Il panorama sonoro internazionale attraverso le novità discografiche della ARC Music

La ARC Music si distingue nello scenario internazionale delle produzioni musicali world per la capacità di selezionare artisti e repertori che, nell’insieme, definiscono il profilo di espressioni originali, differenziate al loro interno e, in molti casi, accomunate da un approccio che potremmo definire sperimentale. Proponiamo qui di seguito una rassegna di alcune produzioni recenti, le quali, come si potrà vedere nel dettaglio, spaziano molto nei contenuti (e anche nelle strutture generali: si va dalle registrazioni sul campo alle raccolte dedicate a un singolo repertorio o a una singola categoria di esecutori) e coprono uno “spazio” di produzione che abbraccia buona parte del continente (Australia, India, Africa, Europa). Iniziamo da “Music of the Santal tribe”, un field recording effettuato nel nord-est dell’India da Deben Bhattacharya – ricercatore, esperto di musiche tradizionali e documentarista – e dedicato alle musiche e alle danze rituali dell’etnia Santal. Si tratta di diciotto tracce registrate nel 1954 e nel 1973 (quando Bhattacharya “ritorna” sul campo e soggiorna a lungo nei villaggi Santal per girare il documentario “Belpahari: Faces of the forest”) ed eseguite con gli strumenti tradizionali in queste società tribali, che oggi occupano l’area forestale di Bihar, Orissa e Bengal. Il disco raccoglie diverse espressioni musicali che coincidono con alcuni dei momenti più significativi (sul piano rituale e religioso) della società Santal. Per questo i brani sono riconducibili a varie tipologie: lamenti, canti femminili appartenenti alla categoria delle “wedding songs”, “canzoni patriottiche”, nelle quali vengono celebrati i valori tribali, canti religiosi, musiche per danze, canzoni cerimoniali e musiche strumentali eseguite in occasioni di ricorrenze specifiche, all’interno delle quali trovano spazio anche alcune forme di improvvisazione. Tra gli strumenti più significativi presenti nelle registrazioni segnaliamo il “banan” – strumento ad arco con una sola corda –, il “thuhda” e il “madal” – gli strumenti a percussione più utilizzati, costruiti tradizionalmente in argilla e percossi con due bastoni –, il “ghunghur” – una piccola campana di ottone – e il “shinga, un corno di bufalo utilizzato durante le danze per la caccia e nell’esecuzione dei canti patriottici. 
Dalle registrazioni di campo ci spostiamo alla world music da manuale, vale a dire a un selezione di brani tradizionali ricomposti in chiave contemporanea ed esplicitamente contaminata. Questo è quello che propongono i Kamerunga, band del Queensland, nord-est dell’Australia, nel loro nuovo lavoro (il terzo in studio) “Terra Australis”. La band, composta di sei elementi (tra cui figura, come ingegnere del suono e batterista, Nigel Pegrum, membro per lungo tempo degli Steeleye Span, una delle formazioni inglesi pioniere del folk rock), ha raccolto undici brani tradizionali (ai quali se ne aggiungono due originali) e li ha arrangiati in una miscela che fonde musica celtica, folk, jazz, rock, blues e reggae (“Queensland Whalers” è il primo brano in scaletta e si configura come una sorta di manifesto delle sonorità della band). Il risultato – come si può immaginare dagli elementi schematicamente anticipati – è interessante sul piano degli arrangiamenti e della costruzione dei brani (che risultano quasi sempre “aperti”, cioè suscettibili di interventi spesso inaspettati, soprattutto perché si inquadrano in un sound ricco di suggestioni e differenziato) e molto piacevole all’ascolto. Questo ultimo aspetto è legato soprattutto alla competenza tecnica dei musicisti, che lasciano molto spazio alle interpretazioni musicali (i membri della formazione sono quasi tutti polistrumentisti e suonano chitarra acustica, elettrica e tenore, mandolino, violino, didgeridoo, sassofono, tastiere, percussioni e batteria), nelle quali gli strumenti a corda definiscono la linea melodica principale (“South Australia Suite”) e i fiati sorreggono le linee ritmiche di basso elettrico e batteria.  
Passando all’Africa incontriamo il Moipei Quartet, un gruppo del Kenia composto da quattro sorelle che ci propongono “In the land of the lion”, un disco in cui hanno raccolto sedici brani sognanti, eseguiti nel quadro di una tradizione polivocale espressa con grande raffinatezza (“Pie Jesus – From: Requiem Mass”). La voce è l’elemento principale e il disco è cantato quasi esclusivamente a cappella. Quando le quattro sorelle escono da questo schema – lasciando comunque la polivocalità in primo piano, e facendo affiorare spesso alcune soluzioni onomatopeiche che connettono i brani a una rappresentazione “descrittiva” del contesto circostante (a tratti forse troppo legata a una retorica romantica) – inseriscono pochi strumenti, che hanno il pregio di “internazionalizzare” senza forzature, e anzi in modo inaspettato e originale, le strutture dei brani (“O holy night”). Tre delle quattro sorelle, infatti (Mary Nienkai, Martha Siteiya e Seraphine Setoon), in alcuni brani intervengono con pianoforte (“Whispering hope”), tromba, clarinetto, eufonio e sax soprano. E lo scenario che delineano è assolutamente originale, in quanto riescono, con piccole aggiunte, a liberare i brani – e, in generale, l’atmosfera che riflette l’intero album – da una sonorità non scontata ma senza dubbio conosciuta, diffusa e ampiamente adottata nelle produzioni world “africaniste”. D’altronde il rischio di accettare un certo grado di conformismo nelle esecuzioni (“Country roads”) è insito non solo nella struttura del quartetto, ma soprattutto nel tema di fondo che lega i brani e ha ispirato la realizzazione dell’album: temi quali la difesa dei leoni, l’ambiente naturale, i diritti dei bambini, ecc. Temi che divengono la cornice culturale entro cui si esprime il quartetto, che nel 2006 è stato nominato “Unicef Child Ambassador” in Kenia.
Con il disco “Sabla tolo IV. Tak Raka Takum”, il percussionista egiziano Hossam Ramzy ci porta in un mondo straordinario, percosso senza soluzione di continuità attraverso tredici tracce che rappresentano una sorta di compendio delle soluzioni e l’inventiva di questo geniale e infaticabile “ambasciatore egiziano del ritmo”. Nella sua lunga carriera Ramzy ha attraversato tutto il mondo, collaborando con artisti di primo piano nel panorama internazionale non solo della world music, ma anche del rock e del pop. Tra gli incontri più significativi dobbiamo senz’altro ricordare quello con Peter Gabriel, il quale lo ha voluto in “Passion” e “Us”, due dei lavori più potenti della usa dicografia, e quello con Robert Plant e Jimmy Page, con i quali, nel 1994, il percussionista del Cairo ha suonato nel tre volte disco di platino “No quarter-Unledded”. Ma Ramzy si muove anche verso le musiche etniche, confrontandosi e collaborando con grandi musicisti africani, come Cheb Khaled, e Yasim Salkim, una delle più popolari musiciste turche contemporanee. In questo disco Hossam ha raccolto – dopo il successo mondiale ottenuto con “Rock the tabla” nel 2011, disco al quale collaborano, tra gli altri, Billy Cobham, Omar Faruk Tekbilek e Manu Katché – tutta la sua esperienza, riversandone gli esiti più interessanti in una serie di esecuzioni quadrate, equilibrate, ricche di passione e precisione. La tabla egiziana diviene nelle sue mani uno strumento senza limiti, i cui riflessi caleidoscopici riverberano come note, allacciate a fraseggi musicali ipnotici e trascinanti. E inglobano il mistero dell’armonia, di forme melodiche caratterizzate da variazioni continue, seppur prodotte e aggregate nell’andamento quadrato di uno strumento a percussione.
Restiamo ancora in Africa per segnalare due raccolte straordinarie, che interesseranno soprattutto gli amanti delle commistioni tra strutture musicali di matrice “occidentale” (o che qui si sono sviluppate dentro una tradizione che ha ricevuto apporti significativi da molti musicisti e non solo), diffuse ormai internazionalmente e interprete in contesti culturali molto distanti. Si tratta di una sorta di percorso al contrario, nel solco del quale in Africa ci si appropria di un groove - che è ovviamente mood, lavoro di organizzazione di un linguaggio non solo internazionale, come dicevo prima, ma anche liberatorio, politico - e lo si interpreta in modo nuovo, traducendolo e rinforzandolo. Si tratta di “70s Soul!” e di “70s Pop!” di Slim Ali and The Hodi Boys e - come si può immaginare dai titoli volutamente esplicativi - abbracciano repertori eterogenei e allo stesso tempo riconoscibili sul piano stilistico. In entrambe le compilation sono stati raccolti i brani più rappresentativi che la band di Nairobi ha prodotto a partire dalla fine degli anni Settanta, quando lanciò “You can do it”, uno dei singoli più venduti e passati nelle radio e, sopratutto, l’interpretazione funk e soul più solida mai emersa dal continente africano. Tutti i brani (quindici per ogni compilation) sono composti da Slim Ali - polistrumentista di Mombasa con alle spalle esperienze musicali in Etiopia, Egitto, Turchia, Siria, Grecia e Italia, che hanno influenzato profondamente la sua scrittura e le sue interpretazioni (spesso eseguite in inglese, kishwahili o italiano) - e nel loro insieme definiscono il profilo di una produzione straordinaria, che lega a doppio filo il contesto urbano del Kenia con le tradizioni musicali di Memphis e, in generale, del sud degli Stati Uniti.
Arriviamo in Europa e concludiamo con due aree particolarmente significative sul piano delle tradizioni musicali: l’Irlanda, rappresentata magistralmente da “20 best Irish songs” di Noel McLoughlin, e il Portogallo, che possiamo indagare attraverso una raccolta interessante dedicata al Fado e in particolare agli interpreti maschili del genere. Iniziamo da quest’ultima. La linea concettuale è allo stesso tempo storica e antologica, nella misura in cui trovano spazio in questa corposa raccolta (composta di diciannove brani) interpreti “veterani” come José Manuel Oliveira Barreto, Fernando Maurício, João Braga, o addirittura Alfredo Marceneiro (1891-1982), ed esecutori contemporanei, che con le loro interpretazioni contribuiscono a modellare gli stili espressivi del fado (e anche l’immagine del genere) su forme di rappresentazione e interpretazione più attuali. Tra i giovani è importante segnalare - per la sua raffinatezza musicale, legata senza dubbio anche a competenze tecniche non comuni - Ricardo Ribeiro (classe 1981), che apre la raccolta con “Rezando pedi por ti” di Natàlia dos Anjos e Raul Ferrão, e Rodrigo Costa Félix (“Paixoes secretas”). Quest’ultimo ha raggiunto la notorietà internazionale sopratutto a seguito delle sue collaborazioni con Mariza, con la quale continua spesso a esibirsi non solo in Portogallo. Il quadro storico-antologico ci permette anche di elaborare una sorta di linea di sviluppo di questo genere sospeso tra canzone d’autore e suggestioni popolari, immagini, storie marginali. Tra questi due vettori temporali - gli storici e i contemporanei - compaiono, infatti, anche i rappresentanti della generazione di mezzo (tra i quali menzioniamo José Da Câmara, Miguel Capucho e - tra gli interpreti più famosi fuori del Portogallo - Camané, che qui possiamo ascoltare in una versione straordinaria di “Sei de Um Rio”, di Alain Oulman e Pedro Homen de Mello). 
Il panorama Iris e Scottish folk ha tra i suoi interpreti più conosciuti il chitarrista e cantante Noel McLoughlin. Irlandese di Limerick - come il visionario e impacciato scrittore Frank McCourt - McLoughlin inizia la sua carriera di musicista militando in varie band dello scenario delle musiche tradizionali, fino a produrre il suo primo album nella prima metà degli anni Ottanta. Polistrumentista accorto e originale (affianca alla chitarra vari cordofoni, tra cui banjo, mandolino, bouzuki, ma anche bodhran e tin whistle), dalla fine degli anni Ottanta si è dedicato alla raccolta e riproposta delle ballate e dei brani più rappresentativi del panorama delle espressioni musicali tradizionali irlandesi, riuscendo a diffonderle, sia in Irlanda che all’estero (Inghilterra, Germania, Austria e Stati Uniti), partecipando spesso a programmi televisivi e radiofonici. Tra i brani più significativi - per gran parte tradizionali e arrangiati da McLoughlin - che compongono questa ricca selezione (sono in tutto venti), ne segnaliamo uno che ben rappresenta lo spirito e lo stile generale del disco: “Dirty old town” di Ewan McColl. Sporco e zoppicante, appoggiato su un banjo arpeggiato, addolcito dal suono lontano del whistle che emerge ad allungare la linea melodica della voce. Una voce ruvida e sicura, che raccoglie e cresce in ampiezza, con tutte le suggestioni di un panorama sonoro cangiante e pieno di riflessi. 


Daniele Cestellini