Baba Sissoko – Tchiwara (Goodfellas, 2014)

“Tchiwara”, il nuovo disco di Baba Sissoko - prodotto da Goodfellas, come i due precedenti lavori, “African Griot Groove” e “Baba Et Sa Maman” - racchiude un momento particolarmente ispirato del griot di Bamako. Si tratta di un disco lucido, scorrevole, pieno di suoni “contrastanti”, anche se sovrapposti con attenzione, sorretto principalmente dal canto e dalle percussioni, con echi e incursioni di strumenti elettrici e “occidentali” (lo scrivo tanto per capirci - sapendo di riferirmi a una categoria ormai poco significante - e, sopratutto, per distinguere quegli strumenti dai cordofoni e dalle percussioni maliane), come alcuni fiati, chitarra elettrica, basso elettrico e batteria (questi ultimi suonati rispettivamente da Angelo Napoli, Dario Triestino e Roberto Coscia). Siamo in piena world music. Nella world music da “etichetta”, cioè espressamente e volutamente cosmopolita, pacifista, naturalista, ebbra di suoni e strumenti formalmente agli antipodi, positiva: aria di festa, ritmo incessante come un groove di sottofondo, ligneo e sincopato, richiami discorsivi e ritmici agli eventi più significativi della socialità tradizionale maliana, richiami “identitari” alla storia più recente dell’Africa (come nel brano “Mandela”, costruito su una frase melodica in cui le voci maschili e femminili si rincorrono seguendo un andamento ascendente, puntellato dalla ripetizione ipnotica di “Nelson Mandela” e alternato a due brani recitati, come rappati, il primo in inglese e l’altro in francese). Una musica di elementi mischiati che si auto-confina in uno spazio che non esiterei a definire “classico”. Ascoltando il disco - estremamente fluido e colorato, molto piacevole e leggero - ci ammanta un suono sfaccettato, che celebra con maestria la competenza musicale del polistrumentista maliano. E che, in ragione di quell’apertura sperimentale che interessa da diversi decenni non solo le case discografiche e il mercato musicale, ma anche tanti artisti, tanto europei e americani quanto africani, si incasella comodamente negli spazi espansi della reiterazione delle strutture delle musiche tradizionali maliane. Come abbiamo già scritto in queste pagine, il Mali ha fornito all’immaginario collettivo una sorta di archetipo del ritorno (o della partenza, a seconda della sponda da cui si guarda l’orizzonte) e, attraverso dischi come Tchiwara, sembra ricordarci quanto possano aprirsi le sue braccia e quanto possa essere accogliente e inclusivo il suo abbraccio. Baba Sissoko è uno dei più bravi in questa opera di valorizzazione dell'archetipo. A differenza di alcuni suoi colleghi maliani - come Toumani Diabate, che è considerato il migliore suonatore vivente di kora al mondo, o Ali Farka Toure, il quale ci ha incantati e destati allo stesso tempo con la sua chitarra secca e surreale, e che hanno voluto deformare le espressioni tradizionali attraverso i loro strumenti - Sissoko ha convogliato le tradizioni espressive da cui traggono spunto le sue composizioni dentro un linguaggio volutamente internazionale. E parte di questo lavoro è ispirato da una metodologia “world”, che porta agli esiti cristallini e paradossalmente pop a cui l’industria discografica ci ha abituati almeno fin dagli anni Ottanta. Attenzione, non abbiamo certo a che fare con una “muzak” dai connotati appena percepibili e flebilmente deformati nella prospettiva della sovrapposizione degli stili. Siamo di fronte a un disco articolato, sul piano armonico, degli arrangiamenti, su quello della costruzione della grammatica del ritmo e, senza dubbio, su quello del “dosaggio” dei suoni, degli incastri e delle componenti estemporanee e “da studio”. Un album che nasce da una lunga carriera - Sissoko ha pubblicato il suo primo lavoro nel 1995 - e che si snoda lungo un percorso ben solcato: nel 2004 pubblica “Folk Bass Spirit Suite”, con Famondou Don Moye e Maurizio Capone, oltre a partecipare al disco “Tarantella Bruna” di Enzo Avitabile & Bottari; nel 2006 collabora con Dee Dee Bridgewater all’album “Red Earth”; nel 2010 pubblica “The Eyes Over The World”, con la band folk-rock Il pozzo di San Patrizio. Anche da questo si evince il tratto probabilmente più caratterizzante della produzione di questo abile musicista. E cioè che - come egli stesso ci dimostra in tanti brani che compongono questo suo ultimo lavoro, dove convivono atmosfere rock, jazz e fusion con un chitarrismo classicamente occidentale (provare l’assolo di “Ebi” e la linea armonica di “Kele”) - la sua cifra stilistica è la costruzione di un racconto dal profilo molto contemporaneo, in cui il suo stile e la “sua” tradizione si mescolano con quelli più internazionali e commerciali. 


Daniele Cestellini