani sembrano volere volgere lo sguardo verso il mondo ebraico e quello musulmano. E’ in fatti il momento di “Dona, dona” e di “Jaria hamounda”, che sembrano le facce di una medesima medaglia. Influenzata dalla diaspora la prima, intrisa di deserto ed orizzonti sabbiosi, la seconda. Canzone melodiosa e struggente la prima, percussiva e ritmica, la seconda. “Seven curses” è nuovamente Dylan che irrompe sulla scena con l’incedere di un murder ballad. 
Donne, uomini, giudici, impiccati, sono gli ingredienti di una tragedia, evocata dal drumming delle percussioni. Un vecchio brano di John Fahey, “Give me cornbread when I’m hungry” arriva a sparigliare le carte di un concerto che si immaginava conoscere a memoria. Banjo e percussioni a dettare i tempi per una canzone popolare che si conclude con un balletto finale tra la Baez ed il bravo Powell. Immancabile arriva poi il “The house of the rising sun” proposta in una versione dalla grande tensione emotiva, che schiude gli orizzonti alla fantasia con le immagini evocate dalla voce della cantante americana. Arriva poi “Long black veil”, un’altra murder ballad, proposta in una versione dall’atmosfera country con il violino di Powell a tessere la melodia, mentre la voce della Baez crea una sorta di penombra emotiva nel grande teatro milanese. Il finale del concerto, inclusi i bis, è una sequenza di hit senza tempo. Si inizia con la solare “Gracias a la vida”, di Violetta Parra, magica e commovente canzone dedicata alla gioia del vivere e alla speranza di una vita piena di dignità. Si prosegue con “C’era un ragazzo”… che diventa un’occasione irripetibile per il pubblico di ritornare “giovane ed innocente” e, quindi, si unisce al canto della Baez accompagnandola nella sua performance con la chitarra in un miracolo di “imperfetta perfezione”. Ed in fine arriva l’inno pacifista per eccellenza, “Imagine”, con il pianoforte a tessere trame sonore e la Stamberg a fungere della seconda voce. Per finire arriva un altro uppercut alla nostra capacità di mantenere a freno la commozione. 
Chiude il concerto l’intensa performance per chitarra e voce di “Here’s to you”, la cui musica fu composta da Ennio Morricone, per il film di Giuliano Montaldo, e dedicata a Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, due immigrati ed anarchici italiani accusati di omicidio e condannati alla sedia elettrica nel 1923. Il proscioglimento da ogni accusa arrivò solo nel 1977 quando il governatore Governatore del Massachusset, George Dukakis li scagionò da ogni accusa, cinquantaquattro anni dopo la loro ingiusta morte. Il sorriso con cui la Baez lascia il palco è eloquente, così come gli applausi che la richiamano sul palco per l’immancabile bis con “Blowin’ In The Wind” di Bob Dylan. Aggiungere altro sarebbe inopportuno. Solo, per un istante, appare alla memoria di chi scrive l’immagine in bianco e nero della marcia su Washington dell’agosto 1963. Joan e Bob erano sullo stesso palco, c’era anche Martin Luther King ed i sogni di una generazione, ma quell’immagine è rimasta tale, senza colori. A dispetto di quanti preconizzavano un concerto deludente, quella della Baez è stata una performance di straordinaria di un’artista che sul palco ha dato tutta sé stessa, resta un po’ l’amaro in bocca nel pensare che forse non la rivedremo più in Italia e che quello degli Arcimboldi sarà il suo ultimo concerto nella nostra penisola, ma una cosa è certa la sua musica e la sua grazia saranno un sigillo che non diventerà mai ruggine ma rimarrà sempre diamante. 


Rosario Pantaleo