BF-CHOICHE: Mascarimirì – TAM!

BF-CHOICE

Formazione tra le più originali ed interessanti della scena musicale salentina, i Mascarimirì nel corso della loro ultradecennale attività artistica hanno dato vita ad un vero e proprio crescendo rossiniano che li ha visti non solo dare alla stampe una serie di dischi pregevoli culminati con l’apprezzato progetto “Gitanistan”, ma anche raccogliere consensi in Italia ed all’estero per i loro travolgenti live act. L’ingrediente segreto dietro il loro successo è la Tradinnovazione, approccio illuminato ed illuminante alla musica della loro terra, che rileggono, reinventano e riscrivono attraverso un linguaggio attuale e contemporaneo, in cui le ritmiche popolari vengono ricontestualizzate in un intreccio tra elettronica, dub, e una potente dose di genialità. Dopo il viaggio alla scoperta delle comunità rom salentine di “Gitanistan”, li ritroviamo alle prese con “TAM!”, disco che allarga l’orizzonte della ricerca dei Mascarimirì, portandoli a confrontarsi con i suoni e gli strumenti tipici non solo del Salento ma più in generale di tutto il Sud Italia. Delle ispirazioni e della genesi del disco, abbiamo parlato con il frontman del gruppo Claudio “Cavallo” Giagnotti, nel corso di una lunga intervista nella quale non abbiamo mancato di far emergere il loro impegno nella diffusione della musica tradizionale, e qualche profonda riflessione sullo stato dell’arte della musica world e trad in Italia, tra il surplus di corsi divulgativi di danze tradizionali, e la scarsa attenzione verso la ricontestualizzazione delle sonorità delle radici. 

Come nasce "TAM!"? 
Foto di Laura Santoro
Questo nuovo disco nasce da un esigenza politico-culturale importante. Noi salentini viviamo una quotidianità ben diversa da quella che è il business estivo, ed è necessario che il grande pubblico sappia che qui da noi c’è una tradizione musicale che si chiama pizzica pizzica e che il suo strumento tipico si chiama tamburrieddhru, e questo va precisato perché in molti traducono in italiano questa parola chiamandolo impropriamente tamburello, invece che più giustamente tamburo. Se si cerca su Google la parola tamburello, viene fuori come primo risultato il link al sito della Federazione Italiana del Gioco del Tamburello. E questo mi sembra assolutamente significativo. A “TAM!” è legato, infatti, un progetto parallelo che vede coinvolti diversi costruttori di strumenti tradizionali, nel cercare di ricostruire un tamburo a cornice, che identifichi il suono della pizzica pizzica. Con sacrificio e dopo un po’ di litigi tra costruttori ed operatori culturali salentini ci siamo messi a lavorare per far capire questa problematica. Da qui è nato anche il desiderio di capire che cosa stesse succedendo anche nel Sud Italia, e questo problema, anche se in forma minore, esiste anche in altre regioni, dove si stanno perdendo gli strumenti tradizionali, le linee melodiche e i significati della continuità tradizionale. 

Questo disco segna un cambiamento importante nella line-up dei Mascarimirì, l’uscita di tuo fratello Mino… 
Non è la prima volta che Mino esce dal gruppo per seguire propri progetti artistici, già nel 2000 manifestò la sua contrarietà verso la direzione che stava imboccando il gruppo, ovvero la tradinnovazione, questo orientamento che avevamo sposato mandando a quel paese l’aspetto musicale tipico salentino con mandolino, violino e tamburrieddhru. All’epoca diede vita al suo progetto Criamu, che a risentirlo oggi è simile a certi nostri lavori. In questo momento lui è uscito dal gruppo, perché stanco di girare con noi, e per dare vita forse ad un progetto da leader. Certo se ne va una voce storica, unica come quella di mio fratello, ma acquistiamo strumenti, sicurezza musicale, e quelle che sono le esperienze di ottimi musicisti che nascono nella scuola musicale di Muro Leccese (Le), e non è un caso che attingiamo sempre dal nostro territorio. Abbiamo scelto un clarinettista, Dario Stefanizzi, che come si evince dall’ascolto del disco, è un virtuoso, tanto da ricordare certi clarinettisti bulgari, e questo consente al progetto di sperimentare altri linguaggi.

Insomma, musicisti che nascono in quella fucina creativa che è il Centro Dilinò… 
In effetti, sono tutti musicisti che girano intorno a questa realtà. Ad esempio il fratello di Dario Stefanizzi, Alberto è un batterista e ha già suonato con noi in “Triciu”. A Muro Leccese c’è tanta musica e mi piacerebbe che questo emergesse, perché spesso la politica locale non si accorge di questo grande fermento culturale. 

Un fermento culturale e musicale che deriva molto dal tuo impegno sul territorio… 
Certamente c’è un grande impegno mio, ma anche dei Crifiu, poi ci sono due grandi compositori di musica classica e di marce da banda come il Maestro Belli e il Maestro Cancelli, che hanno scritto tanto per le bande da giro, bande per le feste patronali e devozionali. C’è una grossa quantità di musicisti per banda, e non è un caso che Dario Stefanizzi oltre ad essere un clarinettista diplomato al conservatorio, abbia una grande esperienza con le bande da giro, in formazioni jazz, gruppi di musica balcanica, e poi ha lavorato con Girodibanda con Cesare Dell’Anna. Insomma non è un ragazzino inesperto. 

“TAM!” a livello sonoro si è aperto verso una maggiore attenzione ai fiati… 
Mascarimirì già con “Gitanistan” si era aperto verso sonorità balkan, sonorità dell’altra cosa. Quando andiamo al mare, qua a Porto Badisco, a Torre dell’Orso o a Santa Cesarea, e ci sono giornate di tramontana, si vede l’Albania, la Grecia, e quindi mi è sembrato quasi stupido non andare a visitare quelle terre. E’ infatti nei miei progetti di viaggi musicali andare a capire cosa succede su quelle sponde, per capire cosa possiamo creare insieme a queste persone. Ho lavorato molto nella scena musicale francese e spagnola, mentre ad ottanta chilometri c’è una terra fantastica come l’Albania che conosco poco. Questa è una mia mancanza musicale, e allo stesso tempo è una delle curiosità che ho. 

Partendo dalla valorizzazione del tamburrieddhru, “TAM!” si propone di andare ad esplorare le altre tradizioni musicali del Sud Italia, dal Gargano, alla Calabria fino a toccare la Sicilia… 
Abbiamo cercato di capire come in altre zone dove c’è tradizione musicale forte quali fossero i problemi. Ad esempio cosa percepisce un giovane del Gargano di quelle che sono le tarantelle carpinesi. La stessa cosa l’abbiamo fatta in Calabria dove siamo andati a trovare questo giovane gruppo, i Mutraka, e con Mimmo Giovinazzo che è un mastro di ballo, siamo stati per tre anni alla festa di San Cosma a Riace, che organizza la comunità Rom. In Sicilia abbiamo incontrato i Beddhi, un gruppo che a me piace molto. Molte registrazioni le abbiamo fatte sul campo andando a registrare con i vari gruppi, siamo stati con loro qualche settimana, e abbiamo avuto modo di raccogliere molto materiale, come nel caso del Gargano dove abbiamo fatto una campagna più lunga. Con gli amici siciliani, invece, ci siamo fatti mandare delle tracce per poter campionare in studio i vari strumenti. La cosa bella è che Dario Stefanizzi si è messo a lavorare subito con i vari strumenti tradizionali, per esempio il brano “Sicilia Stayla” ha suonato un fiscarieddu. E’ bella questa cosa perché Vito Giannone ha scambiato dei tamburi con dei fiscarieddi, quindi lo scambio è stato totale sia a livello di strumenti che di musica. 

A livello prettamente sonoro quali sono le differenze tra “TAM!” e “Gitanistan”? 
Innanzitutto penso che “TAM!” sia un disco meglio arrangiato e più maturo, ad esempio all’elettronica Alessio Amato ha fatto un lavoro fantastico. Lui è tra i più apprezzati producer del momento e questo non sono io a dirlo, ma per lui parlano le tante esperienze che questo venticinquenne ha fatto. Basti pensare che oggi lui si rapporta con tantissimi producer europei dai Balkan Beat Box ai Massilla Sound System, a vari Dj di estrazione balkan come Dj Click che ha lavorato anche per noi nel disco. Quindi questo ragazzo, nato sempre nella scuola Dilinò, ha avuto modo di crescere non solo nello studio dei software, ma anche nell’arrangiamento della musica elettronica. Questo credo sia il risultato più forte del disco, ovvero arrangiare la musica tradizionale in un modo più accorto. Rispetto a “Gitanistan” c’è una cura diversa, volta più all’esaltazione del sound primitivo, e allo stesso tempo ad avere un impatto più ammiccante. 

“Gitanistan” è stato un concept legato alle radici rom della vostra famiglia. Quali sono invece i temi di “TAM!” 
Il tema principale di “TAM!” è la valorizzazione dello strumento tradizionale, ovvero il desiderio di far capire alla gente che per suonare la pizzica pizzica salentina serve un tamburrieddhru, per suonare una tarantella alla carpinese o sannicandrese c’è bisogno di strumenti come una chitarra battente o una chitarra francese, per suonare una tarantella calabrese hai bisogno di un organetto che non è il Castagnari, ma l’organetto a due botte, mentre per suonare una tarantella siciliana serve un marranzano o un fiscareddu. Questo per far capire che c’è un origine alla tradizione, diversamente non potremmo definire questa musica così. 

In questo come si inserisce l’innovazione… 
Alla fine non è facile capire dove inizia il limite di fusione con la parola innovazione, il momento esatto in cui scatta quella che noi definiamo la tradinnovazione. La cosa importante però è avere gusto nel fare una musica che accontenti sia i Mascarimirì, sia la tradizione, sia chi oggi cerca qualcos’altro nella musica popolare.

Passando ai brani uno dei brani più significativi del disco è “Calimera Gnawa”… 
Questo brano, come evoca già il titolo, mette insieme Calimera, uno dei paesi della Grecìa Salentina dove si parla ancora il griko, ed in fatti il testo è cantato da Vito Giannone in questa lingua, e Gnawa perché dal punto di vista musicale c’è l’incontro tra la pizzica pizzica e il ritmo trance. Abbiamo cercato di rifarci a quella sacralità della tradizione salentina, perché non possiamo dimenticare da dove arriva quella musica. Oggi è musica da ballo, da divertimento e da festa, ma anticamente serviva soprattutto per altri rituali. Con questo brano, come si dice in salentino abbiamo messo “u’ ciceru mmucca” per incuriosire chi ascolta i nostri dischi, ci auguriamo che qualcuno ci chieda che cos’è il gnawa. La stessa cosa l’abbiamo fatta anche con altri brani, cercando di rapportarci con un aspetto antropologico della nostra ricerca musicale. 

Una particolare attenzione è stata rivolta alla fruibilità sul palco ed in radio dei brani… 
Certamente. Il nostro obiettivo principale è che la nostra musica passi in radio, anche in quelle più commerciali, nelle trasmissioni estive come in quelle salentine. Abbiamo spinto molto su questo, anche con un progetto della nostra struttura che è Radio Dilinò, cercando di convincere le varie radio a passare musica salentina. La cosa importante è che il percorso dei Mascarimirì non è solo un percorso meramente musicale, ma qualcosa più di ampio raggio, con Dilinò cerchiamo di far capire che la musica deve tornare al popolo. Oggi la musica salentina viene ascoltata dai turisti, e dagli appassionati, ma non c’è un locale nel Salento dove si suoni la pizzica, allora tutti questi brani sono arrangiati in modo da passare in radio, andando a toccare la quotidianità delle persone. Questo è l’obbiettivo di alcuni brani, perché poi non tuti hanno questo tipo di impostazione. 

In questo senso è importante anche il remix di Dj Click della “Tarantella di Sannicandro”... 
Mascarimirì ha avuto sempre un apertura verso queste forme di contaminazione. Già nel 2003 quando abbiamo cominciato a fare i primi remix, l’obbiettivo era proprio questo, cercare di passare il tamburo Le riflessioni che porto sono molto semplici, non capisco perché alla fine la pizzica non possa essere suonata in una discoteca, come la reggae music o la cumbia o il balkan. Proprio ieri ascoltavo su Soundcloud una playlist di Dj Click, ed alcuni brani fanno parte proprio del nostro folklore come sonorità, come il filone dei valzer e delle mazurke. Non capisco perché se un Dj francese pesca dei brani tradizionali in qualche paesino dell’ex Jugoslavia, fanno tendenza, e poi una musica del meridione non possa avere successo. Sono concetti semplicissimi ma che a quanto pare funzionano più a Parigi che a Muro Leccese. Il fatto di fare dei Dj set in alcuni bar, come abbiamo fatto domenica scorsa al Porticciolo, che è la patria del reggae salentino, è secondo me importante, è quella la sfida. Poi puoi fare La Notte Della Taranta, il festival famoso, e sei arrivato, ma allargare il cerchio è sempre più difficile. 

Come giudichi i tanti remix di brani tradizionali salentini che imperversano nelle dance hall estive? 
Questi remix sono brani estivi. Vanno a prendere sempre i tre brani classici, “Santu Paulu”, “Kalinifta” e “Lu Ruciu De Lu Mare”, quindi non vanno a fare un lavoro concettuale, ma è solo per fare un po’ di soldini. Punto e basta. Il loro valore artistico è sostanzialmente zero. 

“Pizzica alla Spennato” è un tributo al grande Bruno Spennato… 
La “Pizzica alla Spennato era ed è un modo di cantare, perché lo ricordo come fosse ieri. Bruno Spennato era un cantante, un cantore, un amico, una persona che i Mascarimirì e Claudio Cavallo hanno conosciuto bene e che hanno frequentato fino all’ultimo giorno della sua vita, perché è deceduto alcuni anni fa a causa di una malattia. Quello che ci è rimasto impresso, sia a me che a mio fratello, Mino, che come me aveva una grande attrazione vocale per questa persona, era l’espressione del suo canto. Due erano i brani che personalmente mi hanno affascinato nell’espressione nel canto, “L’Aria Te Lu Trainieri” e questa “Pizzica a San Paolo”, che lui faceva in una maniera arpeggiata, molto transistica, in crescendo, un po’ come nel disco, con uno strumento alla volta e poi svoltava il ritmo. Abbiamo cercato di imitarlo, e lo dico in una maniera proprio vera, e non penso che ci siamo riusciti perché la sua voce era inimitabile. Mi spiace costatare che nessuno dei ricercatori salentini non abbiano raccolto il suo canto. Ha qualcosa, qualche video l’amico Fernando Bevilacqua. Lui fondò negli anni Novanta gli Alla Bua con Gigi Toma e Donatello Pisanello. Io l’ho conosciuto nel 1994 ed è stata una folgorazione vocale, perché era unico. Tanti ragazzi dovrebbero cominciare a studiare veramente quelle che sono le arie vocali della nostra tradizione. Mascarimirì non dimentica mai il tempo di battuta del tamburrieddhru e le arie tradizionali. Io di questo ne vado fiero perché pur suonando con campionatori e chitarre elettriche, la voce e il tamburo hanno sempre rispettato la linea melodica tradizionale. 

Foto G. Pezzulla
Tanti altri poi sono i vostri riferimenti tradizionali… 
Certo. Uccio Bandello, Uccio Aloisi, ma Bruno Spennato è meno noto, e ripeto nessuno mai ha fatto qualcosa per ricordare questa persona, che ha un valore sia artistico che storico pari alle grandi voci della tradizione. 

“Da San Rocco”, che rimanda alla festa di San Rocco a Torre Paduli, si arriva “A Riace” alla Festa di San Cosma. In questo senso avete disegnato un vero e proprio itinerario sonoro… 
Questi due brani rappresentano i due unici momenti di incontro veri tra le comunità rom salentine e calabresi. La festa di San Rocco oggi è quello che è. Io la rapporto molto a Saint Marie De La Mer, perché è una festa per turisti, poco vera. La festa di Riace, con un gioco di parole si può definire più verace, è ancora nel segno della tradizione. In generale tutta la Calabria non ha subito gli ultimi vent’anni di showbusiness che hanno caratterizzato il Salento. Non so se questo sia un bene o un male, ma tant’è. San Rocco oggi è una festa dove anche la politica è entrata dentro, voleva fare questo festival che non ha un anima, ogni anni c’è una storia che si ripete in maniera diversa senza una progettualità. San Rocco è destinata a ridursi al panino con il wurstel e la Coca Cola, se i sanrocchesi, i ruffanesi non prendono coscienza di questo problema. 

I Mascarimirì sono i paladini della tradinnovazione, ma allo stesso tempo predicano il rispetto del linguaggio tradizionale delle feste tradizionali. Come si realizza tutto ciò? 
Noi non predichiamo la purezza della tradizione ma piuttosto la contemporaneità del linguaggio. Se oggi possiamo parlare di pizzica a cinquecento chilometri di distanza via telefono, via iPhone, via Skype, non possiamo pensare poi che la Festa di Torrepaduli rimanga con un tamburo e dieci persone. Il problema è che oggi le feste vanno ricontestualizzate per quello che sono oggi, invece manca proprio un progetto. Torrepaduli non è un festival, con soldi pubblico o privati, ma ha una storia, che oggi si è trasformata, e Mascarimirì cerca di far riflettere la gente su questi problemi. La Notte di San Rocco è cambiata. Come dice anche Biagio Panico, in Italia si fanno cinquecento laboratori durante l’anno, e in questo periodo si stanno facendo anche laboratori di pizzica a scherma, è un assurdità. Capisci, dei laboratori di pizzica a scherma! E’ chiaro che poi in estate ci arrivano persone che ammazzano la tradizione. Non è facile oggi lavorare, ci sono interessi economici, gelosie, specialmente poi a Torrepaduli dove non c’è stata mai un organizzazione, è tutto molto anarchico. Tre giorni vengono gestiti dal comitato feste, altri tre giorni la fondazione. E’ una situazione molto particolare. A noi tocca far riflettere il popolo, non la politica, è necessario capire che dietro la festa c’è una ritualità, con una processione dove si va, si prendi il mustazzolo, la scapece, le noccioline, passi una notte, vivi un rituale. E’ un po’ come i gruppi chiamiamoli di “taranta” che si fanno una foto con gli ultimi che hanno suonato di spalla alla Notte della Taranta e dicono “io ho suonato alla Notte della Taranta”, giusto per vendere i concerti durante l’inverno, oppure persone che si fanno dieci foto con personaggi noti del Concertone, e dicono io ho suonato con Tizio, Caio e Sempronio. Cioè questa è la cosa che oggi va denunciata. Va denunciata questa falsa territorialità. Non si può andare avanti in questo modo. Posso garantirti che il Salento ci ha perso molto, l’interesse economico, e il divertimento ha vinto. 

Ha senso continuare a lottare per cambiare le cose? 
Io faccio i dischi e le canzoni, e per me ha un senso. Il mio lavoro con Biagio Panico, lo faccio, quello con Vito Giannone pure. Poi trovo musicisti che mi incoraggiano, però mi dicono anche che loro devono pagare l’affitto, l’assicurazione da pagare, e vanno a fare questi corsi, questi stage divulgativi. Mi dicono che sono fortunato perché guadagno di più, ma io ho lavorato moltissimo. Non giro negli ambienti della cultura salentina o regionale, ma ci sono tanti musicisti seri, che sono costretti a fare certe cose per sopravvivere. Il problema è che nel Salento non esistono luoghi dove si insegna la tradizione, da noi non esiste un cazzo. C’è tanto colore in estate, ma in inverno non c’è nulla. Si gira a vuoto. Abbiamo perso, questo è quanto. 

Da alcuni anni organizzi a Muro Leccese il festival Ballati, una bella realtà, del tutto differente dai concerti che popolano le piazze salentine in estate… 
Mascarimirì non è solo un gruppo di musica salentina, e per salentina intendo quella cantata e suonata con linee melodiche del Salento “Ballati” è una riflessione su come fare festa oggi in Salento, vuole essere una festa sulla musica salentina con cucina e vino locali, rispettando anche quelle che sono le aziende del posto. Noi lavoriamo molto sul territorio di Muro Leccese. Qualche anno fa si faceva questo anche Torrepaduli, per quattro anni anche a Nociglia in omaggio a Mesciu Nino, un antico costruttore di tamburi a cornice. Abbiamo lavorato sempre con associazioni del luogo. Abbiamo spostato il concerto, ma non abbiamo mai modificato il fulcro della nostra idea politico-culturale. Ballati si fa a Muro Leccese, con i ristoranti, i bar locali dove imponiamo quasi un menù, in piazza non devono esserci bancarelle con i paninari che sparano i dischi di Vasco Rossi o Ligabue, mettiamo nelle vie adiacenti alla piazza una serie di attività per promuovere prodotti locali. Certo non si può definire come una festa tradizionale, ma c’è un grande rispetto del luogo, la piazza di Muro Leccese, come sai, è bellissima. E’ una serata dove ascoltare musica, divertirsi. Faticosamente riusciamo a mantenere questa festa, ma non è facile perché ci sono tanti interessi in gioco. I soldi fanno gola a tutti, e così ogni anno portiamo a casa questa giornata, che per noi è molto importante.

Appena dopo l’estate avete ospitato Joe Bastianich per realizzare con lui un documentario sul Salento… 
L’abbiamo incontrato, e sostanzialmente gli ho raccontato il nostro progetto volto alla valorizzazione del territorio, degli strumenti tradizionali come il tamburrieddhru, gli ho parlato del disco “TAM!”. Abbiamo anche cantato un paio di canzoni del vecchio disco “Gitanistan”. La cosa che mi ha colpito è la sua intelligenza nel porre delle domande, ed era fondamentalmente tutto improvvisato. Un mese prima avevamo avuto un incontro con la produzione nel periodo di Ballati che ci hanno chiesto di collaborare ad un cast per un film – documentario sulla musica made in Puglia. Ovviamente qualche giorno prima del loro arrivo in Salento mi hanno confermato che Mascarimirì erano stati scelti per questo lavoro. La produzione era molto seria, mi ha davvero stupito, Joe Bastianich è molto preparato sotto l’aspetto professionale e poi è molto intelligente. E’ una persona disposta a conoscere a scoprire cose nuove, andando oltre lo stereotipo della pizzica pizzica. Abbiamo fatto la scena finale in una masseria bellissima, come quei luoghi turistici ma una di quelle bianche tipiche del Salento. Hanno montato una festa patronale là, è venuta una cosa molto bella. Bastianich è una persona con cui puoi parlare di tutto, di politica, e sempre con grande competenza.

Tornando al progetto “Gitanistan”, presto uscirà anche il documentario… Uno dei progetti che hai in campo è il documentario che chiude l’esperienza di “Gitanistan”... 
E’ pronto e a marzo lo presentiamo a Bari ad un festival legato a Puglia Film Commission. Abbiamo fatto un anteprima, il 22 dicembre a Muro Leccese in un vecchio cinema che oggi è la sede dell’associazione La Bussola. Stiamo lavorando per le presentazioni. La prima fase di “Gitanistan” è stata archiviata, ora voglio capire cosa ne faremo di questo progetto che è molto bello. L’idea è quella di fare una giornata pensata anche per le comunità rom, non solo salentine ma anche italiane ed europee. Quello che abbiamo fatto sin ora è stato molto importante, abbiamo recuperato la cucina, abbiamo creato un archivio di foto, poi tante interviste, il documentario e gli incontri che abbiamo fatto in questi tre anni. Non è stato un lavoro semplice, ma anzi lungo e faticoso, ed in alcuni casi anche improvvisato, perché l’argomento non ha una bibliografia o dei documenti. 

Se non erro era previsto anche un libro.. 
Era previsto un libro di fotografie, che per altro è anche pronto, ma non abbiamo trovato fondi per pubblicarlo. 

Quali sono i vostri progetti per il futuro? 
Ringrazio i Mascarimirì di oggi, perché mi sopportano. In questo periodo sto usando una metafora di un vecchio film western “dritto al cuore”. La mia strada la conosco e devo fare queste cose adesso, prima di dedicarmi ad altri progetti che ho in mente. Mi sto concentrando per concludere una serie di cose per essere apposto almeno con la mia coscienza. So che è difficile parlare di coscienza a posto con i Mascarimirì è difficile, perché spesso si sottolinea il fatto che noi suoniamo con campionatori e chitarre elettriche, però mi chiedo chi ha detto che quando De Martino è arrivato nel Salento nel 1959, l’organetto era lo strumento tradizionale della pizzica? Era uno strumento contemporaneo! Noi abbiamo i nostri strumenti contemporanei e li usiamo, perché siamo figli del nostro sentire. Agli amici e ai colleghi dico che “nun se nascundene”, ma che facciano musica vera, senza pensare troppo ai soldi. E’ necessario abbandonare l’ipocrisia ed uscire fuori, come facemmo noi vent’anni fa. 



Mascarimirì - TAM! (Dilinò/Puglia Sound, 2014) 
Anticipato dal videoclip “Lu Ballu”, pubblicato la scorsa estate, “TAM!” il nuovo disco dei Mascarimirì giunge a tre anni di distanza da “Gitanistan”, che ha visto il gruppo salentino alle prese con un progetto multilivello attraverso il quale ci hanno raccontato la storia e le tradizioni delle comunità rom salentine. Prodotto con il sostegno di Puglia Sound, questo nuovo disco raccoglie quattordici brani, che compongono un viaggio sonoro del tutto nuovo attraverso le sonorità e gli strumenti tradizionali del Sud Italia. Guidati da Claudio “Cavallo Giagnotti, i Mascarimirì, sull’esempio dei grandi musicologi del passato, hanno dato vita ad un percorso di ricerca sul campo, nel corso del quale hanno incontrato, suonato e sperimentato con strumentisti e band del Meridione d’Italia dal Gargano alla Sicilia passando per la Calabria e la Campania, e pian piano ha preso corpo questo progetto teso a valorizzare l’unicità della voce melodica degli strumenti tradizionali, voci antiche ma piene di quel fascino che solo le radici posseggono, e che purtroppo inevitabilmente il tempo tende a cancellare. A caratterizzare ulteriormente questo nuovo lavoro c’è sia l’ingresso nel gruppo di Dario Stefanizzi ai fiati, che ha allargato l’orizzonte sonoro verso influenze balkan più marcate, sia l’uscita di Mino Giagnotti, la cui voce però non manca di far capolino in alcuni brani. Altro importante innesto è stato quello di Giovanni Epifani, che ha curato tutti i testi del disco, segno evidente di come il concetto di tradizione per i Mascarimirì si identifichi sempre di più con una progettualità in divenire, sempre più lontana dalla ripetitività ossessiva di certi gruppi a loro conterranei. Ad aprire il disco è la già citata “Lu Ballu”, un brano dal ritmo trascinante in cui il mandolino elettrico di Vito Giannone guida la linea melodica, spinto dai beat elettronici di Alessio Amato, ma quando si inserisce la voce dei fratelli Giagnotti, non ce n’è per nessuno, non lesinando critiche senza mezzi termini sulla terribile confusione che vede la pizzica pizzica salentina identificata con la taranta, una sorta di neologismo da consumo che nulla ha che vedere con la tradizione. “Ulia”, cantata in modo magistrale da Claudio “Cavallo” Giagnotti e inframezzata dal recitato di Fernando Bevilacqua, apre invece uno spaccato sullo scempio che negli ultimi anni ha caratterizzato il territorio salentino, con alberi secolari di ulivo sradicati per far posto al cemento e all’asfalto delle strade. Si prosegue con la splendida “Calimera Gnawa” cantata in griko da Vito Giannone ed impreziosita da un travolgente intreccio tra i ritmi della pizzica e le sonorità della trance della gnawa. L’ipnotico strumentale “Ritualità Rom”, tutto giocato sul dialogo tra i tamburi a cornice e l’elettronica, funge da perfetto apripista per l’invito al ballo della “Tarantella Di Sannicandro”, caratterizzata da un arrangiamento di grande fascino in cui spicca la chitarra battente di Roberto Menonna, e cantata in duetto da Claudio “Cavallo” e Roberta Palumbo. La danza ritorna poi nel singolo “Per Te… Pizzica Pizzica”, che si conclude con il travolgente solo di tamburrieddhu della title track, a sottolineare l’importanza e l’epicità di questo strumento nella tradizione salentina. La seconda parte del disco, aperta dalla sperimentazione provocatoria di “Hippoppitu” ci conduce dapprima in Sicilia con “Sicilia Stayla” incisa con la complicità de I Beddhi, e poi nelle feste della tradizione rom dalla Notte Di San Rocco (“Da San Rocco…”) a Torrepaduli, a quella dei SS. Cosma e Damiano di “… A Riace” in cui spicca la partecipazione dei calabresi Mutraka. “Pizzica Alla Spennato” è poi un omaggio accorato ad una delle voci più belle della tradizione salentina ovvero quella dell’indimenticato Bruno Spennato, già nella prima formazione degli Alla Bua. Completano il disco “Filastrocca Trance” in cui è protagonista Paolo Pacciolla al tamburo a cornice e il remix di “Tarantella Di Sannicandro” curato da Dj Click. “TAM!” è quello che potrebbe definirsi il disco della piena maturità artistica dei Mascarimirì, ma siamo certi che il loro percorso di ricerca e sperimentazione, sulla prepotente spinta della tradinnovazione non si fermerà qui, regalandoci ulteriori e ancor più interessanti sorprese per il futuro. 


Salvatore Esposito