Giancarlo Guerrieri – Pazzu (Artist First, 2014)

Cantautore siciliano dallo stile originale in grado di mescolare la migliore canzone d’autore italiana con la musica della sua terra, Giancarlo Guerrieri vanta un percorso artistico ultraventennale, nel corso del quale ha perseguito con convinzione la sua idea di musica senza compromessi, non badando alle mode, ma piuttosto sfoggiando un songwriting ironico e tagliente, che affonda le sue radici nel suo vissuto quotidiano. In particolare negli ultimi anni si è segnalato per l’ottimo “Caminanti” del 2011, il cui successo lo ha accompagnato verso la realizzazione del nuovo album “Pazzu”, nel quale tra brani originali e riletture d’eccezione spicca la sua abilità nel destreggiarsi tra stili e sonorità differenti. Lo abbiamo intervistato per approfondire con lui il suo percorso artistico, le sue ispirazioni, focalizzando la nostra attenzione su questo nuovo album e sulla genesi creativa di alcuni brani. 

Partiamo da lontano, come nasce la tua passione per la canzone d’autore? 
Tutto ebbe inizio con una vecchio nastro di Renato Carosone che mio padre suonava in un mangia nastri Stereo 8. Quelle note suonate al pianoforte così semplici e nello stesso tempo ordinatamente messe assieme mi hanno affascinato, e fortuna volle che a casa mia arrivò un pianoforte regalatomi da una prozia che viveva a Roma. Il passo successivo è stato naturale, ho subito provato a riprodurre quelle note, così è cominciato tutto. Nel corso degli anni mi sono appassionato all'ascolto attento dei testi e mi sono reso conto che con una canzone si potevano raccontare tante cose, dalle più frivole a quelle più importanti, praticamente l'infinito. 

Puoi raccontarci i tuoi primi passi nel mondo della musica? 
Le mie prime esibizioni salgono a metà degli anni Ottanta. Formammo un gruppetto che in un primo momento aveva scelto come nome "I Sepolcri", ma con questo nome era impossibile trovare un ingaggio per qualche serata. Fortunatamente lo cambiammo in corsa con un più esotico MOKA EXpres, suonammo per un carnevale nella piazza del mio paese, ed io esordì per la prima volta come cantante oltre che tastierista cantando “The Logical Song” dei Supertramp in un inglese improbabile. Fu una grande emozione, e pian piano sono cresciuto, ho imparato a suonare il piano e la tastiere, e così venni chiamato da una storica formazione locale che faceva parecchie serate l'anno e li mi sono fatto le ossa. 

Quali sono le tue principali influenze a livello compositivo? 
Sono cresciuto con pane e Franco Battiato, conosco la sua discografia in maniera maniacale, posseggo tutti i suoi dischi anche delle rarità come la canzone che cantò all’edizione 1967 di “Un disco per l'Estate” che poco ha a che fare con il Battiato che conosciamo oggi. La mia collezione negli anni si è arricchita di musica anglo-sassone ed americana, da Lou Reed a Iggy Pop, dai Genesis ai Pink Floyd per arrivare ai Cure, a Sting e i R.E.M.. Questo mi dato la possibilità di sentirmi libero di seguire un mio personale mondo musicale e compositivo, fino a diventare un cantautore. 

A partire dagli anni Novanta hai inciso diversi dischi, come si è evoluto il tuo stile in questi anni? 
Tutto è cambiato da quando ho iniziato a fare dischi, dal modo di comporre al modo di registrare e realizzare i brani. Quando si lavorava con il nastro analogico c'erano costi importanti da sostenere, e spesso i risultati erano ben lontani da potersi definire professionali. Il mio primo disco “Sulle Tracce Dell’Iride” l'ho registrato con un registratore ad otto tracce e uno dei primi computer Atari, incisi tutto in una mattina ed un pomeriggio in sala. Oggi una cosa del genere non sarebbe concepibile, perché si tende alla perfezione, con ore ed ore di editing per pulire le tracce. Non so se questo sia un bene o un male, ma certamente si perde quell’anima che è viva e presente nei dischi del passato, in quelle note sporche, in quei soffi del nastro magnetico. 

Puoi parlarci del tuo processo creativo? 
Le idee per i brani mi vengono mentre faccio le cose di ogni giorno. Spesso mi succede che guidando mi viene in mente una melodia o dei versi, così li registro subito sul telefonino, e appena ho la possibilità torno a casa, dove nell’intimità del mio studio sviluppo l’idea al pianoforte. Devo dire che ultimamente sono diventato più esigente con i testi, prima ero molto più istintivo, quello che scrivevo in prima stesura rimaneva. Oggi, invece, mi piace mettermi in discussione, cerco sempre di raccontare delle storie che siano comprensibili a tutti. Scrivendo poi in dialetto ciò richiede molta più attenzione ed impegno. Quando è pronta la prima stesura chiamo i miei musicisti e facciamo un primo provino del brano, che di solito suoniamo in sala prove. Da quel provino poi si arriva al produttore artistico che lo rielabora ottimizzando tutto e in fine lo arrangia. 

Come nasce il tuo nuovo album “Pazzu”? 
Il disco è nato come sempre da una serie di canzoni che avevo scritto negli ultimi due anni, non avevo una idea precisa, ma volevo raccontare delle storie che fossero condivise dall'ascoltatore. Tutte le canzoni hanno sempre uno sfondo sociale, o celano in maniera più o meno evidente messaggi nei quali tutti possono trarre spunto per pensare, perché il dovere di ogni cantautore è quello di provare a smuovere anche di un solo millimetro le coscienze. 

Il tema della pazzia lega “Pazzu” e “Caminante” dove c’era la canzone “A storia d'Orlando”? Qual’è il punto di contatto tra i due dischi? 
I due dischi sono molto diversi. Infatti in “A Storia D’Orlando” ho voluto raccontare un uomo che nella sua follia amorosa pensa di riuscire a sfidare anche la morte, mentre in “Pazzu” ho voluto raccontare l’altro lato della pazzia, quella insana e mostruosa che certi uomini malati perpetrano nei confronti delle donne o di creature più deboli. 

A livello sonoro il disco si muove nella direzione della world music. Come si è indirizzato il tuo lavoro in fase di arrangiamento dei brani? 
Devo dire che in questo disco gli arrangiamenti di Mario Saroglia non hanno seguito una linea stilistica bene definita, abbiamo scelto di mettere i vari generi al servizio del testo e della melodia, senza precluderci la possibilità di spaziare da pop al rock, fino al progressive. 

Ad aprire “Pazzu” c’è un brano che può essere il tuo manifesto artistico “La Musica è Putenti”? Qual’è la forza della tua musica? 
La musica è come la buona cucina mette tutti d'accordo! “La musica è putenti” racconta di un sogno che ho fatto, dove alcuni ragazzi si ritrovano in aperta campagna e per magia cominciano cantare all'unisono questo verso “la musica è pulenti e nun si scanta i menti (la musica è potente e non ha paura di niente)/la musica è putenti e nun s'areni mai (la musica è potente e non si arrende mai)”. 

Da dove è nata la scelta di reinterpretare “Agata”? 
C’è un aneddoto da raccontare: alla fine di un concerto un mio amico musicista, Peppe Qubeta, mi disse che gli ricordavo, sul palco, Nino Ferrer. Mi presi il complimento, poi la curiosità mi ha portato a riscoprire questo autore, ho trovato un artista eclettico, dalle mille sfaccettature, molto avanti per l’epoca in cui ha vissuto. Filosofo, antropologo, attore, si ritirò nel momento di massimo successo, dopo aver toccato, in allegria, temi allora scottanti come il razzismo e la pace. “Agata” mi è sembrato così un omaggio doveroso. 

Com’è nata l’idea di realizzare la versione in siciliano di “Taglia La Testa Al Gallo” di Ivan Graziani? 
“Taglia la testa al gallo” è una canzone che nell’immaginario collettivo è allegra, un rock basato sulla chitarra elettrica, con un testo che pochi hanno ascoltato attentamente. Il brano è dedicato a una Sardegna saccheggiata, e nel verso “se la tua terra è ancora in mano ai quattro mori” ho sentito questa assonanza “insulare” con la Sicilia. Queste due belle isole maltrattate, e sfruttate dalla mafia e dalla cattiva politica sembrano avere un destino comune. Ho deciso di farne una versione in Siciliano con affetto e un po’ d’amarezza, solamente al pianoforte, e le voci che sottolineano questa rabbia contratta, questa voglia di rivalsa, di riscatto, che fatica a emergere, ma che prima o poi esploderà. Come diceva Ivan un giorno tante teste di gallo verranno tagliate, naturalmente in modo metaforico, ma c’è bisogno di una rivoluzione culturale, senza la quale non ci sarà mai una rinascita. La Sicilia sarebbe un paradiso, ma quello che vedo intorno mi rattrista, l’assenza di cura e di cultura in ogni azione. Noi cantautori abbiamo il dovere morale di denunciare queste cose, dobbiamo generare riflessione, o siamo solo dei cazzoni davanti a un microfono. Gli apprezzamenti di Anna, la moglie di Ivan, mi hanno confermato nella giustezza delle mie scelte. 

Nel disco è presente anche un brano del tuo conterraneo Mario Incudine “Zorhat Haria”. Come mai hai scelto proprio questo brano? 
Con Mario Incudine c'è un tacito accordo che ad ogni mio disco lui contribuisce con una sua canzone. Siamo amici da una decina d'anni, e penso che la virtuosità di certi risultati non possa prescindere da una conoscenza e un rispetto profondi. Suoi sono stati tanti consigli preziosi e un dono fantastico, la bella canzone "Zhorat haria" in cui spicca questo splendido verso: “Si erba frisca dopu ntempurali/ petalu i rosa misu a macerari/mbragghi lu tempu e inveci di seccari/lassi nta l’acqua ciauru e culuri” (Sei erba fresca dopo un temporale, petalo rosa messo a macerare, inganni il tempo invece di seccare, lasci nell’acqua profumo e colore)… 

Qual’è il tuo rapporto con la musica e la tradizione siciliana? 
Sono una persona molto curiosa, mi piace tutto ciò che riesce a catturare la mia attenzione, ho sempre ascoltato di tutto, e non potrei mai viaggiare in macchina senza una radio. E’ chiaro che ci sono dei momenti dove il silenzio diventa la colonna sonora perfetta, come un tramonto sui monti Iblei, o un giro in barca a remi sul litorale di Ispica, la mia città natale. Sono questi luoghi che mi forniscono gli stimoli per comporre le mie canzoni in dialetto, una energia creativa che solo certi posti e certe storie tramandate da generazione in generazione posseggono. La musica siciliana ha un grande repertorio che affonda le sue radici nel passato, ma che con grande slancio sta attraversando una fase molto bella, fatta di innovazione di collaborazioni tra artisti e di continua ricerca del bello da condividere con il mondo intero. 

Cosa ha ispirato il brano “Super Otto”? 
Super Otto è un disperato grido di insofferenza per la frenesia della vita e la voglia di tornare bambino e poter essere senza pensieri. Si deve restare bambini! Non riuscirci è un grossa perdita perché il bambino è sognatore, spontaneo, sincero, mentre l’adulto pensa solo al proprio tornaconto. Racconto uno spaccato generazionale, di quei ragazzi cresciuti negli anni Settanta e Ottanta che oggi hanno quarant’anni, e un dottorato in gratta e vinci, e la smania di svoltare. Descrivo l’Italia oggi, però la canzone finisce con una speranza: “Era l’88 o il 99 non ricordo, forse era oggi o l’altro ieri, non è cambiato quasi niente nonostante tutto ho ancora molti sogni e desideri” 

“Kavallereska” è una critica senza mezzi termini all’Italia e ai nostri politici. Dov’è la speranza in un futuro migliore per la nostra nazione? 
Si, anche perché il testo è davvero duro, sincero. Ma i tempi sono davvero al limite della decenza, e malgrado tutto ci si limita a un mugugno fatto on line. Dovremmo ripartire dalle scuole, dall’educazione di base, dal senso civico, dalle idee di bellezza e solidarietà. Duri i tempi, duro il testo, hard la musica. Ai poveri onesti, ai disgraziati che ancora credono nella giustizia, non resta che portare la propria croce, come dico in “Trikiova”, ognuno col fardello individuale senza più una coscienza generale. 

Nella tua carriera ti sei dedicato a scrivere brani per altri artisti e alla musica per il teatro. Ci racconti queste tue esperienze? 
Scrivere per altri è una cosa che mi piace moltissimo, e richiede un grande impegno, perché quando devi mettere in bocca delle parole ad un interprete devi conoscerlo bene, lo devi studiare, perché quello che dovrà cantare dovrà essere credibile. Mi piace scrivere i testi perché è il mio modo di raccontare la vita, se non avessi fatto il cantante sicuramente in un altra vita avrei fatto il giornalista, perché ogni avvenimento esperienza che mi tocca da vicino diventa spunto per raccontare una storia. Con il teatro ho potuto dare libero sfogo alla mia fantasia. Fondere un testo teatrale con le note è per un musicista un grande banco di prova, io ho avuto la fortuna di lavorare con registi ed attori che mi hanno dato la possibilità di esprimermi al meglio e di questo sono riconoscente. 

Concludendo come si svolgerà il tour in cui promuoverai “Pazzu”? 
15 dicembre ho suonato a Caltagirone insieme a Debora Jurato , Andrea Nardinocchi e Mario incudine e Joe Caccamo per un una serata benefica per raccogliere fondi in favore dei bambini e degli adolescenti disagiati. E’ stato un grande concerto con una orchestra di 20 elementi diretta da Massimo Zanotti, figlio di Fio e bravo quanto il padre. Il tour proseguirà in Sicilia per tutto dicembre per poi risalire lo stivale a partire dai primi di febbraio, con le date di Napoli, Roma, Bologna, e Milano.



Giancarlo Guerrieri – Pazzu (Artist First, 2014) 
Selezionato fra i trenta migliori album in dialetto nell’ultima edizione del Premio Tenco, “Pazzu” di Giancarlo Guerrieri, raccoglie undici brani tra composizioni originali e riletture, che nel loro insieme racchiudono in modo molto efficace l’ampio caleidoscopio ispirativo e stilistico del cantautore siciliano. Rispetto al disco precedente “Caminante” del 2011, questo nuovo lavoro mette in luce come Guerrieri abbia raggiunto la sua piena maturità artistica, non solo dal punto di vista della scrittura dei brani, ma anche nel sapersi destreggiare tra suoni e stili differenti, dando vita ad un originale approccio world-rock, in cui si mescolano echi di progressive ed elementi di musica tradizionale siciliana. In questi anni, passo dopo passo, canzone dopo canzone, il cantautore siciliano ha valorizzato a pieno tutte le potenzialità del suo talento, facendo emergere una sorprendente capacità di osare, ben lungi da ogni clichè e moda. Se dal punto di vista tematico il disco ruota intorno al lato oscuro della pazzia, quello che porta l’uomo a distruggere la terra che abita, e a macchiarsi di delitti e nefandezze, da quello musicale la pazzia è intesa come il desiderio di spostare più avanti il confine della ricerca sonora. In questo senso fondamentale è stato il contributo di Mario Saroglia che ha arrangiato e co-prodotto il disco, ma anche quello di due amici come Mario Incudine e Kaballà, i quali hanno firmato alcune canzoni. Ad aprire il disco è “La musica è puntenti”, in cui spiccano l’eccellente arrangiamento world-rock con l’intreccio tra i fiati di Antonio Putzu (friscaletti, flauti e duduk) e la chitarra elettrica di Placido Salamone, e il testo caratterizzato dall’intreccio tra il dhivei, idioma delle Maldive dove Guerrieri ha vissuto in passato, e il siciliano. Si prosegue prima con la pianistica “L’uomo è pazzo” che ci riporta nei sentieri del cantautorato, e poi con quel gioiellino che è la versione in siciliano di “Agata” dal repertorio di Nino Ferrer che si lascia apprezzare per la sua ritmica trascinante. Se alla tradizione siciliana rimanda “Carizzi e petri”, la seguente “Super Otto” è una riflessione profonda sul passato in cui tra ricordi, speranze e sogni di un adolescente, emerge una fotografia cruda dell’Italia che dagl’anni Settanta ed Ottanta non è mai cambiata. L’intesa “Tri kiova” è una dedica a cuore aperto alla Sicilia, terra bellissima, ma segnata dal destino crudele che la vede usurpata dalle mafie e dalla cattiva coscienza di accettare con rassegnazione la condizione di disagio in cui vive. Le sonorità elettoacustiche della ballata “L’Unica Virità” ci conducono prima al travolgente rock di “Kavallereska”, e poi al brano più intenso e poetico di tutto l’album “Zorhat Haria”, firmata da Mario Incudine e cantata in duetto con quest’ultimo. Completano il disco una reprise di “Agata”, la pianistica “Jaddu” versione pianistica in siciliano di “Taglia La Testa Al Gallo” di Ivan Graziani, e la versione in dialetto di “L’Uomo è Pazzo”. “Pazzu” è dunque un disco profondo, intenso, ricco di belle intuizioni musicali, e siamo certi che rappresenterà un importante riferimento per la carriera di Giancarlo Guerrieri. 



Salvatore Esposito