Gianni Pellegrini – Ferlizze (Alfa Music/Egea, 2013)

Professore di lettere al liceo, ma soprattutto musicista appassionato e cantautore, Gianni Pellegrini, giunge al suo debutto discografico con “Ferlizze”, una sorta di concept album dedicato alla natia Foggia e ai terrazzani, gente tanto povera quanto dignitosa che abitava le pianure del tavoliere. Per l’occasione lo abbiamo intervistato, per approfondire il suo percorso artistico e di formazione, le ispirazioni e le tematiche del disco, ma soprattutto per entrare nel vivo di alcuni dei brani principali.

Ci puoi raccontare il tuo percorso di formazione artistica? 
Io sono prima di tutto un docente di lettere nelle scuole superiori, dunque uno che mangia pane e versi, con contorno di ossimoro e anastrofe. Da ragazzo avevo due sogni: diventare professore di italiano e latino, e diventare cantautore, così imparai a suonare la chitarra da autodidatta. Dopo le prime esperienze musicali (a vent’anni circa avevo già scritto “Cento giornate foggiane”, presente come bonus track nel disco Ferlìzze) e dopo i primi festival, ad esempio l’allora Festival nazionale della canzone satirica “Qui non si canta a modo de le rane” che si teneva ad Ascoli Piceno ma era organizzato tra Milano e il comasco e dove arrivai in finale per due anni consecutivi, decisi di dedicarmi solo agli studi universitari. E così lasciai il palcoscenico. Parliamo degli anni Novanta e primi del Duemila. Mi laureai, e continuai conseguendo tre specializzazioni, vari master e... insomma la mia è stata una formazione alla scrivania. Dopo diversi lavori riuscii finalmente ad avere la mia prima supplenza nel 2003. Ma la musica non era affatto finita, dentro di me… Fu proprio durante un anno scolastico che sbocciò nuovamente, inaspettata ed inarrestabile la voglia di rimettermi a scrivere e suonare. Insegnavo a Torremaggiore (Foggia) e i ragazzi avevano bisogno di un docente che fosse il responsabile del loro progetto musicale, lo spettacolo di Natale. Scoprirono i miei trascorsi di gioventù, chiamiamoli così, e mi inserirono in scaletta chiedendomi di cantare “Brigante se more”, il celebre brano dei Musicanova. Io ero in un momento difficile della mia vita e, un po’ da incosciente, mi feci coinvolgere. Coi ragazzi mi è sempre piaciuto mettermi in gioco, sperimentare, creare-sgretolare-ricominciare. Da allora riprendere in mano penna, carta e chitarra fu semplicemente inarrestabile. Mandai mie vecchie canzoni rispolverate a qualche segreteria di festival e concorsi vari, nel frattempo ne scrissi di nuove e cominciai a testarle. Funzionavano. Dal pop alla canzone d’autore al folk mi divertivo a scrivere in totale libertà, specie canzone d’autore. In due o tre anni nacque piano piano una bella band (tutti, purtroppo o per fortuna, non musicisti di professione anche loro dediti quotidianamente ad altri lavori) e giungemmo a semifinali e finali di almeno venti festival, da Torino a Salerno e a Contursi, da Biella a Foligno, da Bitonto ad Isernia, da Eboli a Poggio Bustone etc. Esperienza maturata, tanto palco, pubblico sempre diverso, giurie che sempre con metri differenti (perché differenti esse stesse) erano là a vivisezionare i tuoi versi e la tua musica, promuovendola o bocciandola. A trentotto anni mi sono anche iscritto al conservatorio, incominciando da zero e scegliendomi uno strumento ostico anzi impossibile: l’oboe, strumento considerato il “parente nobile” della ciaramella. Ancora una volta mi è piaciuto mettermi in gioco, senza alcuna remora. E così di mattina ero a scuola, da prof in cattedra, di pomeriggio ero in conservatorio tra gli allievi a solfeggiare buono buono con ragazzi che avrebbero potuto essere miei alunni. Il mio medico dice che tra scuola e musica non invecchierò mai… 

Come nasce il tuo amore per la musica popolare ed in particolare per la tradizione musicale pugliese? 
Credo che la formazione musicale di ognuno di noi, si sia musicisti o meno, sia il risultato di quello strano magico miscuglio costituito da tutta la musica che ci ha attraversato e che continua ad attraversarci, sin dall’infanzia. Da bambino, sono nato nel 1972, tutta la (bellissima) musica che negli anni Settanta veniva prodotta per i bambini. Le mitiche Fiabe sonore, ad esempio, avevano brani musicali all’interno di ogni 45-giri che raccontava la singola favola. Erano brani concepiti maledettamente bene, ancora oggi li riascolto raccontando quelle stesse fiabe ai miei bambini, e mi accorgo di come fossero composti, orchestrati e suonati egregiamente. La preadolescenza con l’inevitabile ma sacrosanto pop (Baglioni in primis), e i sedici anni come sparitacque: De Andrè e la lirica prima di tutto. A sedici anni rimasi folgorato dall’album “Volume Primo” di De Andrè, e dalla Norma di Bellini. E da lì fu tutto un cantautorato e libretti d’opera continuo. Dopo i vent’anni, assieme alla canzone d’autore ed alla lirica, si aggiunsero, oserei dire incredibilmente, i Pink Floyd da un lato e la Nuova compagnia di canto popolare e i Musicanova dall’altro. Però di musica ne ascoltavo davvero tanta, anche dal vivo. L’incontro con “La gatta cenerentola” (sempre benedetto sia il maestro Roberto De Simone) e con “Brigante se more”, il disco intero intendo, mi segnò molto. Avevo amato tantissimo Napoli, da Murolo a Carosone a Pino Daniele agli Almamegretta ai 99posse a Daniele Sepe, ma la NCCP ed Eugenio Bennato e i Musicanova mi attiravano per una cosa precisa e fortissima, in loro: sapevano rendere moderno l’antico o, se vogliamo, sapevano conferire all’antico l’ennesima possibilità di fascino anche oggi. Le due esperienze, com’è noto, hanno preso poi strade molto diverse, con le fuoriuscite le svolte estetiche e tutto il resto. Ho continuato ad ascoltarli sempre o quasi, per anni. E pian piano mi accorsi che anche nella mia terra, e nelle tante Puglie esistenti si produceva qualcosa di davvero interessante: i Sud Sound System ad esempio, mi fulminarono perché erano la prova concreta che noi eravamo troppo legati al dialetto partenopeo e che anche un qualunque altro dialetto poteva avere la sua dignità, la sua cantabilità. I SSS cantavano dal rap alla pizzica, e il dialetto salentino era in mano a loro una forza della natura, una vitalità travolgente e generatrice a sua volta. Mi capitò di ascoltare un concerto anche degli interessantissimi Addosso agli scalini, baresi che cantavano canzoni di un rock fortissimo con un bel sassofono preponderante, con testi in italiano surreali, anzi dadaisti direi, ma con qualche brano in dialetto barese. Ma soprattutto scoprii anche io, come tanti all’epoca, il Gargano. I Cantori di Carpino prima di tutto e la tradizione di Monte Sant’Angelo e di altri luoghi garganici. Per questa riscoperta e valorizzazione va dato indubbio merito ad Eugenio Bennato, con il Carpino folk festival, e alla tenacia dei garganici stessi. Un capitolo a parte va riservato a Matteo Salvatore: era un personaggio davvero incredibile, che ha vissuto una vita strapiena di fatti. Tra le varie volte in cui lo vidi, lo ascoltai cantare e suonare e lo sentii rispondere ad interviste, mi colpì una cosa: la sua capacità di dividere, in maniere sorprendentemente semplice ma non semplicistica, il suo pubblico e di conseguenza le canzoni da proporre per ciascuna serata-concerto. Matteo Salvatore, geniale artista della canzone popolare italiana della provincia di Foggia (di Apricena, per essere precisi), e contemporaneamente disarmante sottoproletario per provenienza antropologico culturale, era uno che divenne più famoso ed apprezzato in Francia che in Italia. In una intervista disse tra l’altro una cosa: “capii che quando mi esibivo al nord piacevano più le canzoni tristi, dolorose, quelle che raccontavano i problemi del Sud. Quando invece mi esibivo dalle mie parti, erano preferite di più le canzoni divertenti, quelle coi personaggi che facevano ridere, o quelle coi pettegolezzi”. Ho ascoltato suonato e cantato le canzoni di Matteo Salvatore sin da quando me ne innamorai, verso la fine degli anni Novanta, quando avevo smesso da tempo di calcare il palcoscenico e riservavo solo per me e per i miei amici la mia chitarra e la mia voce. Eppure il tarlo del dialetto foggiano in musica, dentro di me, c’era eccome. E lavorava…  

Il tuo nuovo album “Ferlizze” è dedicato ai terrazzani, ceto popolar foggiano, la cui storia è ancora oggi di grande fascino. Come è nato questo progetto? 
Ho ripreso una vecchia idea che ebbi avuto a sedici anni. All’epoca sognavo di scrivere un’opera lirica intitolata “I terrazzani”, appunto, e che avesse un libretto in dialetto foggiano. Ma era un sogno di ragazzo e non se ne fece nulla perché, come ho già raccontato prima, presi altre strade. Nel tempo era maturata in me, ascoltando tutta la musica di cui solo in parte ho accennato sopra, l’idea che anche Foggia e il suo dialetto dovessero e potessero avere un tentativo di celebrazione in musica. Avevo cercato una qualche tradizione musicale foggiana ma mi accorsi che c’era ben poco. Poeti dialettali tanti, alcuni di un certo valore, altri poco o nulla; qualche poesia messa in musica ma in maniera mi pare non troppo originale e non troppo distante dall’ovvia influenza napoletana, oppure un po’ di “sano” trash locale, talvolta a suo modo apprezzabile. Oppure ancora interessanti gruppi rock negli anni Novanta, o rap negli anni Duemila. Beh che dire? Ho avuto campo libero: paradossalmente il fatto di non avere una tradizione popolare consistente in città mi ha spinto a fare di testa mia, incoraggiandomi a cominciare io stesso da zero, a tentare di spianare una prima strada. E ho deciso di farlo con la cultura musicale eterogenea che mi appartiene, che mi caratterizza. La passione per la musica etnica mi ha dato sempre occhi diversi, mi ha fatto trovare, anzi riscoprire, un’identità antropologica in città. Molti parlano di “foggianità”, ma a ben guardare si tratta solo di campanilismo, per quanto spesso in assoluta buona fede. Invece fortissimamente identitaria mi sembrò sin da subito il ceto popolare dei Terrazzani. Una comunità nella comunità, foggiani ai margini di altri foggiani. Nel libretto del disco scrivo del terrazzano: “Personaggio anarcoide, esistito fino alla metà del Novecento circa, vive di raccolta e caccia, quasi mai sotto padrone, povero ma dignitoso, paziente e tenace (alcuni anziani, ancora oggi, mantengono alcuni usi e costumi terrazzani). L’aspetto incredibile ed affascinante di questa gente riguarda appunto la capacità di vivere fin quasi ai giorni nostri in maniera pressoché primitiva”. Non allevatore, dunque, non coltivatore, ma libero e legato solamente alla terra per tutto ciò che la terra può e sa donare spontaneamente: “i terrazzani hanno sviluppato diverse tecniche di caccia, perlopiù a volatili, in particolare alle taragnole (=allodole); una sapienza impressionante di erbe selvatiche commestibili, una padronanza dell’equitazione molto forte, una vita a strettissimo contatto con la terra e la pianura del Tavoliere. Monogami, fedelissimi al coniuge, devoti alla madonna (in particolare alla Madonna dei Sette veli di Foggia) ed a S. Anna protettrice delle partorienti, fieri di essere senza padrone”. Oggi ovviamente non esiste più. Al borgo Croci, quartiere storico dei terrazzani, si vedono antenne paraboliche e figli (fortunatamente) laureati, ci mancherebbe. Il consumismo ha livellato tutto. A proposito, tengo a puntualizzareuna cosa: un disco, o perlomeno un disco come questo, non è un saggio storico. Nel senso che le canzoni contenute sono e restano opere d’arte, non contributi scientifici alla ricerca storica. Questo è importante sottolinearlo perché la natura del poeta, del compositore, è quella di un adorabile bugiardo, per così dire: da uno spunto, quello si, storico, reale, concreto, nasce un’opera di fantasia. Nascono storie e personaggi a volte veri altre volte verisimili, altre ancora inventati. 

Alcuni dei brani sono stati scritti in collaborazione con Raffaele De Seneen, com’è nata la vostra collaborazione? 
Raffaele de Seneen è, come mi piace definirlo, un Anziano Saggio della città. Classe 1947 e saggezza millenaria, aveva scritto molte poesie in dialetto foggiano che mi erano piaciute tanto, ed anche drammatizzazioni sulla rivolta popolare a Foggia per la tassa sul macinato ed altre sabaude amenità. Io avevo a mia volta parecchi versi in dialetto sparsi qua e là senza ancora averli trasformati in canzoni. Strofe perfette ma pochine, oppure versi sciolti che aspettavano di essere accompagnati, spunti musicali di bella sostanza e molti, ma ancora acerbi. Ma ciò che ci ha veramente uniti, sin dall’inizio, è stata l’esperienza con un gruppo di cittadinanza attiva, il GADD (Gruppo amici della domenica), nato su Facebook e animato da persone che si sono cercate e trovate: ci ha uniti l’amore per la nostra martoriata città, le iniziative pacifiche, “in punta di piedi”, come dice l’ideatore Cesare Rizzi, poi ingaggiato anche come (eccellente) chitarrista solista della band. Lavorare con Raffaele è stato bellissimo, la prima volta ch’io scrivessi testi a quattro mani. Ed ogni canzone ha una storia diversa: di una magari avevo scritto metà testo, perfetto ma poco, e l’altra metà ce la aggiungeva lui, di un’altra versi sciolti io ed altri lui, un’altra magari interamente scritta da me ma con suoi suggerimenti di tagliare qua e là, un’altra magari scritta da lui interamente e con forbici mie, stavolta, a tagliare e riadattare al discorso complessivo dell’intero concept album. Il tutto per telefono, per e-mail o in privato su face book, e soprattutto il giovedì mattina, quando avevo la giornata libera a scuola: nel salone di casa mia, davanti ad un buon caffè, con carta penna e chitarra gli facevo ascoltare le musiche che avevo composto per i nostri testi, gli esprimevo dubbi, perplessità e convincimenti. Ovviamente devo assumermi l’onore e l’onere della regia totale, l’idea finale era sempre la mia, ma il tutto si è continuamente svolto in un bellissimo clima di creatività profonda, sentita, appassionata. 

Come si è indirizzata la tua ricerca sui materiali tradizionali nella composizione dei vari brani? Quali sono stati i tuoi riferimenti dal punto di vista musicale? 
Foggia città non presenta una tradizione musicale popolare autentica, propria, però proprio per questo mi sono sentito libero di osare. I generi musicali espressi nelle idee armoniche e melodiche di base sono molteplici, perché ho voluto di proposito misurare le potenzialità del mio dialetto con tutto quello che mi aveva influenzato ossia con la canzone d’autore, col rock, col pop, con il folk, con il melodico etc. Ma la prima musicalità ho voluto cercarla nel dialetto stesso, prima ancora che in qualsiasi melodia o impianto armonico. Nei due anni occorsi per la realizzazione del disco, il primo è stato impiegato per la scrittura di testi e musiche. I testi, che sono nati come raccontavo prima, hanno avuto da parte mia una cura e una ricerca esasperata anche e soprattutto dal punto di vista lessicale, perché “quella” precisa parola doveva legarsi perfettamente a “quel” preciso fraseggio melodico. E se la cosa non funzionava mi dannavo l’anima fino a che non avessi trovato la soluzione giusta. 

Dal punto di vista prettamente musicale, come hai approcciato la costruzione degli arrangiamenti? 
L’arrangiatore me lo ha proposto la Alfamusic, l’ottima ed attenta casa discografica. Si tratta di Marcello Sirignano, violinista, compositore e docente di violino jazz nei conservatori, ma anche uno degli arrangiatori di Fiorella Mannoia. Marcello è stato grandissimo. Ha messo in tavola tutto il suo portato di arrangiatore, di violinista, di musicista a trecentosessanta gradi. Funzionava così: io gli ho fornito voce e chitarra, dandogli alcune indicazioni qua e là; lui, che già ascoltando la mia musica aveva colto perfettamente l’essenza di ogni brano, ci lavorava su e poi mi rimandava una prima elaborazione. Io a mia volta gli rispondevo con pareri, suggerimenti, perplessità. E così siamo andati avanti per mesi e mesi lungo buona parte del 2013, specie in estate. Ad una mail seguiva una telefonata, a lunghi sms un’altra mail e così via. Sporadicamente anche incontri di persona, a Roma, presso gli studi della Alfamusic o una volta anche a casa sua, nel suo “regno” davanti a tanti strumenti musicali. Marcello è stato bravissimo a raccogliere tutti i miei spunti e a tradurli in arrangiamenti. In alcuni rarissimi casi non ci siamo trovati d’accordo, ma siamo sempre riusciti a trovare la soluzione migliore, e poi sostanzialmente io sentivo che di lui, a pelle, potevo fidarmi; e potevo fidarmi per due ragioni precise, che subito instaurarono un ottimo feeling artistico e professionale fra me e lui: individuò innanzitutto una non sospetta anima rock, nelle mie musiche, accanto ad un’intenzione ovviamente e manifestamente folk, e in secondo luogo studiò alla perfezione i testi di ciascuna canzone, seppure nella traduzione in italiano, non essendo lui foggiano, ma apprezzando comunque la strana musicalità del dialetto foggiano. Il fatto che un arrangiatore si concentri sulla musica da arrangiare, ma che tenga ben presente il testo, è un aspetto fondamentale, che forse non è ben presente in tutti gli arrangiatori, e che dona maggiore respiro al lavoro, conferendo una visione sempre più ampia di quello che dovrà essere il cosiddetto prodotto finale. Insomma un arrangiatore che conosca perfettamente i testi delle musiche che sta arrangiando è uno che sa bene, fino in fondo, dove voglia arrivare l’autore. Le questioni che lui mi poneva durante i mesi di arrangiamento erano del tipo “qui la taragnola cade al suolo: intendevi un momento musicale ritmato e convulso, vero?”, oltre che le normali problematiche legate, che so, all’impiego del friscalettu piuttosto che del flauto traverso, o di quale registro impiegare per la fisarmonica, o se utilizzare batteria e non percussioni. 

Ad aprire il disco è “Terra Appandanate”, canzone che narra la genesi di Foggia, in un intreccio tra il culto mariano e lo stretto rapporto con la terra. Puoi parlarci di questo brano?
“Terra appandanate”, ossia Terra impantanata, terra di pantani, già dal titolo evoca la storia millenaria di una terra che sembra ancora oggi votata al martirio e nello stesso tempo densa di potenzialità infinite, generatrici. Foggia nasce poco dopo la metà dell’XI secolo, con un ritrovamento che ha del religioso e del fiabesco nello stesso tempo, come allora usava. Alcuni pastori, nel far abbeverare i propri animali, vedono in mezzo al pantano alcune fiammelle, poi divenute le tre fiammelle dell’attuale stemma della città di Foggia. Accorrono sul posto, impressionati ed attratti, e scoprono in quel pantano una tavola, un’icona della Madonna, avvolta in alcuni veli, pare sette. Viene portata nella vicina taverna, la Taverna del Gufo e subito ne nasce una venerazione, con frotte di pellegrini in adorazione. Di lì il primo agglomerato urbano, le prime chiese, la Cattedrale normanna e tutto il resto. Questo evento lo trovo straordinariamente simbolico: una sorta di divinità ancestrale femminile, la terra, assieme ad un’altra “divinità” femminile, ma meravigliosamente religiosa, la Madonna, quella Madonna dei sette veli che diverrà poi la patrona della città. E soprattutto il pantano-grembo materno: ecco, Foggia nasce quasi letteralmente da un parto, dall’oscuro meandro “uterino” di un pantano. La sequenza iniziale di alcune erbe selvatiche commestibili, che già presagiscono anche alla successiva cultura del terrazzano, e gi occhi della Madonna, che è “madre terra” o “mamma Foggia” a seconda dei punti di vista, e poi anche versi quali “e tu l’abbracci, lei ti capisce / e tu l’abbracci ma non capisci / questa terra arsa di pietre e lutto / che va che viene e rimane incinta […]”, ecco tutto questo, dicevo, sintetizza ciò che Foggia è stata ed è. Purtroppo Terra appandanate è da leggere anche in chiave attuale: Foggia ha una delinquenza organizzata di livello molto elevato, se così si può dire, e lo stesso Roberto Saviano l’ha dolorosamente scritto poco tempo fa. E’ una terra oscura eppure feconda, appunto “terra arsa di pietre e lutto / che va e viene e rimane incinta”.