Premio Andrea Parodi, VII edizione, Cagliari, 9-11 ottobre 2014

Partecipare al Premio Parodi a Cagliari è una condizione emozionale, che nasce dalla dimensione “familiare” che si instaura, dal confronto dialettico con operatori culturali, studiosi, musicisti e colleghi giornalisti presenti alla rassegna di world music sarda. Soggiornare nel capoluogo isolano, quest’anno in un clima ancora estivo, significa anche immergersi nei colori plurietnici dei quartieri Stampace e della Marina, nelle suggestioni del gotico-catalano di Sant’Eulalia; è ammirare la volta dell’altare di Sant’Agostino e subito dopo cedere con facilità alle lusinghe conviviali di “Sapori di Sardegna” di Via Baylle, accogliente ritrovo per l’assaggio e l’acquisto di squisitezze locali, dove sorseggiamo un Cannonau Orgosa, annata 2013, gentile e non aggressivo, dal bouquet fruttato con note di macchia mediterranea. Naturalmente, c’è la musica, che per tre serate ha richiamato all’Auditorium Comunale un folto pubblico convenuto per ascoltare le dieci canzoni finaliste, delle oltre duecento iscritte al concorso dedicato alla world music, che si svolge nel ricordo dell’attività di ricerca del cantante dei Tazenda, per volontà della Fondazione Parodi e sotto la direzione artistica di Elena Ledda. Diciamo subito che Flo, la chanteuse napoletana dal respiro poliglotta, ha visto riconosciute le sue doti canore con il brano in gara, “Olor a lluna”, cantato in catalano, ed interpretative, per merito di una splendida versione della parodiana “Temporadas”. Con un trio di percussioni, chitarra e violoncello, la cantante dall’ugola flessuosa e limpida ha presentato una composizione co-firmata dal chitarrista e arrangiatore Ernesto Nobili, tratta dal suo recente album “D’amore e di altre cose irreversibili”, che con gusto concentra suggestioni folk e cameristiche, canzone d’autore e aperture world. 
Alla cantante è andato anche il premio per la musica e l’arrangiamento e finanche, ex-aequo con il duo piemontese Amemanera e la friulana Serena Finatti, il riconoscimento che i concorrenti danno votandosi tra di loro: prova della comunanza di spirito e della sana concorrenza che alimentano il Premio. Parimenti delizioso è il premio dei bambini, assegnato quest’anno alla cantautrice goriziana Serena Finatti ( “Bes di Diu”). Tra i testi, attrazione fatale della giuria tecnica per “Ndemo xente”, un brano di ispirazione deandreana, che combina il garbato invito a prestate ascolto ai “furesti” nuovi veneti con una certa vena ironica e il ricordo dei mestieri scomparsi. Ad eseguirlo un artista eclettico come Leo Miglioranza, in formazione con banjo, fisarmonica e basso. Invece, il palermitano Alessio Bondì, chitarra e armonica dalle tinte drakiane e springsteeniane (dal Nebraska… ai Nebrodi, tanto per rubare la citazione ad un amico musicista), un po’ eccessivo nella teatralità della sua performance, si è aggiudicato la Targa SIAE e il Premio “Tre giorni in studio”. L’atteso Premio della critica è andato ad altri siciliani: i Tamuna, quartetto dotato di tamburello, chitarre e basso, il cui “Ciuscia” deve aver raccolto consensi soprattutto nella sezione della giuria meno frequentatrice dei suoni world. E magari qualcuno si sarà anche lasciato populisticamente influenzare dall’entusiasmo del pubblico, conquistato dall’energia giovanile del combo, che esibiva un tamburello - icona o simulacro della tradizione? - percosso con vigore e virtuosismo, una verve rock’a’billy, fatta di cliché solistici, di convenzionali giri blues. Sollecitiamo una riflessione: Possibile che qui la world music si declini sovente in termini di canzone dialettale o in lingua di comunità e stilemi popular di terza mano? 
Dov’è il lavoro sui moduli espressivi della tradizione orale? Dove sono il confronto e l’ibridazione di linguaggi tradizionali non anglo-americani o eurocolti? Perché il globale è solo il rock o stilemi jazz o ancora cristallini arpeggi chitarristici, e il locale una lingua in cui si canta magari una canzoncina non invasiva? Insomma, eccoci al dunque: il Premio Parodi è l’unica rassegna-concorso di ambito nazionale dedicata alle musiche del mondo. Pertanto dovrebbe aspirare a dare spazio a progetti “veramente” di respiro world (quantunque quella di world music sia una categoria non facilmente circoscrivibile), magari anche indagando in futuro il suono dei “nuovi italiani” che animano le musiche delle nostre città. Purtroppo constatiamo che spesso ci si trova di fronte ad artisti che scrivono una canzone in dialetto solo per l’occasione. Piuttosto, occorrerebbe comprendere quale ricerca timbrica e musicale va oltre la composizione ad hoc. Riteniamo sia una considerazione che si impone a chi seleziona e sceglie le candidature. Perché è a monte che occorre rivolgersi per affrontare la questione. Non da ultimo, vedremmo volentieri una giuria tecnica e critica più specialistica, costituita da musicisti, colleghi dei media e studiosi immersi da sempre nel panorama delle musiche del mondo. Nelle dieci produzioni presentate quest’anno, comunque nel complesso di buon livello, c’è stato poco di ricerca musicale che esplori linguaggi di tradizione orale. Vero è che la scure dei tagli alla manifestazione e le rinunce, dovute a svariati motivi, dopo la prima selezione (ufficiosamente, mi sono stati fatti i nomi di Loris Vescovo, Rosapaeda, Compagnia Daltrocanto, Terrae, artisti che avrebbero elevato tantissimo la tenzone e le suggestioni sonore) hanno imposto qualche scelta di ripiego agli ammirevoli organizzatori del Premio Parodi, che sono riusciti anche per questa settima edizione, nonostante la riduzione del budget (quanto meriterebbero molta più attenzione dagli amministratori locali per l’alto profilo culturale del Premio) a costruire un programma gustoso in una cornice ineccepibile e professionale, tra partecipanti e ospiti delle tre serate. 
A proposito di quest’ultimi, abbiamo riammirato con piacere gli Unavantaluna, vincitori dello scorso anno, abbiamo applaudito il video di “Iettavuci” di Francesca Incudine. Ancora, abbiamo ammirato l’ineguagliabile rigore dei cantori del Concordu e’ su Rosariu di Santu Lussurgiu, detentori di un formidabile repertorio polivocale sacro e profano, e vincitori del Premio Albo D’Oro del festival. Tra gli eventi collaterali, anche la presentazione di “Amada”, poetico sodalizio tra Elva Lutza e il cantante e ricercatore provenzale Renat Sette. Ragguardevole per versatilità e vocalità ricca di pathos la partecipazione della libanese Abeer Nehme, star dalla proposta ecumenica. Svettante la prova del Duo Bottasso, Nicolò e Simone, violino e organetto, già conosciuti con Abnoba, che attraversano la tradizione piemontese, per suonare partiture che hanno spessore contemporaneo con due strumenti popolari. Davvero c’è bisogno sempre di suoni digitalizzati, batterie e schitarrate per sembrare al passo coi tempi? Piuttosto servono idee, tecnica, creatività compositiva, passione ed entusiasmo. Con i Bottasso ci sono tutti! E in misura tale da consentire loro di entrare, dopo meno di mezzo pomeriggio di prove, nei brani di Abeer, nel repertorio di Parodi (“Ruzaju”), nel classico (amato-odiato dai sardi: quindi molto rischioso da eseguire) “No Potho Reposare”, accompagnando Nehme e ancora nella jam finale “Sienda”, in compagnia di Ledda e Silvano Lobina ed altri musicisti isolani. Ritornando agli artisti in gara, sono mancati dai vertici gli artisti sardi, che pure sembravano presentare i progetti meno prevedibili e coraggiosi (Ergot project e Tramas). Spunti singolari anche da Lino Volpe, navigato uomo di spettacolo, prima presentatore e produttore di programmi jazz, poi regista di teatro, in gara con un brano in stile bruniano, che presentava luci (una grande tradizione canora) e ombre (i cliché vocali e la napoletanità ostentata) della musica d’arte partenopea, ed una personalissima interpretazione di “Stabat” di Andrea Parodi, che ha rischiato di portarlo in vetta. 



Ciro De Rosa