Avi Avital - Between Worlds (Deutsche Grammophon, 2014)

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Ascoltando “Between Worlds”, il nuovo disco del mandolinista israeliano Avi Avital, si ha l’impressione di essere trasportati in una sorta di terra franca, in cui saltano molte categorie legate ai generi musicali. Uno spazio liberato dalle convenzioni e al tempo stesso saldamente ancorato allo scorrere delle dita, impercettibilmente interrotto dai piccoli tasti metallici che puntellano la breve e infinita tastiera del mandolino (strumento misconosciuto quanto zavorrato dall’effluvio di folclorismo in cui è stato ed è stretto in tante aree del mondo: dall’Italia alla Russia fino al Sud America). Per meglio dire, sembra di entrare in un grande buco da riempire, in cui ogni espressione musicale si sviluppa dentro un vortice estemporaneo di esecuzioni apparentemente ambigue, orientate allo stesso modo da un’ispirazione illimitata (da una gran voglia di suonare e dialogare con chiunque si incontri) e da una profonda conoscenza delle tecniche esecutive e delle possibilità del confronto. Avital - che è classe ’78 e si può considerare un “giovane” musicista, anche se la sua carriera si è fin dal principio caratterizzata per un lavoro differenziato e “internazionale”, che lo ha portato, dopo gli studi in Israele con il violinista russo Simcha Nathanson e il diploma alla Jerusalem Music Academy, a specializzarsi a Padova, dove ha studiato i repertori originali per mandolino con il maestro Ugo Orlandi - è stato il primo mandolinista a ricevere, nel 2010, una Grammy nomine nella categoria “Best Soloists” per la sua interpretazione dello “Avner Dorman’s Mandolin Concerto”, con il Metropolis Ensemble e la direzione di Andrew Cyr. L’album che precede quello di cui si parla in queste righe raccoglie trascrizioni di Avital del “Concertos For Harpsichord And Violin” di Bach, con arrangiamenti per mandolino e orchestra.
Il titolo del disco è semplicemente Bach e ha inaugurato, nel 2012, la collaborazione del mandolinista di Hebrew con la prestigiosa label Deutsche Grammophon, per la quale adesso pubblica in esclusiva. Anche grazie al modo in cui si è fin qui sviluppata la sua carriera, Avital è ormai famoso per essere un fenomeno del mandolino, un virtuoso che ha riscosso successi in tutto il mondo. Ma ciò che qui ci interessa evidenziare è che la sua fama inizia a coincidere - oltre che con la sua innegabile maestria e competenza - con una prospettiva di sperimentazione che prende forma principalmente in due direzioni. Da un lato - come in parte anticipato - attraverso una serie di dialoghi tra il mandolino e altri strumenti (dalle orchestre alle percussioni etniche, alle fisarmoniche classiche, come ad esempio con Richard Galliano e Ksenija Sidorova). Strumenti che, a seconda dei casi, riflettono “appartenenze” a generi e stili musicali formalmente lontani, quando non inconciliabili, con l’interpretazione del piccolo cordofono a quattro corde doppie (Avital ha finora realizzato registrazioni riconducibili al klezmer, al barocco e alla musica classica contemporanea). Dall’altro lato, Avi Avital ci introduce in uno scenario denso di suoni, sonorità e tradizioni musicali altrimenti difficilmente accessibili ai più, soprattutto perché si distinguono per attrarre l’interesse di un pubblico specialista o, almeno, estremamente appassionato. Potremmo dire che quest’ultimo aspetto è ampiamente trattato in “Between Worlds”, un disco composto di venticinque tracce e, nella prospettiva sopra descritta, organizzato come un piccolo vademecum per l’ascoltatore curioso, appassionato di “corde”, musiche e sonorità popolari (da considerarsi nell’accezione più ampia del termine, che racchiuda anche alcune interpretazioni “romantiche” del folclore e delle tradizioni musicali est-europee della seconda metà dell’Ottocento) e desideroso di trovare una via alternativa all’alternativa più diffusa.
È possibile, ad esempio, ascoltare una micro-suite dedicata al compositore e ricercatore ungherese Bela Bartok, composta di sei tracce e raccolta sotto il titolo “Roumanian Folk Dances, BB 68, Sz. 56”. I brani sono proposti seguendo l’arrangiamento del compositore ceco Arthur Willner e sono eseguiti da Avital al mandolino, la Kammerakademie Potsdam e il Chamber Ensemble. In apertura dell’album Avital ci propone “Sachido” di Sulkhan Tsintsadze, unico brano inserito nella sezione “Miniatures on georgian folk themes”. Come Bartok - anche se con prospettive ed esiti evidentemente differenti - Tsintsadze ha esplorato le musiche popolari georgiane, che qui sono riproposte con l’arrangiamento di Avital e interpretate con un ensemble internazionale di corde e percussioni: mandola (Avi Avital), violino (Simone Bernardini), viola (Amihai Grosz), violoncello (Zvi Plesser), contrabbasso (Klaus Stoll), percussioni (Itamar Doari). Con il brano “Bucimis”, invece, entriamo in un panorama popolare senza mediazioni precedenti a quelle di Avital, il quale ci propone una versione eseguita insieme al percussionista Itamar Doari. Si tratta di un brano tradizionale bulgaro - che nella scaletta è raccolto sotto la sezione “Traditional Bulgarian” - suonato con attenzione e delicatezza, il quale si sviluppa sulla linea melodica e ritmica della darabuka. Il mandolino serpeggia inizialmente con poche note, fino ad arrivare a un crescendo all’unisono con le pulsazioni delle percussioni, uscendo dalla linea melodica e aprendo una variante più ritmica che sospende il brano prima della chiusura. Il suono del mandolino - qui più che in altri brani - è cristallino e si trasfigura attraverso un’ampia gamma di timbri e armonici in sottofondo, che riempiono lo spettro sonoro del brano con spennate secche e taglienti.
Il punto più alto arriva con la sezione successiva, nella quale si rende omaggio al compositore brasiliano Heitor Villa-Lobos. Avital, in collaborazione con Klaus Stoll al contrabbasso e Richard Galliano all’accordion (il quale ha partecipato anche agli arrangiamenti del pezzo), ci trasporta per oltre cinque minuti con un’interpretazione mistica e soffusa di “Aria: Bachianas Brasileiras No. 5”, una delle opere più conosciute del chitarrista brasiliano, composta nel 1945 per soprano e otto violoncelli. Il disco continua con una serie di perle, tra le quali mi piace segnalare la suite “Siete Canciones Populares Espanoles” - nella sezione dedicata al compositore spagnolo Manuel de Falla, con arrangiamenti del flautista uruguaiano Efrain Oscher -, il brano “Baal Shen (Nigun)”, del compositore svizzero Ernest Bloch, con arrangiamenti di Andreas N. Tarkmann e, per concludere, “Csárdás”, la composizione più famosa del violinista napoletano Vittorio Monti. La versione presente nel disco è eseguita con mandolino e fisarmonica ed è stata arrangiata da Avital in collaborazione con Richard Galliano. 


Daniele Cestellini