Raiz/Mesolella – Dago Red (CNI Music, 2014)

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Disco funambolico tutto giocato intorno alla scommessa di far convivere canzoni diverse, pensando al superamento di identità e culture in un ottica cosmopolita, “Dago Red”, è il nuovo disco firmato da Raiz e Fausto Mesolella. Il cantante napoletano e il chitarrista casertano lavorano insieme da ormai qualche anno, e dalle loro costanti sperimentazioni è nato una eclettico excursus che parte dalla canzone napoletana per raggiungere alcuni classici della musica rock, il tutto impreziosito da suggestioni world, che aprono ad un viaggio attraverso latitudini sonore differenti, ma sorprendentemente unite tra loro. Per l’occasione abbiamo realizzato una doppia intervista nel corso della quale abbiamo approfondito i temi, gli stimoli e le motivazioni di questo progetto, senza dimenticare uno sguardo alle tante attività musicali che caratterizzano i rispettivi percorsi artistici.

Come nasce il progetto “Dago Red”? 
Raiz – E’ una collaborazione va avanti già da parecchio tempo. Il nostro incontro sul palco risale ad un progetto speciale sulle canzoni dei Pink Floyd riarrangiate in chiave jazz, organizzato da Rita Marcotulli, che aveva chiamato me come cantante e Fausto come chitarrista. Ci siamo ritrovati un paio di volte a suonare “Shine On Your Crazy Diamond” per soli voce e chitarra, in una versione epurata dalla incredibile suite strumentale che i Pink Floyd avevano costruito intorno ed eseguendo solo la magnifica canzone che è nel mezzo. Da lì è nata l’idea, un po’ per divertirci, un po’ perché ci andava, di dare vita ad una specie di una piano bar o meglio chitarra bar d’autore, in cui però si passava in modo molto eclettico da un brano all’altro, da uno stile all’altro, spaziando da Mario Merola a Pink Floyd, da Bob Marley a Rita Pavone, passando per Fabrizio De Andrè ed Enzo Jannacci. Insomma mescolavamo brani della tradizione napoletana, e classici del rock con la canzone d’autore italiana, suonavamo tutto quello che ci stimolava e che in qualche modo faceva parte del nostro DNA musicale e degli artisti della nostra generazione. In questo esagero un po’ perché con Fausto siamo di generazione diverse, però mi sento di appartenere a quell’onda di musicisti napoletani che attraversa tre generazioni e che comunque pur essendo fortemente legati alla tradizione ascoltano altro. Per sanare questa specie di schizofrenia, che è presente un po’ in tutti noi, abbiamo realizzato questo disco nel quale abbiamo raccolto questi medley tra canzoni completamente diverse ma che in qualche modo avessero un legame che, certo è soprattutto nella nostra testa dal punto di vista concettuale, però a ben vedere è semplice anche coglierlo. 
Noi ci siamo divertiti a fare questo e così è nato “Dago Red”, il cui titolo è abbastanza emblematico e rimanda ad un racconto di John Fante. Poeta della pura identità, John Fante nacque da genitori molisani che si erano trasferiti negli Stati Uniti in California, e non superò mai questa doppia cittadinanza interiore, tutte le complessità portano difficoltà ma dimostrò non solo come è possibile essere più di una cosa nello stesso modo, ma anche che l’identità è spesso una gabbia. Le identità sono una specie di dittature, e chi le difende strenuamente spesso afferma che se si è in un modo bisogna rinunciare ad essere anche altro. Io penso, invece, che l’identità di un uomo sia frutto della propria esperienza, ognuno di noi ha il proprio modo di essere che si può comporre in diversi modi. Si può essere assolutamente napoletani, assolutamente americani, purché si riesca ad esprimere la diversità in un senso. Le diversità devono dialogare e non devono essere usate per combattere. Viviamo una stagione di grande vuoto ideologico, e tutto quello che apparteneva alla politica è stato sostituito da vere o presunte identità a cui le persone ritornano, e parlo del forte nazionalismo, del ritorno all’estremismo religioso, culturalismo, campanilismo, integralismi che spaziano dalla religione alla squadra di calcio. Tutto questo accade perché c’è un grande vuoto. L’identità è una cosa bella, va coltivata la differenza, purché si sappia dialogare e non cercare lo scontro. 

Fausto Mesolella – Come ha detto Raiz, eravamo ospiti di Rita Marcotulli per questo progetto dedicato ai Pink Floyd, in quell’occasione abbiamo cominciato a giocare tra una data e l’altra e a fare delle prove nel retropalco. Poi è nata l’idea di fare un po’ di date, e al disco ci siamo arrivati dopo due anni di spettacoli. “Dago Red” artisticamente nasce dall’interesse comune per la musica che abbiamo a trecentosessanta gradi, e quindi ci è venuto spontaneo mettere insieme la tradizione con tutto quello che ci ha attraversato nel corso della nostra storia. Per dirlo in parole povere mentre facciamo un pezzo della tradizione napoletana arriva un brano dei Beatles e si inserisce dentro. 

Come avete approcciato l’arrangiamento dei classici della canzone napoletana? 
Fausto Mesolella - E’ un lavoro molto semplice perché è stato il mio modo di suonare la chitarra che ci ha condotto a fare questo viaggio. Il disco fondamentalmente è fatto sul due tracce, chitarra e voce. In alcuni pezzi ci sono anche alcuni ospiti come Rita Marcotulli, però essenzialmente il tutto si regge su una chitarra ed una voce, che era la mia idea per questo tipo di produzione. 

“Dago Red” è un disco che viaggia su un doppio binario, nel rivendicare la dignità della tradizione napoletana, allo stesso tempo affermate la necessità di creare un punto di contatto con la tradizione rock… 
Raiz - La tradizione fine a se stessa a noi non interessa, perché è roba da museo, ma è come andare a vedere un opera d’arte, un cimelio. Si tratta di qualcosa di morto, di chiuso in una teca, una rappresentazione di un passato che non c’è. Noi crediamo invece che la tradizione vada valorizzata nel momento in cui si apre al dialogo, ed in questo senso quella napoletana è molto viva perché noi abbiamo una marcia in più da questo punto di vista. Noi abbiamo sempre saputo rinnovarci, e non ci siamo mai fermati o cristallizzati intorno ad uno standard. Per noi è tradizione napoletana tanto Roberto Murolo, tanto i classici dell’Ottocento, tanto ancora tutti i cantanti pop di oggi, tanto ancora i neomelodici. In questo momento a Napoli c’è un fiorire di cantanti hip hop che strizzano l’occhio ai neomelodici, e questa è una cosa molto divertente, ed è la dimostrazione che la tradizione napoletana non si ferma. Chi dice che questo o quel cantante è fuori da questo discorso squalifica uno degli aspetti peculiari della cultura napoletana. La nostra grande ricchezza è stata sempre quella di comportarci come delle antenne, assorbire tanto senza rilasciare mai. 

Beh stiamo vivendo il Napoletan Power atto secondo… 
Raiz -Ma credo sia già l’atto terzo o il quarto, chissà. La sorpresa è per esempio vedere uno degli ex alfieri della canzone neomelodica napoletana, Franco Ricciardi, che canta con un repper molto giovane di vent’anni dando vita ad un mix del tutto inedito. Questo può piacere o no però è molto interessante dal punto di vista musicale. Tutto questo appartiene al canone della tradizione, come vi appartiene “Nun Te Scurdà” degli Almamegretta, “Cummè” di Murolo e Gragnaniello, o ancora le canzoni napoletane classiche. La tradizione napoletana è difficiele da imbrigliare, perché la cultura di questa terra detiene ancora autonomia e vita. 

Raiz, di questa tradizione in movimento e che guarda al futuro, tu sei stato un notevole interprete, e un esempio ne è la tua partecipazione a “Passione”. Come si inserisce questo disco nel tuo percorso artistico? 
Raiz - A me sembra sempre di cantare la stessa canzone, nel senso che cerco continuamente di far dialogare quello che sono io con quelle che sono le altre parti di me. Cantare per me è come una seduta psicanalitica, raccolgo tutte le mie anime differenti tra loro, e in questo mi diverto molto. Almeno nel momento in cui realizzo un disco queste anime diverse, vanno d’accordo tra loro, ma magari poi dopo prevale l’una sull’altra, però fondamentalmente è questo ciò che ho fatto fin dall’inizio. Ho in programma di allargare il progetto “Dago Red” aggiungendo altri musicisti, e questo nonostante il duo voce e chitarra funzioni benissimo, ma ci piacerebbe coinvolgere anche degli attori. Questo sperò sia il germoglio da cui nascerà un nuovo progetto, mettendo sempre come primo obbiettivo quello di far dialogare le differenze, questo è quello che abbiamo fatto con Fausto, e quello che ho fatto anche io. Ultimamente ho collaborato con il rapper Lucariello, che prima di tutto è un grande amico, e con il quale sto scrivendo un pezzo nuovo, nel quale repperà ed io canterò ovviamente in napoletano. 

L’ascolto del disco svela un ulteriore elemento, ovvero le radici comuni della formazione artistica di entrambi… 
Raiz - L’idea di partire dalla canzone napoletana è stata di Fausto, perché fino a quel momento avevamo fatto brani diversi senza però miscelare le varie tradizioni. Abbiamo registrato nel suo studio a Macerata Campania, in provincia di Caserta, quindi non è nemmeno Napoli, ma è quella zona che amo perché non ha la decadenza della città, ma ancora la forza antica di una terra che si sta trasformando. E’ però una terra disgraziata perché è l’area in cui si è concentrata la più grande speculazione sui rifiuti da parte della camorra. Io sono nato e cresciuto a Napoli però ho un nonno di Aversa e quindi per un quarto sono anch’io di quella terra. Durante le session man mano che ci venivano in mente i brani li abbiamo provati e messi insieme mescelandoli. Il primo brano che abbiamo provato è stato “Lacreme Napulitane” in medley con “Immigrant Punk” dei Gogol Bordello. Il brano in napoletano parla di un emigrante e risale agli anni quaranta, cinquanta, ma c’è un punto di contatto con quello in inglese allorché nel testo di quest’ultimo si canta “Realize me, realize me” ovvero fammi diventare reale, e qui ho pensato alla frase di Mario Merola, che di “Lacreme Napuletane” è stato grande interprete, il quale diceva “I’ so’ carn’ e’ maciell, so’ emigrant”. Gli immigrati che arrivano sulle nostre coste, non sono forse carne da macello anche loro? E’ nato così il parallelismo, e questo fa poi parte della mia storia avendo spesso cantato del grande problema dell’immigrazione. Poi abbiamo provato “Give Me Love” di George Harrison, un brano degli anni settanta nato nel periodo in cui si diffuse il pacifismo, e così ci è sembrato naturale unirlo a “O surdato Nnammurato” che parla di un soldato che va in guerra. Spesso a Napoli questo brano si canta in altri contesti, magari festosi, ma è un brano di guerra, a cui noi abbiamo fatto seguire un brano di pace. La vera marcia in più del disco è però il sound che ha creato Fausto, che è un produttore e un fonico fantastico, è un cultore del suono, e credo abbiamo dato un impronta magica alla mia voce, che ho sentito come mai mi era capitato prima. 

Fausto Mesolella – Nella scelta dei brani nulla è casuale. L’immigrato che sta in America è come quello che arriva qui. C’è la fusione di due dolori che si incontrano musicalmente in un certo punto del pezzo. Molti brani sono venuti fuori anche in modo spontaneo, e questo lo si nota anche dalla registrazione che abbiamo fatto. “Give Me Love” di George Harrison che si inserisce in “O surdato Nnammurato”, è la fusione di due brani che parlano di guerra e di pace. Quello che lanciava George Harrison è un messaggio di pace, e noi ci siamo ispirati all’interpretazione di Anna Magnani, quella vera del brano e non quella festosa che di solito si canta. 

Uno dei brani più intensi del disco è il medley tra “See Me Feel Me” da “Tommy” dei Who con “Tu Ca Nun Chiagne”…. 
Raiz - Musicalmente sono due brani che si tengono per mano. E’ come se due persone estranee riuscissero a tenersi per mano, e questo è il fine ultimo del disco: spingere le diversità in qualche modo a confrontarsi e a convivere. Noi respiriamo la stessa aria, mangiamo lo stesso cibo, viviamo delle stesse cose, proviamo gli stessi sentimenti, e così abbiamo il dovere di incontrarci e confrontarci. 

Sorprendente è stata poi la scelta di rileggere “Ipocrisia” di Angela Luce, un brano dimenticato dai più, ma bellissimo… 
Fausto Mesolella - Angela Luce lo portò a Sanremo negli anni settanta. E’ il brano simbolo di questa grande artista napoletana, e noi ne abbiamo fatto una versione pseudo flamenco, per fare emergere la passione intrinseca che ha questo brano. 

Mi ha colpito anche la scelta di riprendere “Maruzzella” nella sua versione in ebraico… 
Raiz - Un giorno guardando la televisione israeliana, mi sono fermato a dare uno sguardo a “The Voice” in cui c’era un ragazzo che cantava “Maruzzella” in ebraico, e tutto il pubblico in modo sorprendente cantava il ritornello che sembrava in napoletano, ma che invece dice “Ma Hu Oseh La” che in ebraico vuol dire “Ma che gli fa lui a lei”, perché il brano è stato riscritto nel 1964 con un significato completamente diverso. L’intento ironico però è lo stesso, e il testo parla di una ragazza che sta con un altro, e chi è follemente innamorato di lei si chiede appunto “che gli farà lui a lei”. Chi ha ripreso la canzone e riscritto il testo ha capito profondamente lo spirito della canzone originale. Io non conoscevo questo brano, e così ho chiesto ad una persona anziana la quale mi ha detto che era famosissima molto prima che io nascessi, e non sapeva nemmeno che esistesse un brano originale in napoletano da cui è stata poi fatta la cover in ebraico. Così io gli ho detto che era un brano napoletano famosissimo, e così mi sono andato a rivedere la storia. Questo è meraviglioso, è lo scambio, la musica che attraversa le frontiere, e tal volta riesce ad attraversare la frontiera della guerra. Penso ai brani che erano famosi in Germania e tra gli Americani durante la Seconda Guerra Mondiale, erano talmente belli che superavamo le inimicizie create dalla politica. Per la serie la gente la guerra non la fa mai, ma ce la mandano, e quindi spesso dalla musica nasce il coraggio di ribellarsi. Fondamentalmente ho scritto questo per tutta la mia carriera, questo però ti crea tante di difficoltà. Oggi ci sono tanti stereotipi, di pregiudizi. 

Fausto Mesolella – La versione in ebraico di “Maruzzella” me l’ha fatta scoprire Raiz. Come ha detto lui, è un brano molto famoso in Israele, al punto che si canta anche negli stadi. Il testo è molto simpatico, ma la sua scelta è nata sull’idea di far capire che non è la lingua a fare la canzone, ma la melodia che determina poi la lingua. 

Paradossalmente oggi invece di andare verso un apertura alla diversità, si va verso l’estremismo e il pregiudizio, ma credo sia colpa della mancanza di cultura… 
Raiz - In questi giorni è successa una cosa terribile, ovvero la morte di quel ragazzo che è stato sparato durante la finale di Coppa Italia, e tutti hanno scritto dei pensieri tranne i tifosi a cui apparteneva chi è accusato di questo delitto. A me durante un concerto a Roma verrebbe di fare uno stornello romano, per dire a Roma quanto gli voglio bene, ma facendo questo potrei certamente attirarmi le antipatie dei napoletani. Se tutti pensassero in modo diverso questo non accadrebbe. Se a Napoli cantassi uno stornello romano, sono certo che mi fischierebbero, mi chiamerebbero traditore, perché un napoletano è morto. Perorare la causa della pace è molto difficile. Spesso ho avuto anche delle difficoltà quando dichiari qualcosa che va contro un opinione consolidata di una parte politica. I miei fan che sono tutti di sinistra quando ho detto qualcosa che perorava la pace ma contraddice un pregiudizio che è diventato canonico nella loro parte politica, ti trovi a beccarti manifestazioni contro, bandiere. Ho deciso di fare un pezzo in ebraico anche per dire che il Mediterraneo appartiene alla stessa famiglia umana perché tutti i popoli che si affacciano su questo mare sono simili, dovrebbero perorare le ragioni della pace, e non quelle della guerra, e questo senza stare la a vedere chi ha torto o chi ha ragione perché è tutto molto relativo, senza parteggiare per l’uno o per l’altro. La pace dovrebbe essere un esigenza senza se e senza ma. C’è una grossa faciloneria, e se questo rimanesse semplicemente un pour parler potrebbe anche essere accettabile, ma così nascono slogan che alimentano l’odio, il quale a sua volta fa delle vittime. Quando muore qualcuno e tu invece hai ideato uno slogan per fare il marketing del tuo movimento politico, o perché ti senti figo dicendo queste cose, allora le cose si complicano davvero. Quando si perorano cause ultranazionalistiche in qualunque nazione si va nel terreno dell’orgoglio, della divisa, delle armi, sostenere la convivenza vuol dire partire dalle diversità isolate, fatte di gente che non ammazza e che non fa notizia, è gente che ha poca rilevanza. Ricomporre le differenze è qualcosa di più difficile rispetto a mettere le bombe, a gridare slogan. 

Altro brano pregevole è “Campagna” proposta in medley con “Rastaman Chant”… 
Fausto Mesolella – Bob Marley nel suo brano parlava del duro lavoro nei campi, e allo stesso modo “Campagna” è un canto di lavoro. La fusione è stata, per così dire anche in questo caso, spontanea. 

Il disco si chiude con “Arrivederci Roma”… 
Raiz - A Roma ho trovato mia moglie, e la versione di Dean Martin è più intensa e romantica di quella di Renato Rascel che trovo un po’ ridicola, con il suo testo che parla di fettuccine, di ristoranti, e carrozzelle. Il testo in inglese è splendido e ho voluto dedicarlo a mia moglie. 

“Dago Red” è comunque un work in progress, considerando anche la dimensione live del disco… 
Fausto Mesolella – In concerto facciamo qualche cosa in più, ma fondamentalmente dilatiamo i brani del disco, ed inseriamo altre cose che non sono presenti nel disco. “O surdato Nnammurato” per esempio incomincia con una mia citazione di un brano di Michael Jackson che è “Black Or White”. Sul palco si inventa molto ed il concerto è molto libero, non abbiamo limiti di alcun tipo. Se mi viene in mente un pezzo io lo lancio, e Raiz mi segue. E’ tutto molto aperto, e ovviamente il concerto dura molto di più rispetto al disco, e le parti di chitarra soliste sono molto più pensate ed allungate. 

Raiz, sarai in tour questa estate con gli Almamegretta e Adrian Sherwood, con un progetto nuovo… 
Raiz - Abbiamo un bel tour, non con moltissime date però con Adrian Sherwood stiamo portando avanti un progetto molto interessante, molto dub, e lui sarà con noi sul palco a mettere gli effetti e a fare il live mix. 

Fausto, tu invece hai ritrovato gli Avion Travel per il tour della reunion… 
Fausto Mesolella – Dopo dieci anni ritorniamo con il sestetto originale, quello sanremese. Il tour è già partito, abbiamo fatto già qualche concerto e abbiamo trovato un pubblico grandioso, molto affezionato. Saremo poi il 15 luglio saremo a Castel Sant’Elmo a Napoli, il 30 luglio a San Leucio a Caserta, il 1 agosto all’Auditorium a Roma. 

Com’è stato ritrovare i tuoi vecchi amici? 
Fausto Mesolella - Sono dei vecchi rammolliti (ride). 

Avete in programma un disco nuovo? 
Fausto Mesolella - Per adesso no, perché questo tour è un regalo a tutti i fans, che ci hanno voluto fortemente. Poi non si sa in futuro. Le cose devono nascere in modo spontaneo. Se ci sarà territorio per gli Avion Travel è possibile che arrivi anche un nuovo disco, bisognerà capire come ci muoviamo culturalmente nel paese, perché ogni cosa che si fa deve avere un significato. Noi abbiamo sempre strizzato l’occhio, e guardato bene intorno per fare lavori importanti. 

La particolarità degli Avion Travel, è che siete musicisti con personalità, talento e background differenti, e anche separatamente avete fatto cose straordinarie dal punto di vista musicale… 
Fausto Mesolella - Un gruppo per vivere trent’anni ha necessità di prendere linfa da altre parti, diversamente si piange addosso. Io ho iniziato facendo un lavoro con Nada nel 1994, poi ho seguito altri progetti come solista, e attualmente sono impegnato con Raiz. Dopo cinquant’anni di chitarra mi sono regalato anche un live, Live in Alcatraz, che è stato registrato dal vivo all’agriturismo di Dario Fo. Questo live sta andando benissimo, e presto lo stamperò anche in vinile. Sto girando anche da solo con il mio spettacolo per chitarra.




Raiz/Mesolella – Dago Red (CNI Music, 2014) 
La sola idea di realizzare una commistione tra alcune delle più belle melodie della tradizione musicale napoletana con alcuni classici del rock, come metafora di un sogno forse utopico, ma bellissimo, di anticipare una futura umanità dove convivano in armonia le differenze come base di confronto, condivisione e crescita collettiva, è già questo un buon motivo per accogliere con grande curiosità il progetto “Dago Red”, nato, come evoluzione della collaborazione sul palco tra Raiz e Fausto Mesolella. Prodotto dal cantante napoletano e dal chitarrista casertano, il disco raccoglie otto brani incisi presso i Gaia Recording Studio di Macerata Campania (Ce), che si caratterizzano per sonorità prettamente acustiche, nei quali di tanto in tanto fa capolino qualche ospite come Rita Marcotulli (pianoforte), Ferdinando Ghidelli (pedal steel), Mimì Ciaramella (batteria), Adolfo La Volpe (harmonium) e Wena (cori). Ascoltare “Dago Red” è come bere quel vino rosso paesano e ruspante evocato dal titolo, che rimanda ad un racconto di John Fante, perché ogni brano, ogni nota, arriva diretta, sincera, inebriante. La voce intensa di Raiz e la sublime chitarra di Mesolella seguendo semplicemente l’istinto e la capacità di improvvisare, e senza porsi limiti, stendono ponti che collegano suoni e mondi diversi, alla ricerca non della semplice contaminazione, ma piuttosto di quel denominatore comune che unisce culture e generi differenti. L’apertura del disco è affidata all’attualissimo tema dell’immigrazione, del sentirsi diverso in una terra straniera, e per farlo, il combo campano ha scelto il medley tra “Lacreme Napulitane” e la travolgente “Immigrant Punk” dei Gogol Bordello, due brani lontani forse anni luce dal punto di vista musicale, ma qui convivono nel raccontarci lo stesso dramma. Il Mediterraneo con le sue rotte verso l’Oriente permea con le sue sonorità la riscrittura in ebraico di Maruzzella, “Ma Hu Oseh La”, un esempio di come la musica segua rotte impreviste ed imprevedibili, che consentono ad un brano di vivere una doppia vita e un doppio successo in due nazioni differenti. Un sontuoso solo di chitarra elettrica di Mesolella introduce poi al riuscito connubio tra “Carmela” di Sergio Bruni e Salvatore Palomba e il Leonard Cohen di “I’m Your Man”, mentre ai Who di “Tommy” tocca confrontarsi con la loro “See Me Feel Mee” con “Tu Ca Nun Chiagne”, in cui la voce di Raiz duetta magicamente con quella della talentuosa cantante casertana Wena. Il vertice del disco arriva però con la sublime rilettura di “Ipocrisia” che Angela Luce portò al successo negli anni settanta, e che qui rivive in una versione in chiave flamenco, con la chitarra di Mesolella che tocca vertici di grande lirismo e la voce di Raiz, che ci regala una delle più belle interpretazioni di sempre di questo brano. Irrompono poi il tema della guerra con “O’ Surdato Nnammurato” proposto in medley con “Give Me Love” di George Harrison, e quello dello sfruttamento sul lavoro con l’incontro tra “Campagna” dei Napoli Centrale di James Senese e “Rastaman Chant” di Bob Marley. Chiude il disco la bella versione di “Arrivederci Roma”, proposta nella versione di Dean Martin, e che Raiz interpreta con grande trasporto e passione, a tributare tutto il suo amore per la città che lo ha accolto negli ultimi anni. “Dago Red” è insomma una delle più belle sorprese di quest’anno, non solo dal punto di vista della profondità concettuale, ma anche per la qualità complessiva del disco, che suona magnificamente tanto dal punto di vista dell’arrangiamento dei brani quanto anche da quello tecnico.



Salvatore Esposito