John Mellencamp - Plain Spoken (Republic Records/Universal, 2014)

John Mellencamp è quello che definiresti un “true little bastard”, e questo soprattutto per il suo essere un maestro dei tre accordi ed una storia. Sin dai suoi esordi alla fine degli anni Settanta, si è fatto interprete e voce delle storie di quell’America che soffre la sua ricchezza per pochi eletti, e per le condizioni di inanità culturale in cui vivono le varie fasce disagiate. Rispetto a tanti suoi colleghi che hanno subito inesorabilmente il passare degli anni e la fine di un ciclo artistico, Mellencamp e le sue canzoni sono diventate un classico, e questo per la sua capacità di proporre un sound che ormai è un marchio di fabbrica che abbraccia rock, folk e tutto quello che c’è in mezzo. Il suo fare musica affonda nel rock stradiolo e chitarristico, ma negli anni si è colorato di folk, ben prima che diventasse una moda per hipster, ed è per questo che si può definirlo la vera bandiera dell’heartland americano. Se “No Better Than This” giovandosi della produzione di T-Bone Burnett era la degna conclusione di un percorso di ricerca verso sonorità old time, “Plain Spoken” è la consacrazione di Mellencamp come il songwriting che meglio è riuscito a racchiudere nelle sue canzoni l’America di questi anni. Questo album nasce ancora una volta dalla frequentazione con quel genio di T-Bone Burnett, il quale è stato coinvolto nelle prime fasi di lavorazione, e successivamente relegato al ruolo di produttore esecutivo. Aperto dalla splendida “Troubled Man”, il disco ruota intorno al tema degli errori e delle paure che un uomo si è lasciato alle spalle, aprendo spaccati riflessivi profondissimi come nel caso della sofferta “Sometimes There's God”, una delle pagine più intense di tutta la discografia di Mellencamp. Rispetto al passato “Plain Spoken” è un disco solido, che va ben oltre i due o tre pezzi da ricordare, o la bella copertina, ma è un lavoro che rappresenta la sublimazione dello storytelling, qualcosa di emozionante da ascoltare e riascoltare, e magari anche da leggere. Le chitarre di Mike Wanchic e Andy York, impreziosite dagli interventi di violino e mandolino, fanno così da sfondo ad un pugno di canzoni di un artigiano che lavora alle sue storie, ce le canta facendole schiudere come piccoli scrigni, pieni di parole, allarme, coraggio e follia. Bellissimo disco.


Antonio "Rigo" Righetti