Valter Biella: Maestro di Baghèt, Liutaio, Suonatore e Attivo Promotore Etnomusicale della Cultura del Bergamasco

Dopo aver trattato della Festa dei Serpari di Cocullo e delle zampogne laziali e molisane, concentriamo l’attenzione su Bergamo – patria di Gaetano Donizetti e dei Direttori Gianandrea Gavazzeni e Mino Bordignon – città nella quale, da oltre trent’anni, opera un autentico maestro della musica popolare, Valter Biella, a cui va il merito di aver salvato e fatto rinascere il baghèt, un tipo di cornamusa diffusa (in varie forme) anche in altre aree della Lombardia e dell’Emilia. Il maestro, nei decenni, si è distinto come ricercatore etnomusicale, liutaio, suonatore e divulgatore presso Scuole e pubbliche Istituzioni. Poco più che ventenne, Biella ha iniziato ad appassionarsi alle tradizioni popolari operando in un Gruppo di ricerca coordinato da Ivo Lizzola (oggi stimato docente di Pedagogia Generale e Sociale nonché Preside della Facoltà di Scienze della Formazione della Università degli Studi di Bergamo). Tra 1980 e il 1984, Biella figura tra i fondatori dell’ “A.R.P.A.“ (Associazione Ricerche sulla Musica Popolare con Mezzi Audiovisivi), di cui diventerà anche Presidente. Le sue ricerche sono state dapprima concentrate ad ampio raggio sulla Valle Brembana. Da un punto di vista musicale, ha studiato le scuole campanare diffuse in tutto il bergamasco. Numerosi paesi di quest’area vantano una propria “schola”, contraddistinta da uno specifico repertorio che Biella ha documentato, nel corso degli anni, in modo certosino, registrando oltre mille differenti esecuzioni, regolarmente depositate presso L’Archivio della Cultura di Base del Sistema Bibliotecario di Bergamo. Tale è la mole e l’importanza dei documenti raccolti che l’Archivio sonoro è stato catalogato nella pubblicazione di Veronique Ginouvès “Repertoire des collections d’archives sonores du patrimoine oral dans l’Europe du Sud” (Marsiglia, 1997), patrocinata dalla Comunità Europea. La raccolta degli studi etnomusicali di Valter Biella, dal 2012, è stata inoltre inserita nel “Censimento delle Raccolte e degli Archivi audiovisivi”, curata da Juanita Schiavini Trezzi per l’Università di Bergamo (Dipartimento di Lettere, Arti e Multimedialità). Prima di Biella, studi pionieristici etnoantropologici e musicali su “Bergamo e il suo territorio” erano stati condotti da Roberto Leydi e da un team di studiosi (Glauco Sanga, Italo Sordi, Vittorio Volpi, Bonaventura Foppolo, Tito Saffiotti, Sandra Mantovani, Bruno Pianta, etc.), i cui esiti confluirono in una nota pubblicazione sponsorizzata dalla Regione Lombardia (Milano, 1977). 
Sul finire degli anni Settanta, lo stesso Leydi aveva promosso un’estesa ricerca sulle “Zampogne in Europa” (Como 1979), osservando che della “zampogna”, nella provincia di Bergamo, si sapeva ben poco, nonostante fosse stata in uso fino alla Prima Guerra Mondiale. La maggior parte degli studi più significativi legati alla riscoperta e alla rinascita del baghèt sono dovuti a Valter Biella, a partire dai primi anni Ottanta. Stimolato proprio dalle ricerche interdisciplinari condotte da Roberto Leydi e da Febo Guizzi, si attivò e a Casnigo, tramite amici campanari, ebbe modo di ritrovare strumenti autentici e di conoscere l’ultimo dei suonatori, Giacomo Ruggeri, detto “Fagòt”, deceduto nel 1990. Dice Biella che nelle ricerche etnorganologiche più che la teoria serve inizialmente la “practica”, poiché trattando degli strumenti musicali popolari bisogna capire “il linguaggio delle mani che lavorano, linguaggio difficilmente comprensibile per chi non lo usa quotidianamente”. Con “Fagòt”, Biella ha condotto sei anni di ricerche, facendosi raccontare tutto sul baghèt, come si costruiva, come si suonava in ambito rituale e festivo. Biella, però, non si è accontentato di raccogliere meticolosamente le informazioni da colui che considera un suo maestro. Su indicazioni di Giacomo Ruggeri ha applicato il “sapere delle mani”, imparando a costruire ogni parte del baghèt. Da allora, è considerato il più autorevole costruttore di questo tipo di zampogna bergamasca ed è apprezzato a livello internazionale. La conoscenza di “Fagòt” coincise, grosso modo, con la temporanea iscrizione al DAMS di Bologna, dove Leydi, venuto a conoscenza delle sue ricerche, concesse a Biella di curare per i “Preprint” dell’Università un testo monografico, pubblicato nel 1985, con il titolo “Ricerche sulla piva nel bergamasco”. L’anno prima, nei “Quaderni di Ricerca” dell’ A.R.P.A., aveva invece pubblicato il saggio “Baghèt o piva delle Alpi”. Da allora, la ricerca per Biella non si è mai interrotta e l’opera più recente – “Pia o Baghèt. La cornamusa in terra di Bergamo” – è stata direttamente sponsorizzata dal Comune di Casnigo e dall’Associazione Culturale “Il Baghèt” (presieduta da Luciano Carminati), che opera con intenti culturali e promozionali del territorio. 
Negli anni, Biella ha costruito centinaia di strumenti, segno che a seguito delle sue ricerche qualcosa si è mosso e che numerosi appassionati hanno iniziato a suonare per non far perdere una tradizione secolare. Secondo le ricerche documentali e iconografiche, il baghèt era in uso sin dal medioevo, ma come noto l’utriculus era già in uso in età classica, come testimoniato da Marziale e da Svetonio. Le informazioni raccolte da Biella sul baghèt hanno progressivamente iniziato a diffondersi, pertanto non deve stupire se diversi ricercatori e appassionati di cornamuse hanno commissionato lo strumento musicale anche per collezioni private o per Musei esteri (Cile, Inghilterra, Spagna …). Dopo tanti anni di pratica, Biella ha ormai acquisito capacità tecniche invidiabili che, a favore dei suonatori, lo hanno portato nel tempo a perfezionare lo strumento da un punto di vista organologico (scelta e lavorazione dei materiali). Certo non è questo l’ambito per poter approfondire i particolari costruttivi (Biella ha scritto saggi assai dettagliati), ma ciò che colpisce negli strumenti realizzati dal ricercatore-liutaio di Bergamo è la cura per le rifiniture e per la lavorazione dei legni, come lo “chanter” melodico, localmente denominato “diana” o “pia”, mentre i bordoni (minore e maggiore) sono detti “prim o segond orghen”. “Baga” è invece detta la sacca, da cui deriva la denominazione generale dello strumento: baghèt. Probabilmente il suonatore più noto a livello internazionale di zampogna, o meglio di gaita, è l’asturiano Hevia, che ha dichiarato di avere grande stima, sotto il profilo tecnico e della ricerca, di Valter Biella. 
I due, peraltro, hanno tenuto comuni conferenze, a Carobbio (nel luglio del 2006) e a Gandino (nel dicembre del 2009), delle quali si è ampiamente occupata anche la stampa con articoli di giornale. A Valter Biella sono stati dedicati numerosi servizi televisivi e in particolare ritengo utile menzionare il documentario curato da Elsa Albonico per la Radio-Televisione Svizzera, dove opera Pietro Bianchi (fondatore dello storico gruppo folk Lyonesse). Inoltre ha collaborato per la realizzazione di diverse rassegne culturali organizzate da Ettore Castagna, docente di “Comunità Locali e Cultura Ecomuseale”, presso l’ Università degli Studi di Bergamo. Come suonatore, Biella ha partecipato a importanti rassegne europee di musica folk (Francia, Austria, Belgio …) e italiane (Acquafondata, Amatrice, Reggio Emilia, Milano …). Il repertorio da lui eseguito è decisamente vario e, nel corso degli anni, quello prettamente tradizionale si è arricchito con melodie “bandistiche”, ma in qualche modo ricollegabili alla tradizione locale. Per chi avesse desiderio di veder suonare Biella dal vivo, consiglio di ricercare gli spezzoni filmici su “You Tube” , tra cui alcune significative lezioni-concerto. Uno dei punti di forza del ricercatore bergamasco è la capacità di saper operare a più livelli in termini di divulgazione culturale. Ad esempio, presso le Scuole primarie ha più volte collaborato istituendo laboratori manuali, orientati all’acquisizione di nozioni riferite all’ambiente naturale e al suo impiego in termini musicali. Particolarmente significative sono le ricerche dedicate alla realizzazione di quelli che lui è solito definire “strumenti effimeri”, perché utilizzabili solo per un breve periodo di tempo. Per esempio, tra aprile e i primi di maggio, sono realizzabili alcuni strumenti “a corteccia”, ricavati intagliando i rami secondari o di scarto di alberi come il castagno. I bambini si divertono un mondo a costruirli. “A volte”, racconta Biella, “gli strumenti neppure riescono a emettere un suono, ma gli allievi sono comunque entusiasti perché hanno realizzato qualcosa di musicalmente significativo che ha richiesto l’impiego attivo e creativo della manualità a contatto con la natura”. 
Per chi volesse approfondire questo aspetto della didattica proposta da Biella, suggerisco la lettura del saggio “Legno, corteccia e canna” (in “Quaderni della Cultura di Base” , n. 13, Bergamo, 1989). Come riferito in precedenza, l’attività di ricerca musicale di Valter Biella è iniziata con lo studio dei repertori tradizionali campanari. Vi è da dire che questi suonatori erano (e sono tuttora) abituati a esercitarsi su particolari strumenti detti le “campanine”, sorta di xilofoni con lamine di vetro facilmente trasportabili da un luogo all’altro. Questi strumenti vengono costruiti da Biella a favore di ricercatori, appassionati e campanari. Ciò che colpisce della sua produzione è la flessibilità, dovuta in parte alla personalizzazione della cassa di supporto, in parte all’intonazione delle liste di vetro, che possono far riferimento al sistema “temperato” o a quello “naturale”. Per la costruzione e per uso didattico, Biella ha autoprodotto (gennaio 2013) un “Manuale sull’uso delle campanine, con un repertorio tratto da musiche tradizionali per campane” nel quale, su pentagramma, sono riportate musiche di conosciuti campanari quali Pietro Invernizzi (di Chignolo), Bernardo Pezzoli e Tarciso Beltrami (di Leffe), Pietro Migliorini (di Bergamo), Giulio Donadoni (di Grumello de’ Zanchi), Giuseppe Perani (di Casnigo), Giuseppe Signori (di Albino), Lorenzo Anesa (di Gandino), Carlo Ferrari (di Osio Sotto), Mario Pegurri (di Desenzano al Serio). Un altro importante filone di ricerca etnomusicale è riferito agli aerofoni popolari delle Orobie e, in particolare, della Val Imagna. Opera di riferimento è “Sivlì e sivlòcc. Flauti e zufoli in terra di Bergamo”, a cura di Valter Biella, con un esteso contributo etnomusicologico di Febo Guizzi e l’introduzione di Maria Teresa Sibella (Presidente dell’Ecomuseo Valle Imagna). Come regista, Valter Biella ha girato il documentario “Sivlì e sivlòcc. I flauti del Fortuno” (2008), per conto del “Centro Studi Valle Imagna”, coordinato da Antonio Carminati. 
Biella è appassionato di studi di fisica acustica. È ammirevole sentirlo parlare in termini di “cent” sulle annose questioni dei “battimenti” sonori, facendo riferimento alle intonazioni nella musica monofonica e in quella polifonica. Per le spiegazioni tecnico-acustiche, oltre all’uso delle “campanine”, è solito utilizzare il monocordo (quello pitagorico) che si è autoprodotto e che, sempre più spesso, viene richiesto dai ricercatori. “Talvolta chi studia nelle accademie e nei conservatori ha poca dimestichezza con la fisica del suono”, spiega Biella, ed è per questa ragione che, ogni tanto, viene invitato presso queste istituzioni per tenere lezioni, nelle quali la teoria fisica viene spiegata in modo pratico. I musicisti pare siano interessati a questo approccio metodologico, almeno questa è stata la sua impressione, confermata anche da una recente lezione tenuta a Darfo con studenti del Conservatorio di Brescia. Naturalmente, a fronte di un quadro così organico da un punto di vista della ricerca e divulgazione etnomusicale, nella produzione di Biella non potevano mancare le incisioni discografiche, tra le quali ritengo significativo indicare quelle edite da “Meridiana” negli anni Novanta: “L’allegrezza, la tradizione delle campane a festa nella provincia di Bergamo”; “Piamontesi mandim a casa, il canto tradizionale a Dossena” in collaborazione con Francesco Zani (al disco è abbinata l’omonima ricerca etnomusicale); “Le Campanine”. Registrazioni con suoi strumenti sono riportate nel disco di produzione francese edito da “Musique du Monde”, Italie: Instruments de la Musique Populaire” (con testi di Claude Monnet). Stranamente nella discografia ufficiale non sono presenti le musiche per baghèt tradizionali, ma c’è da augurare che presto autorevoli produttori nazionali o esteri si facciano avanti per colmare questa lacuna. Altrettanto significativa, a mio avviso, potrebbe essere una produzione culturale sponsorizzata dalla Regione o da qualche Dipartimento musicologico universitario. In questo contesto, mi concedo alcune riflessioni conclusive personali che spero possano sensibilizzare gli Amministratori pubblici. Seppur dalle poche righe dell’articolo, il lettore avrà potuto comprendere come Valter Biella abbia operato “a testa bassa” per tre decenni, con amore e rigore scientifico, a favore della cultura della propria terra. In Italia non sono molti i ricercatori che possano vantare operazioni musicali così significative come quelle della riscoperta del baghèt, della valorizzazione delle scuole campanare o della promozione dei flauti popolari della Valle Imagna (i cosiddetti “sivlì”). 
Tenendo conto della globalità del suo operato, Biella risulta un maestro (mi sembra etimologicamente il titolo più idoneo) che opera a tutto tondo (ricerca, costruzione e liuteria, esecuzione musicale, promozione didattica e culturale). Sebbene sia assai riservato e di carattere schivo (forse fin troppo), il suo nome è già impresso nella storia etnomusicale della Lombardia, ma stupisce come le Istituzioni pubbliche non siano ancora riuscite a promuoverlo e a inglobarlo stabilmente presso qualche significativo Ente, per permettergli di diffondere in modo autorevole e a tutto campo gli esiti teorici e pratici delle proprie ricerche musicali. Ricerche e attività pratiche che sicuramente potrebbero andare a tutto beneficio delle giovani generazioni e della valorizzazione storico-culturale di tutta la provincia di Bergamo (e più in generale della Regione). Scrivendo di Biella e ripercorrendo in sintesi la sua articolata produzione artistica e scientifica, ho trovato spontaneo pensare a suonatori popolari sardi come Luigi Lai e Totore Chessa i quali, avendo dato lustro musicale alla propria Isola, sono riusciti nel tempo a ottenere riconoscimenti ufficiali a livello regionale e incarichi stabili presso accademie musicali (Cagliari e Nuoro). Inoltre, da alcuni anni, corsi di etnomusicologia sono stati avviati presso i Conservatori sardi. Francamente mi domando perché lo stesso non potrebbe accadere in Lombardia o in una città come Bergamo, ricche culturalmente e finanziariamente. La produzione etnomusicale di Biella è assai importante per Bergamo e Provincia, per le quali mi sento di suggerire l’istituzione di un Museo interamente dedicato al baghèt e alla musica popolare. Un Museo situato nella suggestiva Città Alta, ma concepito modernamente, interattivo e multimediale, capace di collaborare interdisciplinarmente con le Istituzioni (Scuole, Accademie , Università, Centri culturali, Biblioteche), con gli Enti locali e i Centri di studio e di promozione del territorio, compresi quelli turistici sempre più impegnati a promuovere la conoscenza del bergamasco tramite la partecipazione a fiere, workshop e manifestazioni turistiche in Italia e all’estero. Un Museo capace di promuovere e far interagire le attività musicali delle valli bergamasche, dando integrato risalto all’intero patrimonio musicale locale, rendendolo un bene dell’umanità, magari istituendo un “Festival Internazionale del “Baghèt”, quale momento di confronto tra le differenti culture musicali. A proposito di riconoscimenti internazionali, in conclusione, reputo importante evidenziare che, nel febbraio del 2014, sull’autorevole “Galpin Society Journal” , è uscito il saggio “ A Comparative Study of Northern Apennine Bigpipes and Shawms”, scritto da Riccardo Gandolfi, Valter Biella e Claudio Gnoli: tutti i disegni, i grafici e i le schede organologiche sono stati meticolosamente curati da Biella. Per chi desiderasse approfondire la conoscenza degli argomenti trattati nell’articolo suggerisco di consultare il sito www.baghèt.it


Paolo Mercurio

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