Intervista con Francesco Taranto

Chitarrista classico dalla trentennale esperienza, Francesco Taranto vanta un prestigioso percorso musicale, speso tra concerti in Italia ed all’estero, e l’attività didattica presso diversi conservatori nazionali, corsi di perfezionamento, e masterclass tenute durante prestigiosi festival internazionali. Da animatore e presidente dell’Associazione “Rosso Rossini”, negl’anni ha promosso il Master di Perfezionamento “Incontri con i Maestri”, e dato vita alla rassegna itinerante “Liuteria In Concerto”, così come molto intenso è stato il suo impegno come direttore artistico del Festival Chitarristico “I Colori della Musica” e del Concorso Nazionale “Città di Celano”. Tra le opere di ricerca più importanti va menzionata la collaborazione con la Biblioteca Casanatense di Roma per la revisione dei manoscritti autografi di Niccolò Paganini, e la pubblicazione delle Sei Sonate op.8 M.S.134 e le Sei Sonate opera Terza M.S. 133 con la Casa Editrice Erom. Sul versante discografico vanno certamente menzionate le sue due opere più recenti, ovvero quel gioiellino che è “Deh Vieni Alla Finestra” realizzato in collaborazione con Nando Citarella, e il disco in duo con la violinista Liliana Bernardi “Quattro Contro Sei”, entrambi mettono in luce non solo la grande perizia tecnica ed esecutiva del maestro Taranto, ma anche la sua capacità di esplorare tessiture musicali originali partendo ora dalla tradizione musicale italiana, ora dalla musica classica. Abbiamo incontrato Francesco Taranto nel corso della recente edizione di “Liuteria In Concerto”, tenutasi il 31 gennaio e il 1 febbraio scorsoa Tivoli(Rm) presso le Scuderie Aldobrandini, per farci raccontare il suo rapporto con la chitarra, le ispirazioni che caratterizzano il suo stile e il suo processo creativo. 


Come è nata la tua passione per la chitarra?
E’ stata una folgorazione. Ho iniziato da piccolino a vedere questi strumenti, ed immediatamente mi ha colpito il suono, e la sensibilità che potevano trasmettere, perché hanno un calore ed un suono molto intimo. Da quel momento ho cominciato a suonare e non ho mai più smesso. 

A livello tecnico, quali sono i tuoi riferimenti? Come hai sviluppato il tuo stile?
Come è proprio il mio istinto, sono molto affascinato dalla musica antica, in particolare quella del periodo ottocentesco, e qualche volta quando mi trovo a comporre, mi accorgo di utilizzare queste sonorità. Però è anche vero che essendo una persona molto curiosa, mi piace ogni genere musicale, per cui, se posso, passo dalla musica per liuto a quella molto vicina alle sonorità attuali, e qualche volta anche al fingerpicking o cose di questo tipo. Tanto è vero che mettere su una mostra voleva porre in luce questa anima molto varia propria della chitarra, cioè riesce ad unire quella che è la musica della tradizione, il sentimento semplice, la musica colta, ma anche tutti quegli effetti strumentali che sono bellissimi, e sono una grande risorsa di questo strumento.

Hai pubblicato diversi dischi nel corso della tua carriera, puoi parlarci dei tuoi lavori più imporanti?
Proprio per quello che ti dicevo, nei vari dischi che ho pubblicato c’è sempre questo modo di spaziare attraverso sonorità differenti. Un disco a cui sono molto affezionato, è “Deh Vieni Alla Finestra” che ho realizzato con il mio grande amico Nando Citarella, la cui caratteristica principale è l’unione in quella che chiamo l’anima duttile e popolare della chitarra, della musica di tradizione che si mescola con il mondo classico. Infatti anche dei grandi chitarristi come Mauro Giuliani hanno attinto ai temi popolari e scrivendo composizioni su temi spiritosissimi napoletani. In questo album abbiamo ottenuto quello che spesso io spero, ovvero di poter portare non solo la musica, ma anche di far sognare, divertire e stare bene insieme. Un altro album a cui tengo molto è “Quattro Contro Sei”, nel quale c’è una ricerca su un autore immenso come Paganini affiancato all’opera di Mauro Giuliani. Si tratta di un lavoro dedicato ad una formazione molto particolare, ovvero il duo violino e chitarra, ed è stato realizzato con la violinista Liliana Bernardi.

Da chitarrista molto attento alla liuteria, qual è lo stato dell’arte in Italia in questo ambito?
Io sono cresciuto sentendo elogiare sempre la liuteria straniera, cosa che apprezzo tantissimo, e ritengo giusto che venga fatto. Tuttavia sono andato scoprendo le risorse della liuteria italiana che mi hanno aperto un mondo così affascinante, a cui ho voluto dedicare queste mostre. Ad esempio la chitarra che sto usando in questo momento, è un modello splendido, unico, opera di un liutaio chitarrista Luigi Morzani, può farci capire quale ricerca, quali colori e quale varietà di progetti la liuteria italiana ha portato negli anni. Oggi, credo che liuteria italiana abbia delle risorse incredibili ed è giusto cominciare a prenderne atto, ascoltando e vedendo questi strumenti che sono dei piccoli gioielli. Per tale motivo ho invitato a questa mostra esponenti di primo piano come Luciano Maggi, Fabio Zontini, e il maestro Amenio Raponi, figlio del grande Orlando Raponi, nome storico della liuteria italiana.

Quanto c’è di ispirativo per te nella musica ottocentesca per chitarra?
La musica ottocentesca è molto formale, ed è una base su cui si dovrebbero cimentare tutti i chitarristi. Nella composizione si tende sempre ad eliminare la forma, ma ho il timore che accada perché non la si conosce. Per me questo periodo storico è stato veramente un punto di riferimento a livello di conoscenza, poi chiedendo il permesso ai compositori e ai maestri di composizione, ognuno personalizza ed esce dalla regole. Il bello però è proprio questo, ma l’importante è avere sempre la base.

Quando componi, come nascono i tuoi brani? Quali sono le tue ispirazioni?
Alle volte succede qualcosa di sorprendente, e il brano prende vita come se fosse nato da solo, già completo. Qualche tempo fa pensavo che in passato dovevo pensare molto per costruirlo, ma ci sono composizioni che sono il frutto della tecnica, perché è ovvio che quando presenti un progetto al pubblico devi sapere quello che fai, anche se c’è tanto istinto, e chi ascolta percepisce le sonorità, gli effetti. In ogni caso, bisognerebbe sempre sapere quello che si sta facendo. Accade così che il pezzo spesso nasce già adulto, pronto, e come se lo avessi avuto sempre dentro di me.



Salvatore Esposito