Penguin Cafe - The Red Book (Autoprodotto, 2014)

Il rischio è sempre quello, in certe situazioni. I figli d'arte lo sanno, ne sono pienamente consapevoli. Se sei figlio di un grande (o un grandissimo, come in questo caso) e ti viene in mente di fare la stessa cosa del tuo celebrato genitore, ti esponi. Molto di più che un qualsiasi altro artista. Ed il confronto può essere davvero impietoso. Pensate ad un fan di vecchia data che si trova il figlio del proprio idolo sul palco insieme a lui, per esempio la figlia di Peter Gabriel, piazzata da lui a fare cori e gettata qualche anno fa allo sbaraglio, facendole interpretare una "Mother Of Violence" da dimenticare. In ogni caso ognuna di queste situazioni, per ragioni ovvie, è talmente personale ed intima da non poter essere giudicata fino in fondo. Di sicuro Arthur Jeffes, figlio del grandissimo Simon, fondatore della Penguin Cafè Orchestra con “The Red Book” ci ha messo del suo. Impossibile non rimanere influenzati dalla grande opera del padre, ma al tempo stesso questo suo progetto chiamato soltanto Penguin Cafe cerca dire la propria. Il pretesto per questo nuovo lavoro gli fu fornito dalla sua collaborazione addiritturaa con la NASA: due i brani di questo cd realizzati per l'occasione ed inviati nello spazio come parte del progetto “Keplero” ("Aurora" e "1420"). Proprio la dimensione infita dello spazio e di quello spazio ha fornito l'occasione a Jeffes per differenziare ulteriormente il suono da quello del padre. E allora sì, la cosa ha decisamente senso. L'inevitabile dilatazione del beat e dell'armonia conferisce un tono trascendentale in più all'opera, investendola della qualifica di naturale prosecuzione del lavoro di Simon Jeffes. Esce invece meno bene la band - composta da ben 10 elementi - quando si lancia in episodi simil kletzmer/sudamerica come "Black Hibiscus", questo sì che sa di già sentito. Ma nel complesso il disco è molto ben fatto, l'eleganza dei musicisti è indiscutibile, per quanto a volte si passi davvero vicino al cosidetto mondo new age, quella specie di terra di nessuno dove vanno a finire molti progetti che non hanno trovato una propria identità. Simon Jeffes, da lassù, avrà sicuramente sentito questi brani. Alcuni di loro, bellissimi, non avevano bisogno di essere inviati nello spazio per questo, altri sì. Ma nel complesso può essere orgoglioso del proprio figliolo, che gli ha voluto così bene da far sì che il suo lavoro continuasse a suonare nei nostri orecchi. 


Massimo Giuntini