Malicanti – Tarantelle e Canti Tradizionali delle Puglie Vol.2 (Finisterre/Felmay, 2014)

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“Tarantelle e canti tradizionali delle Puglie”, disco pubblicato nel 2005, si segnalava per l’essenzialità e l’insolita, aspra schiettezza. Era un album privo di esibizionismi, in un certo senso una corsa contro il tempo, per via di voci e strumenti (tamburelli, chitarra battente, chitarra, violino, organetto, castagnette) di giovani che rimandavano direttamente alla tradizione popolare garganica e salentina, di cui padroneggiavano alla grande la grammatica musicale. A distanza di dieci anni, sul finire del 2014, i Malicanti hanno prodotto il secondo volume di “Tarantelle e canti tradizionali delle Puglie”, ancora una volta edito dall’etichetta Finisterre: una garanzia nell’universo trad italiano e internazionale. Dalla loro i Malicanti hanno la credibilità, maturata in anni di frequentazione con gli “alberi di canto” pugliesi. Nel disco ascoltiamo il decano Mike Maccarone (“Montanara di Mike”, “Viestesana”, “Rodianella”) e framemnti in cui ritornano le voci degli indimenticati Andrea Sacco e Uccio Aloisi. I Malicanti possiedono una pronuncia musicale franca e potente, timbri vocali sorprendentemente affini a quelli dei cantori popolari (nella splendida “Viestesana”, ascoltate la voce di Enrico Noviello e di Maccarone). Tutto ciò si traduce in un disco acustico, che attraversa il mondo contadino pugliese, che presenta materiali tradizionali anche molto noti (“Pizzica di Galatone”, “Mara l’acqua”, “Ferma Zitella”, “Rodianella”, “Pizzica indiavolata”), accanto  a versioni meno celebri dei canti tradizionali (la chicca polivocale “La Ruscita”), a intense interpretazioni garganiche come “Cannellese” (protagonista la chitarra battente di Pio Gravina, il cui timbro argentino è in primo piano anche nello splendido “Sonetto”), ai tessuti polifonici di “Aria Gaddhipudina” e “Scusate Signor Conte” , ad una composizione, “Vita Maria”, il cui ironico testo è firmato dagli stessi musicisti. Quella dei Malicanti non si può liquidare come mimesi o ricalco dei maestri contadini del Gargano e del Salento, la loro musica è diretta, suonata di getto, con gusto e spirito di accostamento, nel rispetto della lezione appresa, convinti dell’inarrivabile forza poetica dei suoni tradizionali della terra pugliese. 
Oggi nei Malicanti suonano: Valerio Rodelli (organetto e voce), Anna Invidia (tamburello, castagnette, voce), Daniele Girasoli (violino, tamburello, voce), Elia Ciricillo (chitarra, tamburello, voce), Enrico Noviello (chitrra battente e voce). Un nutrito gruppo di amici ospiti in perfetta sintonia, soprattutto le vocalist Anna Cinzia Villani e Enza Pagliara, arricchisce l’impatto sonoro della band. È musica piena, tendete le orecchie! Per parlare del nuovo album abbiamo raggiunto Enrico Noviello, già autore di uno studio su uno dei grandi cantori garganici del secolo scorso (“Andrea Sacco suona e canta”, Ed. Aramirè), musicista, formatore ed educatore, uno dei fondatori del quintetto.

Dal punto di vista musicale come siete cambiati dal disco d’esordio pubblicato dieci anni fa?
Da un punto di vista estetico, i cambiamenti sono stati pochi, e poco evidenti per un orecchio non abituato. Suoniamo una musica molto aspra, grezza, non sempre godibile, certamente non imbellettata. Come il primo, anche il nuovo disco si muove sul paradosso di poter ricreare atmosfere vicine alle musiche suonate da contadini e pastori prima della modernità, e di avvicinare quindi le radici musicali dalle quali proveniamo.  Tecnicamente, invece, siamo diventati più sicuri, e anche più vecchi, con tutti i pro e i contro della faccenda.

Rispetto al primo disco ci sono avvicendamenti nelle voci femminili. Segno di un organico ancora in mutamento, di brani registrati in diversi periodi. Ad ogni modo, questa scelta ha cambiato qualcosa nell’assetto e nei repertori proposti?
Sono testimonianze della vita che scorre. Nel primo disco cantava Francesca Chiriatti, una voce aspra, con un timbro assolutamente fuori dal comune, che ci piaceva da morire (c'è anche una sua testimonianza nel nuovo CD). Poi lei è tornata a vivere e lavorare altrove, e ci siamo intrecciati con Anna Invidia, altrettanto emozionante, per aspetti diversi, espressiva e presente, una voce che “buca” i concerti da palco. Ma nel CD abbiamo ospitato le amiche di sempre, con cui cantiamo da prima ancora di creare Malicanti e prima che loro, ognuna con i propri percorsi artistici e di ricerca vissuti, diventassero molto conosciute nell'ambiente. Parlo di Enza Pagliara e di Anna Cinzia Villani. In fondo il CD voleva essere un modo di ricordare la nostra storia, e queste due voci così intimamente vicine al nostro spirito, non potevano mancare.

In un certo senso, lo accennavi già prima parlando di paradosso. Nelle note del disco ribadite che “siete in prestito” quando ballate e suonate la musica delle campagne, che “non vi apparterrà mai”. Mi piacerebbe che approfondissi questo tema, visto che non si riflette  spesso su questo aspetto.
La musica che ci piace è quella dei contadini e dei pastori. Per loro, quella musica era come il caciocavallo o come il vino e l’olio. Si faceva perché era parte della vita, e come mangiavi, così cantavi. Noi siamo cresciuti con altre culture, la campagna e l’economia di sussistenza ce le hanno solo raccontate, o al più ne abbiamo vissuto dei residui, delle resilienze. Noi non apparteniamo alle tarantelle né le tarantelle appartengono a noi. Ci avviciniamo sapendo che nel sangue, nel DNA e nei ricordi, oltre che in piccoli pezzi di vissuto, quelle preziosità ci sono. Ma non era la nostra quotidianità e il nostro senso della vita.

Nel disco ci sono degli inserti di grandi testimoni della tradizione, oggi scomparsi: Andrea Sacco e Uccio Aloisi. C’è la voce di Mike Maccarone, 90 anni. 
Andrea Sacco ha insegnato a me e a Elia a suonare e a cantare. Fino allo sfinimento chiedevamo ad Andrea di cantare ancora, e ancora, e quei suoni sono entrati dentro senza che ce ne accorgessimo. Con Uccio il legame è stato meno stretto, ma fare la vendemmia per due anni da lui, ha lasciato tracce. Mi ricordo, quando cantavamo insieme alla stisa, la sua sorpresa nel cantare come si deve a più voci, anche se non eravamo del suo paese, e alcuni di noi – che poi ero io – non parlavano il suo dialetto. Andrea Sacco e Uccio Aloisi sono stati tra gli ultimi vecchi riconosciuti dalle rispettive comunità pugliesi come i migliori del paese a cantare e suonare. E adesso rimangono gli ultimi ultimi: quando se ne andranno i classe ‘25, come Mike, non avremo più nessuno da ascoltare. Più nessuno, intendo, che cantava questi repertori non per diletto, ma “in funzione”, perché servivano a far scorrere la vita quotidiana, perché calendarizzavano il calendario. Sono gli ultimi, prima della televisione e della Seconda Guerra mondiale, per intenderci.
Ma per adesso Mike ce lo godiamo tutto: la sua voce potente conserva ancora quell'antica sapienza, e con lui, per il tipo di Storia che ha attraversato, si può parlare di tutto come fosse un giovanotto.

Oltre all’ispirazione, che insegnamenti da questi maestri?
Detto in una frase, loro vengono prima del capitalismo e del consumismo. Se è vero che questa musica è come l’olio di oliva, allora i vecchi non ti insegnano le canzoni, o le musiche, ma ti insegnano la vita. Ci sono contesti e valori che lo sviluppo del capitalismo ha macinato, disgregato, dissolto. Questi vecchi portano la testimonianza che si poteva stare al mondo anche diversamente. Senza cadere nelle trappole del buon selvaggio, perché i tempi da loro attraversati sono stati di una durezza sconosciuta per noi, i vecchi testimoniano un modo di vivere centrato sulle relazioni, non sull'accumulo, dove l'ottimo è meglio del massimo, dove la felicità non è concetto quantitativo, e dove l’essere “compagni” vale più di ogni altra cosa. Sono bisogni ancora validi nella nostra contemporaneità, ma a volte li andiamo a ripescare in sentieri ciechi: mi riferisco a tutte le forme di integralismo o di iper-individualismo. Mike o Andrea sono radicali, estremi, ma rimangono sempre umani, e relazionali, non vanno d'accordo con gli “...ismi”

Ci racconti questo disco, che scorre tra brani classici e meno noti?
Ci sono le principali suonate di Carpino e di San Giovanni Rotondo, e ci sono pezzi salentini non sempre conosciuti al pubblico delle Notti della Taranta. Molti canti di sole voci, a uso antico, e pezzi anche molto difficili all'ascolto. Ma anche pezzi più immediati e gradevoli, come la “Pizzica di Galatone” o la “Pizzica di Copertino”. C'è “Lu Rusciu” come si fa al paese di Daniele e di Giorgio, San Pancrazio Salentino, e l'impossibile “Sonetto di San Giovanni Rotondo”, che Pio esegue con una maestria paragonabile, per qualità, alle esecuzioni dei maestri.

Come nascono gli arrangiamenti  dei brani? Quanto c’è di scritto e quanto nasce dall’immediatezza del suonare insieme?
Mi verrebbe da dire che arrangiamenti veri e propri non ce ne siano, perché i pezzi ricalcano le andature tradizionali e li abbiamo sempre suonati e risuonati fino allo sfinimento senza doverli “arricchire” o “contaminare”: non ce n’era alcun bisogno. Ma poi ci sono anche alcune invenzioni, e c’è anche il tocco musicale e originale dell'organetto di Valerio. L’unica vera creazione è il testo di “Vita Maria”, dove ci siamo presi in giro l’uno con l’altro, attualizzando il testo più famoso di Aramirè.

La Puglia è sempre al centro del mondo folk. Durerà?  Finirà il consumo di pizzica? Cosa resterà? La pizzica diventerà (o è diventata) una delle heritage music suonate da tutti, come L’Irish music, il klezmer o il reggae.
È possibile. Quando abbiamo cominciato a ricercare e a suonare, negli anni ‘90, questo era uno sviluppo improbabile: c’erano pochissimi gruppi e la ricerca era nulla. Oggi la ricerca è quasi nulla, ma il “movimento” è cresciuto in misura sorprendente, ha trovato sponde artistiche, culturali, e soprattutto politiche, quindi economiche, ed è diventato un fenomeno che difficilmente si estinguerà, a differenza di come il revival degli anni ‘70 si era invece esaurito. La Puglia ha unito alla musica anche (non dappertutto) una marcia in più nell'accoglienza e nelle politiche del territorio, e la musica di riproposta è diventata uno strumento di espressione identitaria, inventata, ricreata, ma in cui molti giovani si sono riconosciuti, e che ha permesso a certi strati più dinamici delle nuove generazioni di trovare un nuovo centro di gravità. Sì, credo che abbia preso una sua – pur fragile - autonomia che non è destinata a tramontare. Ma, su questo, chi vivrà, vedrà.

Immagino che vorrete portare in tour la vostra musica, ma a parte la crisi economica quanto è difficile imporsi all’attenzione con la concorrenza fra band pugliesi e con organizzatori per i quali di notte le tarantelle sono tutte uguali?
Il mercato non cerca la qualità, ma la concorrenzialità economica, e la quantità. Spesso gli organizzatori di feste e concerti sono più interessati a quante ore suoneremo sul palco, piuttosto che allo spessore che porteremo. Spesso il pubblico non chiede cultura e arte, ma alto volume e ritmi ossessivi. Noi ci divertiamo molto a suonare dai palchi, e anche che le persone si sfrenino ballando. Ma ci piace anche raccontare le storie e le radici di questa musica, portare repertori desueti e non immediatamente godibili, e la contraddizione del palco la sentiamo molto. Per questo, accanto ai concerti da palco, sempre più ci interessano luoghi e contesti dove l'ascolto possa esistere. Penso ai teatri, o ai piccoli spazi, dove ci divertiamo molto, e ci emozioniamo come i primi tempi. Ma non per questo snobbiamo i grandi concerti, quelli a base di adrenalina e argento vivo. In fondo, le tarantelle in tutta Europa, ce le invidiano non certo per la varietà musicale, ma per l'energia potente che sanno portare nello stomaco degli ascoltatori. E, quell'energia, non ci è mai mancata. Magari è arrivato il momento, anche con il sostegno delle Edizioni Finisterre, che ha voluto scommettere anche su questo nostro secondo lavoro, di far sentire anche fuori dall'Italia le radici di Puglia e l'anima meridionale, di cui l'Europa ha così bisogno.


Ciro De Rosa