Loris Vescovo – Penisolâti (Nota/Egea, 2014)

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Dal Friûl provengono sempre proposte musicali interessanti, che finalmente stanno guadagnando più visibilità che in passato a livello nazionale: pensiamo a Luigi Maieron e al fertile circuito jazz regionale, più recentemente alle giovani Elsa Martin e Giulia Daici, e naturalmente a Loris Vescovo, il cui precedente disco “Borderline” è stato finalista al Premio Tenco 2009. Né possiamo dimenticare un ensemble storico come Sedon Salvadie, centrale nello sviluppo del secondo folk revival italiano. E l’elenco potrebbe ben continuare! Va detto che il cantautore di Trivignano (UD) è coinvolto in molti altri progetti, ricordiamone alcuni: “Dagos” che racconta la discriminazione degli italiani emigrati in Australia, “Pierpauli”, dedicato a Pasolini, la band multietnica OrcheXtra Terrestre, il sodalizio con il songwriter carnico Lino Straulino (altra eccellenza musicale regionale), lo spettacolo sulle villotte tradizionali accanto a Claudia Grimaz e Antonella Ruggiero. Ecco da poco pubblicato da Nota Records il quarto album a suo nome, il cui titolo allude ai temi che dell’isolamento e del distacco. Se in “Borderline” si rifletteva sull’arbitrarietà del concetto di confine e si ragionava di “geografia politica”, qui prevale la “geografia fisica” – rileva Vescovo – a cominciare dal titolo che conia in italiano una parola inglese (il verbo “to peninsulate”), a voler significare l’accresciuto senso di isolamento che sembra prevalere nell’Italia di oggi, che si allontana tanto dal Mediterraneo quanto dall’Europa continentale. Scrive Loris nelle note: «Circondato da questo mare roccioso (le Alpi, ndr), c’è un bell’ ”arcipelago” nel nord-est d’Italia, costituito da molte “isole” appartate: tra queste, la val Resia e il piccolo villaggio di Givignana. È da lì che ho cominciato i miei viaggi e quella è la terra da cui provengono i miei suoni». 
Per “Borderline” si erano scomodati confronti con Nick Drake (per affinità di timbro vocale, soprattutto, ma anche per certi timbri scuri) o con il Van Morrison di “Astral Weeks”; la poetica e la musicalità di “Penisolâti” sono sempre nel segno di un’incessante ricerca sonora, ricca di sfumature, com’è nella raffinata cifra stilistica di questo musicista-viaggiatore (voce, chitarra acustica, armonica, guzheng, bünkula). La continuità con l’album precedente la danno la strumentazione elettro-acustica, le presenze degli storici collaboratori Leo Virgili (trombone, chitarra elettrica), già con gli ottimi Arbe Garbe, e Simone Serafini (contrabbasso), è nuova la presenza di personalità di lusso quali Mark Harris (piano, fender, hammond) e Ivan Ciccarelli (batteria e percussioni). Ad aprire è “Cui isai?” (“Chi è?”), canzone sui migranti, dove alle voci di donne della val Resia si affiancano i tocchi del salterio cinese, prima che l’ingresso di fiati e ritmica ci trasportino in territori tra jazz e afro-beat. La modalità compositiva di Vescovo colpisce per la varietà di riferimenti culturali, la confluenza di mondi musicali che non stridono né sembrano produrre incontri forzati: penso all’inflessione balcanica (asse ritmica portante del brano) del coro La Tela che interpreta una ninna-nanna ucraina in aperura di “BenAnDanti”, una canzone in friulano che scava nelle analogie tra il ruolo dei benandanti (in riferimento al culto agrario diffuso in Friuli intorno al Cinquecento e Seicento) e quello delle lavoratrici badanti delle nostre città contemporanee. Così Vescovo spiega la genesi di questo splendido brano: «I Benandanti risolvevano problemi. C’erano quelli che facevano viaggi notturni per combattere biave e formento, altri erano forse più degli sciamani e curavano e portavano del bene ed energie positive. Le badanti io le vedo un po’ come dei benandanti, delle sacerdotesse della vecchiaia e del trapasso. Ne ho conosciuto alcune che mi hanno meravigliato per la loro forza, la loro positività, la loro energia. Nel pezzo mi immagino un vecchio accudito da una badante che canta ninna nanne e che parla delle sue terre lontane, fatte di campagne infinite e strade sterrate a perdita d’occhio. Il vecchio entra in un sogno strano – nel suo ultimo momento – e si ritrova con la badante in Ucraina, in un luogo pieno di luce. Qui ho ripreso quel che ho sentito dire delle esperienze di pre-morte. Inoltre, mi ha colpito molto una filastrocca ucraina che ho sentito anni fa, dove il sonno parla col sogno, Sono due entità distinte: Il sogno va alla finestra/ ed il sonno sulla zattera/ Il sogno chiede al sonno/ “Dove possiamo passare la notte?”. Ecco, il viaggio è partito tutto da questa idea del sonno del corpo (che va alla deriva su una zattera), ed il sogno dello spirito (che invece va alla finestra e guarda). 
Le filastrocche scavano sempre molto nel profondo». Non meno gustosa la title-track, cantata in italiano, dove Loris canta: «Penisolati, sì siamo noi/ si sono aperte le Alpi e poi/ siam capitati dove prima mai/ sperduti, persi», e in cui gli accenti dixieland incontrano nel finale il timbro robusto dell’alpenhorn. Note di ghironda (suonata da Stefano Dell’Antonio, musicista della val di Fassa – chissà se il riferimento è a Spencer Tracy che interpreta Manuel, il marinaio ghirondista in una scena del film “Capitani Coraggiosi”) aprono “Barcarolo”, attinta alla tradizione veneta e nord-adriatica, mentre è intrisa di blues l’intensa “Aghe e Asêt”, che ci riporta nella strabiliante fonosfera di Resia. Dopo le tinte calde della bossa di “Vilote”, cantata in coppia con Claudia Grimaz, eccoci a “Velilla”, ancora un neologismo che fonde le parole velina e balilla, per una canzoncina dall’ironico tratto esotico, ispirata ad un canto del ventennio fascista (“Africanina”), che serve a raccontare le turpitudini politico-sessuali dell’Italietta di oggi. La chiave ironica si allunga nella successiva “Vedrans” (“Solitari”), che mette a nudo l’incapacità di comunicare, rifugiandosi in una miriade di attività ginnico-danzanti-filosofico-marziali. Si apre con i ritmi della resiana (Giulio Venier è alla cïtira, Loris alla bünkula) la storia surreale raccontata in “Recessio (hungover passio)”, con bei fraseggi della tromba di Mirko Cisilino e il campionamento delle voci di donne resiane nel finale. “Ce Mai Sarà”, che chiude l’album cantata con Grimaz, è la rilettura di un canto funebre tradizionale originario del villaggio carnico semidisabitato di Givigliana. Questo bel CDbook consta di 28 pagine con testi in friulano, italiano ed inglese. 


Ciro De Rosa