Felice Liperi – Stelle Del Folk Italiano, manifestolibri, 2014, pp. 128, Euro 16,00

Non hanno un packaging luccicante le edizioni editoriali del quotidiano comunista: essenziali nella grafica, vanno direttamente al sodo. “Stelle del folk italiano” presenta quattro personalità musicali molto differenti, accomunate dalla grandezza ma anche dal fatto che la loro musica e la loro presenza tendono a finire nell’oblio in questo strano Paese che è l’Italia, soprattutto per incapacità della cultura istituzionalizzata. Oppure la loro arte è ad appannaggio di pochi appassionati, al di là delle pur significative riscoperte e degli omaggi da parte di artisti ad alta visibilità mediatica (da Consoli a Capossela, da Dalla a Desio, da De Gregori a Têtes de Bois). Dunque, è un “recupero di memoria” (p.7) quello che ha spinto Felice Liperi – critico musicale, studioso di popular music, voce nota del palinsesto di Rai Radio 3 – a puntara le sua attenzione su Rosa Balistreri (1927-1990), Caterina Bueno (1943-2007), Enzo Del Re (1944-2011) e Matteo Salvatore (1925-2005). Sappiamo che quella della folksinger di Licata è una voce che trova riscatto nel canto; la sua è un’esistenza sofferta, fatta di violenza e di sopraffazioni, a cui lei resiste e risponde col suo canto potente e accorato, mai indomito, che da racconto personale diventerà storia di tutta la sua terra. Invece, “Caterina raccattacanzoni” è interprete, ricercatrice, operatrice culturale. La Bueno con le sue canzoni tocca la corda dell’impegno sociale e della canzone di protesta. È voce immensa, che prenderà parte a “Bella Ciao” e “Ci ragiono e Canto”, ma ricordiamola anche voce della sigla di testa di “Italia bella mostrati gentile”, serie televisiva del 1978. Considerata la voce della Toscana, Bueno ha agito da talent scout, scoprendo musicisti (da De Gregori a Maurizio Geri e Riccardo Tesi – questi ultimi due le hanno dedicato il magnifico progetto “Sopra i Tetti di Firenze” – e, ancora, al chitarrista Alberto Balìa, prima con Ritmia, poi con il Trio Argia). Del riscatto di Matteo Salvatore, della forza delle sue parole, del suo stile è stato già scritto (ricordiamo “La luna aggira il mondo e voi dormite”, sua autobiografia raccontata ad Angelo Cavallo), ma è giusto rimettere al centro dell’attenzione genio, passione, tragedia e ironia del cantastorie del Tavoliere. Scomparso solo tre anni fa, l’altro pugliese Enzo Del Re ha incarnato l’ alterità irriducibile tanto a schemi e valori della cultura dominante quanto ai cliché della sinistra da salotto. Quello del “corpofonista” di Mola di Bari (come lo ha definito Timisoara Pinto, riprendendo Vinicio Capossela, nel suo saggio dedicato proprio a Del Re, da poco mandato in stampa da Squilibri) è canto beffardo e corrosivo, dotato di straordinario senso del ritmo, a tal punto da poterlo considerare un antesignano della cultura hip hop e rap. Liperi sceglie una via mediana tra approfondimento da studioso e fruibilità anche per un pubblico di non addetti ai lavori. Il volume si apre con l’attraversamento dell’Italia degli epocali mutamenti sociali, economici e culturali del secondo Novecento, e la ricostruzione di alcuni passaggi cruciali del primo folk revival, al fine di inquadrare i quattro artisti, che hanno vissuto pienamente quella stagione di ricerca, riproposta, “invenzione della tradizione” ed impegno sociale e politico. Nei successivi quattro agili capitoli, l’autore ci conduce dentro le storie musicali, le vicende umane e le discografie dei quattro musicisti. Artisti dall’intento non virtuosistico, diversi anche nel loro rapporto con l’attivismo politico e militante nella sinistra di quegli anni. È un alternarsi tra passato e presente, perché Liperi delinea la traiettoria di queste grandi personalità della musica italiana, analizzando sinteticamente vita, stile, repertori e fortune (ma anche sfortune) mediatiche, affiancando alle sue analisi frammenti di discorsi, interviste, commenti e interventi (talora troppo consistenti) di musicisti, studiosi e giornalisti. Nelle pagine scorrono altri nomi immensi, che hanno fatto la storia del canto folk in Italia e che sicuramente avrebbero meritato di essere inseriti nel volume (ma poi magari si sarebbe persa la simmetria tra due artisti maschi e due donne). Liperi fa riferimento a Ciccio Busacca e – tra gli artisti ancora in vita e attivi – ad Otello Profazio, né dimentica Tonino Zurlo (che, aggiungiamo, attende ancora la vera consacrazione. Cosa aspettano ad invitarlo almeno al Premio Tenco?). A mio avviso, altri che avrebbero meritato uno spazio tutto loro, sono senza dubbio Giovanna Daffini (di cui si parla nel libro) e Maria Carta: la prima così centrale nel costringere i ricercatori a ripensare il ruolo del musicista popolare, la seconda voce di un’isola, attrice e modello vocale altrettanto inimitabile, che ha attraversato la stagione del folk revival e, come gli altri grandi, è entrata pienamente nel circuito mediatico. In conclusione, siamo di fronte ad un lavoro utile a ridare la giusta collocazione ad autori straordinari, sui quali una certa attenzione è stata riportata nell’ultimo decennio per l’interesse manifestato da musicisti pop italiani. Tuttavia ciò che si impone nel discorso pubblico è una rilettura dei patrimoni folk che ne metta in piena luce il valore artistico, storico e culturale – come sottolinea Liperi – che poi non significa espungere la rilevanza politica e sociale né, tantomeno, l’antagonismo di queste figure. Per converso, servirebbe a restituirci una complessità artistica e un’intensità emotiva che perderemmo se l’oblio avvolgesse definitivamente queste “stelle del folk”. 

Ciro De Rosa