BF-CHOICE: Maria Pia De Vito featuring Chico Buarque – Core [Coracão]

In “Core[Coracão]”, la vocalist partenopea, ai vertici del panorama jazz internazionale, offre cittadinanza sonora napoletana a tredici canzoni carioca. Sperimentatrice delle infinite possibilità sonore della voce, Maria Pia De Vito è artista versatile, sensibile e creativa...

BF-CHOICE: Kiepo' - Tarantella Road

Il quintetto cilentano con "Tarantella Road" mette in pieno circolo la sua articolata formazione musicale colta e popolare, la ricerca, la schiettezza e il piacere del suonare insieme, ed in parallelo si appropriano con orgoglio del linguaggio della tradizione orale in maniera dinamica ma rispettosa...

BF-CHOICE: Daniele Sepe - Capitan Capitone e i Parenti della Sposa

A distanza di un anno dal primo episodio della saga, Daniele Sepe ha chiamato nuovamente a raccolta la sua ciurma “scombinata” di pirati e dopo alcuni giorni di brain storming all’ora di cena, ha preso vita “Capitan Capitone e i Parenti della Sposa”...

BF-CHOICE: ZampogneriA - Fiumerapido

ZampogneriA è un progetto unico, che si articola lungo due assi: ricerca e liuteria. Parliamo di un lavoro di studio organologico e sui repertori che approda a un disco, testimonianza di sentieri migranti di uomini, strumenti, repertori e gusti musicali....

BF-CHOICE: Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro – Canti, Ballate e Ipocondrie d’Ammore

Canio Loguercio, Alessandro D’Alessandro, una chitarra, un organetto e qualche strategico giocattolo a molla da due anni sono in giro per l’Italia con un geniale spettacolo di Teatro Canzone: “Tragico Ammore”. Testo essenziale e in continua evoluzione...

mercoledì 26 marzo 2014

Numero 144 del 27 Marzo 2014

Torniamo rinfrancati dalle emozioni ricevute da Babel Med Music,  la fiera-rassegna marsigliese, di cui siamo stati media partner, diventata in dieci anni uno degli eventi più importanti per la scena musicale world. Riconosciamo che esistono Paesi, come la Francia, che investono nella cultura e nella musica, in special modo: musica non mainstream, per la quale esiste un pubblico che spende per incontrare sonorità provenienti da ogni continente. Babel Med Music è elogio del meticciato sonoro, e nel suo spirito ci ritroviamo perfettamente. Cosicché l’ultimo numero marzolino di Blogfoolk si apre proprio con il reportage dalla città della Provenza: troverete nomi che conoscete, se ci leggete, ma anche nuovi artisti di cui prendere nota. Ancora live music, prima dal palco dell’Auditorium del Centro Culturale di Via Altinate a Padova, dove Alessio Surian ha raccolto le sue impressioni sul concerto di Calicanto, che hanno presentato il loro nuovo spettacolo “Corcal”, poi all’Auditorium Parco della Musica di Roma per  il sorprendente concerto di Franco Battiato e Pino “Pinaxa” Pischetola, che rimanda alla primissima produzione di cantautore siciliano, a metà strada tra elettronica e musica colta. Lo spazio discografico si apre con lo speciale dedicato a “Ferlizze”, opera prima del cantautore pugliese Gianni Pellegrini, intervistato per illustrarci il suo percorso musicale e il suo lavoro di debutto. Dalla Capitanata si passa al caleidoscopio sonoro che mescola musica yiddish e sperimentazione di “Fuori Dal Pozzo”, un progetto che vede protagonisti Enrico Fink, Arlo Bigazzi e Cantierranti, di cui scrive Daniele Cestellini. Tocca invece ad Antonello Lamanna portarci alla scoperta dell’ottimo “Liquid degli Interiors, duo composto da Valerio Corzani (musicista a tutto tondo e nota voce di Radio 3) ed Erica Scherl, che assomma suoni acustici, elettronica, dub, cut-ups e spoken word. Ci spostiamo nel cantautorato made in USA con “Angels On The Other Side” di Jono Manson. Ritorna la rubrica Cantieri Sonori, con un intervento di Paolo Mercurio, che ha visitato le due mostre-mercato, “Milano Guitars & Beyond”  e  “Milano Maestro Luthery”. Controcopertina di Blogfoolk è il Taglio Basso di Rigo, che questa settimana presenta il nuovo disco di Lion D.

Ciro De Rosa
Direttore Responsabile di www.blogfoolk.com

I LUOGHI DELLA MUSICA
VIAGGIO IN ITALIA
WORLD MUSIC
CANTIERI SONORI
CONTEMPORANEA
TAGLIO BASSO
L'immagine di copertina è un opera di Donatello Pisanello (per gentile concessione)

Dieci Anni Ascoltando Il Mondo: Babel Med Music, Dock des Suds, Marsiglia, 20-22 Marzo 2014

Bilancio altamente positivo per la fiera-rassegna marsigliese organizzata nella storica area portuale dei vecchi dock, che ha cambiato decisamente la sua fisionomia nell’arco temporale di sedimentazione decennale della manifestazione. La creatura di Bernard Aubert e Sami Sadak, direttori artistici del rendez-vous della città focese che accoglie professionals della world music, è cresciuta in due lustri, imponendosi per qualità musicale e scenario: il fascino di una città come Marsiglia, dove le “sfide di Babele” si avvertono e si comprendono girovagando vuoi tra i quartieri popolari vuoi tra i nuovi poli museali, come il MuCEM, a vocazione mediterranea. Gli espositori sono in prevalenza promoter di festival e agenzie di booking, qualche rappresentanza istituzionale (Provenza e Catalogna), alcune etichette discografiche soprattutto transalpine, e associazioni per le quali la fiera è occasione di incontro, non meno importante del Womex. Intanto, nuove manifestazioni per operatori del settore world stanno nascendo altrove (pensiamo all’esposizione di Capo Verde), mentre l’Italia (o meglio la Puglia) del Medimex sembra ancora alla ricerca di una sua identità. 
A Marsiglia, dal 20 al 22 marzo, accanto agli speed meeting, agli incontri informali agli Aperò presso gli stand fieristici, non sono mancate riflessioni sullo stato del mercato delle musiche del mondo con conferenze di rilievo (tra cui “La world music nei paesi Bassi”, “Il peso economico della cultura”, “Creare e diffondere la musica dopo la primavera araba”), presentazioni come quella del nuovo lavoro del ben noto combo vocale & beat-box Radio Babel Marseille e riconoscimenti discografici distribuiti dall’Accademia Charles Cros. Significativa anche la rassegna di docufilm proiettati nella bella biblioteca Defferre, nella quale abbiamo visto – ben dieci le pellicole presentate – l’anteprima dell’ottimo “Electro Chaabi” (2013) di Hind Meddeb, ritratto dei mc egiziani, spaccato del fenomeno mahraganat, genere musicale portavoce delle istanze di ribellione di molti giovani egiziani, nato negli slum del Cairo: prendete nota. Poi alla sera ci sono i concerti: trentuno show case divisi tra tre palchi, proposti a prezzi ragionevoli (€ 15 e € 35 il pass per le tre serate), premiati da un pubblico davvero folto che si sposta da un evento all’altro. Unica difficoltà la sovrapposizione di una parte dei concerti che impone scelte estetiche o spostamenti strategici tra una sala e l’altra. 
Ed è qui che ci si accorge di stare in Francia, in una metropoli dove c’è un’audience adusa alla world music, un pubblico curioso, culturalmente parlando, che spende per ascoltare musica, ma anche per mangiare e bere: insomma qui si investe nella musica live e la si consuma. Gli showcase, tranne quello dei rapper libici G.A.B. (Good against Bad), andato quasi deserto (!), sono stati sempre pieni per tutte e tre le serate di Babel Med Music. Si parla di 12.000 persone nlal tre giorni di set provenienti da 30 paesi, atmosfera rilassata, nessun poliziotto in divisa in circolazione, security solo agli ingressi e in prossimità degli stage. Inconveniente per chi soffre il fumo passivo, la nonchalance con cui sono disattesi i divieti di fumo. Un palinsesto di artisti ad ampio raggio, che parte dall’idea di meticciato, di identità e appartenenze plurime, di mélange e pastiche sonori. Nella serata di giovedì sul fronte nord-africano ecco una personalità rinomata come l’oudista world-jazz Rabih Abou-Khalil e gli algerini Imzad, vedi alla voce Tinariwen, ma sicuramente meno trascinanti degli alfieri del desert rock-blues. Con Neuza, voce gentile, siamo di fronte ad una nuova chanteuse capoverdiana della scuderia Lusafrica, però proveniente dall’isola di Fogo. 
Esordio nei club locali à la Cesaria Evora; vedremo se si imporrà come nuova star dell’isola atlantica con il suo suono acustico accattivante. Attesa per l’artista anglo-israeliana Mor Karbasi (Premio Fondation Orange) : ladino song di buon gusto etno-jazz. Se si tratta di donne, l’ugola dell’azera Fargana Qásimova batte tutti: figlia di cotanto padre, ormai se n’è andata per la sua strada con il suo ensemble dedito all’arte elevata del mugham. Dei rapper libici in uniforme militare, a testimoniare la presenza di troppi eserciti e milizie nella nuova Libia, e del loro mix di basi, testi cantati in più lingue, si è già detto un po’. Diverte e conquista per potenza scenica, groove urbano congolese con sprazzi rock e afro-beat, la performance di Jupiter & Okwess International. Si parte coi fiocchi al venerdì con i funambolismi degli Sväng, il quartetto di eclettici ed istrionici armonicisti finlandesi già noto ai nostri lettori, che salta gli steccati colti-popolari, ubriacandoci con la sua irresistibilità sonica sposata a competenza musicale con polska, tango, marce, inserti classici e note blue, in parte provenienti dal nuovo album “Karja-la”. 
Di grande levatura è lo show del quartetto di Jacky Molard, che ha costruito una tradizione violinistica bretone trasponendo ritmi e abbellimenti di altri strumenti; ha lavorato sodo Jacky, che agli esordi suonava musica irlandese. Un quartetto super (sax tenore, contrabbasso e organetto) che attraversa la tradizione della penisola celtica, passando per Irlanda, Scozia e Balcani. Quella del violinista e dei suoi complici, tra cui spicca la contrabbassista Hélène Labarrière, è un viaggio trasversale tra le musiche popolari, con innesti jazz e libertà d’improvvisazione. Ancora dalla Bretagna arriva il mattatore della serata: si tratta dell’innovativo Krismenn (Premio Adami della musica del mondo 2014 e Premio Mondomix 2014), come Molard artista della label Innacor. Il beat-boxer e rapper della Bretagna centrale, figlio delle etnografie di canto tradizionale e dell’hip-hop, usa il bretone, sua lingua nativa, mischiando la pratica dello canto responsoriale kan ha diskan (ma anche un gwerz e canzoni) con la grammatica sonora urbana afro-americana, usa le macchine per campionare dal vivo chitarra slide e contrabbasso; superbo poi il duetto con l’altro virtuoso beat-boxer Alem. 
Ancora una voce, profonda, androgina, minimale ed austera, quella della lisboeta Lula Pena, accompagnata dalla sola chitarra: il suo non è solo new fado, è oltre il fado, lo sguardo sonoro si volge agli autori brasiliani, talvolta richiama anche l’arte di Atahualpa Yupanqui. Poetica di classe, gente! Non passa inosservato neppure il progetto di Nishtiman, settetto curdo acustico transfrontaliero (Iran, Iraq, Turchia) dotato di plettri, fiati e percussioni. L’Italia è presente con Gianmaria Testa (insignito del Premio Babel Med Music et Région Provence-Alpes-Côte d’Azur insieme a Rabih Abou-Khalil), forse un po’ fuori fuoco con la sua band dal soffio soft-rock in questo baluginare di suoni globali, ma in Francia, e soprattutto qui a Marsiglia, è una stella di prima grandezza, anche per le frequentazioni con lo scomparso scrittore Jean-Claude Izzo, e nel clima locale il suo ruolo di chansonnier colto ci rientra tutto. Dell’iraniano-israeliana Rita, oltre alla splendida bellezza, non si può notare altro che propone un mix world-jazz con sfumature rock, che non manca di pernicioso tasso glicemico. 
Sul versante del revival musicale askhenazita, invece, la Amsterdam Klezmer Band manifesta i suoi buoni numeri. Diversa l’atmosfera creata da Arash Khalatbari, d’origine iraniana, vissuto a Parigi, ora residente a la Réunion, già fondatore degli Ekova negli anni ’90. Khalatbari manipola macchine e suona flauti, percussioni ed ance: il suo laboratorio acustico-digitale si traduce in techno-house, perfino datata, ma che nel complesso può funzionare in una serata dance: world clubbers, se ci state leggendo, prendete nota. Clou della serata il maestro dello ngoni maliano Bassekou Kouyaté & Ngoni Ba, la sua famiglia (di musicisti) è al completo. Il maestro di Garana manda il pubblico in delirio, con l’incessante stratificazione sonora delle diverse fogge del piccolo cordofono, assume pose da rocker con il suo strumento icona, esibisce assoli, si concede una spiazzante citazione del “La Colegiala”. Insomma, si avverte qualche ammiccamento di troppo da parte di un artista che ha inciso alcuni dei dischi africani più notevoli degli ultimi anni. Babel Med Music offre in chiusura delle serata un set di DJ. Dopo i Walkabout Sound System del giovedì, ecco al venerdì il set del duo Dengue Dengue Dengue!, diluvio sonoro tropicale di psichedelia, cumbia e dub, chicha e techno, guaracha e dubstep, direttamente da Lima, Perù. 
Venendo alla serata conclusiva di sabato, sbancano subito le Gargar, quartetto femminile originario del Kenia nordorientale, musica del popolo somali, al loro primo concerto fuori dall’Africa (premiate con il Prix France Musique des Musiques du Monde). Il canto responsoriale, la struttura melodica pentatonica portano all’inevitabile rapimento magnetico. Certo la solida base rock (basso-batteria-tastiera-chitarra elettrica ) non scevra da ingenuità nelle soluzioni rinvia alle esperienze di elettrificazione di gusto etiopico (che abbiamo conosciuto con la straordinaria collezione “Ethiopiques” di Francis Falceto pubblicata da Buda Musique). Il folto pubblico approva, noi apprezziamo al vocalità, ce la spassiamo perché la musica tira, sorridiamo alle naïveté vintage di certi arrangiamenti, ma le signore vorremmo ascoltarle da sole, con la band messa da parte o, almeno, silenziata per un po’ di numeri. Si salta di qua e di là tra sala Chapiteau e Cabaret, con il trio franco-comoriano di Ahamada Smis e per il mix di fanfara e rap dei macedoni Shutka Roma Rap – questi ultimi non hanno lasciato in me tracce indelebili di good ribes. 
Di diversa levatura, invece, la poetica di Smis, cantante e autore originario dell’isola dell’Oceano Indiano ma residente a Marsiglia, affiancato dai cordofoni gaboussi, dzenzé e oud, mette insieme i suoni della sua terra che sono il portato sincretico dei secolari passaggi di europei, arabi, indiani e popolazioni nero africane che mischia con rap e slam poetry (il suo più recente album è “Origines”): in altre parole uno dei simboli della filosofia sonora di Babel Med. Come lo è un’altra creazione seducente, questa volta di impianto cameristico, che mette sul palco il duo palestinese Sabîl (Ahmad Al Kahtib all’oud, Youssef Hbeisch alle percussioni; di loro avevamo già apprezzato l’album “Sabîl" del 2011) e del quartetto d’archi francese Béla. Cercate “Jadaval”, disco prodotto da La Clique Production. Una confluenza di mondi sonori, un efficace bilanciamento di timbri, repertorio che fa dialogare mondo mediorientale e occidente colto. Nessuna novità invece dalla patchanka manuchaoesca dei catalani Che Sudaka. Molto atteso lo sposalizio tra Napule e Massilia con variazioni canore e rimiche provenienti da lu Salentu. È l’incontro di super vocalist, tamburi a cornice, plettri e organetto del progetto Vè Zou Via, che unisce le voci delle trio femminile Assurd e di Enza Pagliara con i celebri cantori locali Lo Còr de la Plana. 
Combinazione di canto a cappella e tamburi a cornice, si intersecano ritmi e lingue (napoletano, salentino e marsigliese), tra convivialità teatrale, potenza percussiva, ironia e sberleffi ai politici locali (si sarebbe votato per le amministrative la mattina successiva). Amore a prima vista o matrimonio combinato? Optiamo per il primo, naturalmente, ma manca ancora un quid affinché questa sintonica unione si tramuti in travolgente passione e amore vocale e percussivo, com’è nelle cifra di questi artisti dall’enorme potenziale musicale. L’abbiamo mancato, ma ci dicono che ha “spaccato” il veterano Clinton Fearon & Boogie Brown Band, mentre ancora Marsiglia è andata in scena, quando nello showcase afro-cubano di Ruben Paz e Cheverefusion ha fatto capolino Papet J dei Massilia Sound System (questi ultimi in uscita con un nuovo album, a breve). Chiusura con il maestro di cerimonia DJ Oil. Aspettiamo la prossima edizione Babel Med Music nella convinzione che vale un viaggio in terra provenzale per vivere la mescolanza meticcia che non è utopia futura ma è euforia del presente. 


Ciro De Rosa

Calicanto in “Corcal”, Auditorium del Centro Culturale di Via Altinate, Padova, 22 Marzo 2014

Il sito non è ancora aggiornato, ma i Calicanto sono tornati ad essere un sestetto e, per l’occasione, hanno ideato un concerto che sposta l’orizzonte dai colli al mare e spazia dall’Adriatico al resto del Mediterraneo con un titolo che rimanda alle migliori poesie di Biagio Marin: "Corcal" (gabbiano), già protagonista di versi sull’arte del battere la fiacca (bater gnifa) nel cd “Venexia”. Il gruppo ha “debuttato” in casa sabato 22 marzo a Padova all'Auditorium del Centro Culturale di via Altinate, in una serata a scopo benefico organizzata dall’Associazione Agronomi e Forestali Senza Frontiere che ha colto l’occasione per presentare i progetti di cooperazione in corso in Bosnia. Accanto a “Corcal”, alcuni brani di “Venexia”, fanno da asse portante del concerto, da “Adriatica” alla composizione di Corrado Corradi dedicata ai bambini che le guerre nei Balcani hanno separato da uno sbocco al mare, “Oci sensa mar”. Il rapporto con l’Istria e la Dalmazia attraversa gli oltre trent’anni della storia del gruppo e prende corpo in brani dedicati al dolore degli esuli, come “Le calli e il ginepro” firmata da Franco Juri e Istranova, o al tempo sospeso magicamente racchiuso da Riccardo Sandini in “Piova a Pirano”. 
Il nuovo arrangiamento di questo brano offre l’occasione per apprezzare le sonorità dell’arpa di Alessandro Tombesi, già ospite in passato, ma ora membro a pieno titolo del gruppo, impegnato spesso anche con la melodica ad intrecciare i fiati di Francesco Ganassin. Accanto alla voce e all’elegante espressività di Claudia Ferronato, sono i clarini di Ganassin costituiscono la “seconda” voce del gruppo, in evidenza soprattutto quando i Calicanto riprendono le rotte di “Labirintomare” e si avventurano in direzione di Grecia e Turchia, sostenuti dalla batteria sempre precisa di Alessandro Arcolin. A cucire ritmi ed armonie ci pensano i “veci” del gruppo, il contrabbasso di Giancarlo Tombesi e la piva, gli organetti e la mandola di Roberto Tombesi, anima dell’atelier Calicanto. Un’anima con un fardello pesante: qualche ora prima si è spento, travolto da un’auto, l’amico Gigi Bacco: a lui, con voce rotta, Tombesi dedica "I dodese mesi de l'ano", prima di chiudere con “La pastora e il lupo”: il brano che spesso ha aperto i concerti del gruppo firma ora il finale, l’approdo i terra ferma dopo un gran bel viaggiare, fra latitudini diverse, ma anche a tutto campo fra brani che spaziano dall’LP “Scano Boa” (1986) al recente cd “Mosaico” (2011). Nelle loro parole: “un'occasione per dare un vestito tutto nuovo a fondamentali brani che hanno fatto la storia di Calicanto e della nuova musica di ispirazione tradizionale dell'area veneta e Nord Adriatica”. 

Alessio Surian

Franco Battiato & Pino “Pinaxa” Pischetola, Auditorium Parco Della Musica, Sala Sinopoli, 23 Marzo 2014

Franco Battiato non avrebbe potuto festeggiare in modo migliore il suo sessantanovesimo compleanno, se non dedicando il giorno del suo compleanno al suo pubblico, dapprima presenziando alla proiezione del documentario incentrato sulla sua carriera “Temporary Road (una) vita di Franco Battiato” al Rome Indipendent Film Festival, e poi salendo sul palco della sala Sinopoli dell’Auditorium Parco Della Musica, per un concerto sperimentale, con la complicità del produttore ed amico di lunga data Pino “Pinaxa” Pischetola. Il concerto, inserito nella rassegna “Fonèka”, ideata e diretta da Agata Lombardo, e dedicata ad una riflessione sulle capacità espressive della voce umana, è stato un vero e proprio viaggio tra passato e futuro, nel quale Franco Battiato ha riproposto alcune riletture e riscritture del suo repertorio di musica elettronica e sperimentale degli anni settanta, dando vita ad un percorso di ricerca sonoro d´avanguardia attraverso interventi di acustica vocale e strumentale. Prima di immergersi nella lunga cavalcata sonica, il cantautore siciliano ha precisato al pubblico, quasi scusandosi, che il concerto avrebbe riguardato qualcosa di diverso rispetto al solito, e sebbene la sua intenzione fosse quella di suonare più a lungo, per non annoiare troppo gli spettatori, aveva deciso di ridurre ad un ora al massimo la sua performance. 
Così, dopo una breve introduzione didattica sul pedale tonale del pianoforte, Franco Battiato, dividendosi tra pianoforte e sintetizzatore, e in perfetta simbiosi musicale con Pino “Pinaxa” Pischetola (ritmiche e computers), ha costruito una lunga suite prettamente strumentale della durata di circa un’ora, suddivisa in diversi movimenti, ispirati da frammenti, linee melodiche, ed intuizioni sonore tratte dalle sue opere più sperimentali, lavori spesso poco noti al grande pubblico, ma senza dubbio non privi di fascino, al pari della sua produzione pop. Partendo da una semplicissima melodia suonata al pianoforte, usata per spiegare il lavoro di looping da parte di Pinaxa, il cantautore siciliano ha dato vita ad un lavoro di destrutturazione dei vari frammenti melodici, nel quale spesso è la sola melodia a sopravvivere, in un contesto di ricostruzione e riscrittura, operata con l’aggiunta di ritmi sintetici, improvvisazioni al sintetizzatore, e variazioni sul tema, a cui si aggiunge ora il piano ora la voce, che ora canta ora salmodia testi inediti, brani in arabo, e materiali già noti. 
Quasi tutti i movimenti prendono le mosse da frasi melodiche già note, su cui Battiato improvvisa variazioni melodiche, scale e sequenze, che Pinaxa mette in loop, offrendo al cantautore siciliano la possibilità di aprire la strada ad una sorta di dialogo con se stesso. L’orecchio più attento, nel corso del concerto ha così colto frammenti di “Inneres Auge”, la coda strumentale della ben nota “Shakleton” da Gommalacca, brevissimi accenni ad opere come “Genesi”, “Gilgamesh”, citazioni dalla musica per il balletto “Campi Magnetici”, o suggestioni melodiche ora da ghost track come quella di Fleurs (“Sai Dire Addio Ai Giorni Felici”) ora da brani storici come “New Frontiers”. Le grandi sorprese della serata però sono state senza dubbio la riscrittura di “Novena”, brano ancora inedito risalente alla metà degli anni settanta, il movimento ispirato da uno dei brani della colonna sonora di “Cellini – Una Vita Scellerata”, ma soprattutto il bis finale con la superba quanto breve versione di "Propiedad Prohibida", tratta da “Click”. Insomma un concerto di grande pregio a livello musicale, che non ha mancato di entusiasmare i tanti fans presenti, ma che certo un pizzico di delusione avrà lasciato in chi (con un pizzico di superficialità) si sarebbe aspettato il più classico dei suoi concerti con “La Cura”, “Centro Di Gravità Permanente” e tutti i suoi principali classici. 


Salvatore Esposito

Gianni Pellegrini – Ferlizze (Alfa Music/Egea, 2013)

Professore di lettere al liceo, ma soprattutto musicista appassionato e cantautore, Gianni Pellegrini, giunge al suo debutto discografico con “Ferlizze”, una sorta di concept album dedicato alla natia Foggia e ai terrazzani, gente tanto povera quanto dignitosa che abitava le pianure del tavoliere. Per l’occasione lo abbiamo intervistato, per approfondire il suo percorso artistico e di formazione, le ispirazioni e le tematiche del disco, ma soprattutto per entrare nel vivo di alcuni dei brani principali.

Ci puoi raccontare il tuo percorso di formazione artistica? 
Io sono prima di tutto un docente di lettere nelle scuole superiori, dunque uno che mangia pane e versi, con contorno di ossimoro e anastrofe. Da ragazzo avevo due sogni: diventare professore di italiano e latino, e diventare cantautore, così imparai a suonare la chitarra da autodidatta. Dopo le prime esperienze musicali (a vent’anni circa avevo già scritto “Cento giornate foggiane”, presente come bonus track nel disco Ferlìzze) e dopo i primi festival, ad esempio l’allora Festival nazionale della canzone satirica “Qui non si canta a modo de le rane” che si teneva ad Ascoli Piceno ma era organizzato tra Milano e il comasco e dove arrivai in finale per due anni consecutivi, decisi di dedicarmi solo agli studi universitari. E così lasciai il palcoscenico. Parliamo degli anni Novanta e primi del Duemila. Mi laureai, e continuai conseguendo tre specializzazioni, vari master e... insomma la mia è stata una formazione alla scrivania. Dopo diversi lavori riuscii finalmente ad avere la mia prima supplenza nel 2003. Ma la musica non era affatto finita, dentro di me… Fu proprio durante un anno scolastico che sbocciò nuovamente, inaspettata ed inarrestabile la voglia di rimettermi a scrivere e suonare. Insegnavo a Torremaggiore (Foggia) e i ragazzi avevano bisogno di un docente che fosse il responsabile del loro progetto musicale, lo spettacolo di Natale. Scoprirono i miei trascorsi di gioventù, chiamiamoli così, e mi inserirono in scaletta chiedendomi di cantare “Brigante se more”, il celebre brano dei Musicanova. Io ero in un momento difficile della mia vita e, un po’ da incosciente, mi feci coinvolgere. Coi ragazzi mi è sempre piaciuto mettermi in gioco, sperimentare, creare-sgretolare-ricominciare. Da allora riprendere in mano penna, carta e chitarra fu semplicemente inarrestabile. Mandai mie vecchie canzoni rispolverate a qualche segreteria di festival e concorsi vari, nel frattempo ne scrissi di nuove e cominciai a testarle. Funzionavano. Dal pop alla canzone d’autore al folk mi divertivo a scrivere in totale libertà, specie canzone d’autore. In due o tre anni nacque piano piano una bella band (tutti, purtroppo o per fortuna, non musicisti di professione anche loro dediti quotidianamente ad altri lavori) e giungemmo a semifinali e finali di almeno venti festival, da Torino a Salerno e a Contursi, da Biella a Foligno, da Bitonto ad Isernia, da Eboli a Poggio Bustone etc. Esperienza maturata, tanto palco, pubblico sempre diverso, giurie che sempre con metri differenti (perché differenti esse stesse) erano là a vivisezionare i tuoi versi e la tua musica, promuovendola o bocciandola. A trentotto anni mi sono anche iscritto al conservatorio, incominciando da zero e scegliendomi uno strumento ostico anzi impossibile: l’oboe, strumento considerato il “parente nobile” della ciaramella. Ancora una volta mi è piaciuto mettermi in gioco, senza alcuna remora. E così di mattina ero a scuola, da prof in cattedra, di pomeriggio ero in conservatorio tra gli allievi a solfeggiare buono buono con ragazzi che avrebbero potuto essere miei alunni. Il mio medico dice che tra scuola e musica non invecchierò mai… 

Come nasce il tuo amore per la musica popolare ed in particolare per la tradizione musicale pugliese? 
Credo che la formazione musicale di ognuno di noi, si sia musicisti o meno, sia il risultato di quello strano magico miscuglio costituito da tutta la musica che ci ha attraversato e che continua ad attraversarci, sin dall’infanzia. Da bambino, sono nato nel 1972, tutta la (bellissima) musica che negli anni Settanta veniva prodotta per i bambini. Le mitiche Fiabe sonore, ad esempio, avevano brani musicali all’interno di ogni 45-giri che raccontava la singola favola. Erano brani concepiti maledettamente bene, ancora oggi li riascolto raccontando quelle stesse fiabe ai miei bambini, e mi accorgo di come fossero composti, orchestrati e suonati egregiamente. La preadolescenza con l’inevitabile ma sacrosanto pop (Baglioni in primis), e i sedici anni come sparitacque: De Andrè e la lirica prima di tutto. A sedici anni rimasi folgorato dall’album “Volume Primo” di De Andrè, e dalla Norma di Bellini. E da lì fu tutto un cantautorato e libretti d’opera continuo. Dopo i vent’anni, assieme alla canzone d’autore ed alla lirica, si aggiunsero, oserei dire incredibilmente, i Pink Floyd da un lato e la Nuova compagnia di canto popolare e i Musicanova dall’altro. Però di musica ne ascoltavo davvero tanta, anche dal vivo. L’incontro con “La gatta cenerentola” (sempre benedetto sia il maestro Roberto De Simone) e con “Brigante se more”, il disco intero intendo, mi segnò molto. Avevo amato tantissimo Napoli, da Murolo a Carosone a Pino Daniele agli Almamegretta ai 99posse a Daniele Sepe, ma la NCCP ed Eugenio Bennato e i Musicanova mi attiravano per una cosa precisa e fortissima, in loro: sapevano rendere moderno l’antico o, se vogliamo, sapevano conferire all’antico l’ennesima possibilità di fascino anche oggi. Le due esperienze, com’è noto, hanno preso poi strade molto diverse, con le fuoriuscite le svolte estetiche e tutto il resto. Ho continuato ad ascoltarli sempre o quasi, per anni. E pian piano mi accorsi che anche nella mia terra, e nelle tante Puglie esistenti si produceva qualcosa di davvero interessante: i Sud Sound System ad esempio, mi fulminarono perché erano la prova concreta che noi eravamo troppo legati al dialetto partenopeo e che anche un qualunque altro dialetto poteva avere la sua dignità, la sua cantabilità. I SSS cantavano dal rap alla pizzica, e il dialetto salentino era in mano a loro una forza della natura, una vitalità travolgente e generatrice a sua volta. Mi capitò di ascoltare un concerto anche degli interessantissimi Addosso agli scalini, baresi che cantavano canzoni di un rock fortissimo con un bel sassofono preponderante, con testi in italiano surreali, anzi dadaisti direi, ma con qualche brano in dialetto barese. Ma soprattutto scoprii anche io, come tanti all’epoca, il Gargano. I Cantori di Carpino prima di tutto e la tradizione di Monte Sant’Angelo e di altri luoghi garganici. Per questa riscoperta e valorizzazione va dato indubbio merito ad Eugenio Bennato, con il Carpino folk festival, e alla tenacia dei garganici stessi. Un capitolo a parte va riservato a Matteo Salvatore: era un personaggio davvero incredibile, che ha vissuto una vita strapiena di fatti. Tra le varie volte in cui lo vidi, lo ascoltai cantare e suonare e lo sentii rispondere ad interviste, mi colpì una cosa: la sua capacità di dividere, in maniere sorprendentemente semplice ma non semplicistica, il suo pubblico e di conseguenza le canzoni da proporre per ciascuna serata-concerto. Matteo Salvatore, geniale artista della canzone popolare italiana della provincia di Foggia (di Apricena, per essere precisi), e contemporaneamente disarmante sottoproletario per provenienza antropologico culturale, era uno che divenne più famoso ed apprezzato in Francia che in Italia. In una intervista disse tra l’altro una cosa: “capii che quando mi esibivo al nord piacevano più le canzoni tristi, dolorose, quelle che raccontavano i problemi del Sud. Quando invece mi esibivo dalle mie parti, erano preferite di più le canzoni divertenti, quelle coi personaggi che facevano ridere, o quelle coi pettegolezzi”. Ho ascoltato suonato e cantato le canzoni di Matteo Salvatore sin da quando me ne innamorai, verso la fine degli anni Novanta, quando avevo smesso da tempo di calcare il palcoscenico e riservavo solo per me e per i miei amici la mia chitarra e la mia voce. Eppure il tarlo del dialetto foggiano in musica, dentro di me, c’era eccome. E lavorava…  

Il tuo nuovo album “Ferlizze” è dedicato ai terrazzani, ceto popolar foggiano, la cui storia è ancora oggi di grande fascino. Come è nato questo progetto? 
Ho ripreso una vecchia idea che ebbi avuto a sedici anni. All’epoca sognavo di scrivere un’opera lirica intitolata “I terrazzani”, appunto, e che avesse un libretto in dialetto foggiano. Ma era un sogno di ragazzo e non se ne fece nulla perché, come ho già raccontato prima, presi altre strade. Nel tempo era maturata in me, ascoltando tutta la musica di cui solo in parte ho accennato sopra, l’idea che anche Foggia e il suo dialetto dovessero e potessero avere un tentativo di celebrazione in musica. Avevo cercato una qualche tradizione musicale foggiana ma mi accorsi che c’era ben poco. Poeti dialettali tanti, alcuni di un certo valore, altri poco o nulla; qualche poesia messa in musica ma in maniera mi pare non troppo originale e non troppo distante dall’ovvia influenza napoletana, oppure un po’ di “sano” trash locale, talvolta a suo modo apprezzabile. Oppure ancora interessanti gruppi rock negli anni Novanta, o rap negli anni Duemila. Beh che dire? Ho avuto campo libero: paradossalmente il fatto di non avere una tradizione popolare consistente in città mi ha spinto a fare di testa mia, incoraggiandomi a cominciare io stesso da zero, a tentare di spianare una prima strada. E ho deciso di farlo con la cultura musicale eterogenea che mi appartiene, che mi caratterizza. La passione per la musica etnica mi ha dato sempre occhi diversi, mi ha fatto trovare, anzi riscoprire, un’identità antropologica in città. Molti parlano di “foggianità”, ma a ben guardare si tratta solo di campanilismo, per quanto spesso in assoluta buona fede. Invece fortissimamente identitaria mi sembrò sin da subito il ceto popolare dei Terrazzani. Una comunità nella comunità, foggiani ai margini di altri foggiani. Nel libretto del disco scrivo del terrazzano: “Personaggio anarcoide, esistito fino alla metà del Novecento circa, vive di raccolta e caccia, quasi mai sotto padrone, povero ma dignitoso, paziente e tenace (alcuni anziani, ancora oggi, mantengono alcuni usi e costumi terrazzani). L’aspetto incredibile ed affascinante di questa gente riguarda appunto la capacità di vivere fin quasi ai giorni nostri in maniera pressoché primitiva”. Non allevatore, dunque, non coltivatore, ma libero e legato solamente alla terra per tutto ciò che la terra può e sa donare spontaneamente: “i terrazzani hanno sviluppato diverse tecniche di caccia, perlopiù a volatili, in particolare alle taragnole (=allodole); una sapienza impressionante di erbe selvatiche commestibili, una padronanza dell’equitazione molto forte, una vita a strettissimo contatto con la terra e la pianura del Tavoliere. Monogami, fedelissimi al coniuge, devoti alla madonna (in particolare alla Madonna dei Sette veli di Foggia) ed a S. Anna protettrice delle partorienti, fieri di essere senza padrone”. Oggi ovviamente non esiste più. Al borgo Croci, quartiere storico dei terrazzani, si vedono antenne paraboliche e figli (fortunatamente) laureati, ci mancherebbe. Il consumismo ha livellato tutto. A proposito, tengo a puntualizzareuna cosa: un disco, o perlomeno un disco come questo, non è un saggio storico. Nel senso che le canzoni contenute sono e restano opere d’arte, non contributi scientifici alla ricerca storica. Questo è importante sottolinearlo perché la natura del poeta, del compositore, è quella di un adorabile bugiardo, per così dire: da uno spunto, quello si, storico, reale, concreto, nasce un’opera di fantasia. Nascono storie e personaggi a volte veri altre volte verisimili, altre ancora inventati. 

Alcuni dei brani sono stati scritti in collaborazione con Raffaele De Seneen, com’è nata la vostra collaborazione? 
Raffaele de Seneen è, come mi piace definirlo, un Anziano Saggio della città. Classe 1947 e saggezza millenaria, aveva scritto molte poesie in dialetto foggiano che mi erano piaciute tanto, ed anche drammatizzazioni sulla rivolta popolare a Foggia per la tassa sul macinato ed altre sabaude amenità. Io avevo a mia volta parecchi versi in dialetto sparsi qua e là senza ancora averli trasformati in canzoni. Strofe perfette ma pochine, oppure versi sciolti che aspettavano di essere accompagnati, spunti musicali di bella sostanza e molti, ma ancora acerbi. Ma ciò che ci ha veramente uniti, sin dall’inizio, è stata l’esperienza con un gruppo di cittadinanza attiva, il GADD (Gruppo amici della domenica), nato su Facebook e animato da persone che si sono cercate e trovate: ci ha uniti l’amore per la nostra martoriata città, le iniziative pacifiche, “in punta di piedi”, come dice l’ideatore Cesare Rizzi, poi ingaggiato anche come (eccellente) chitarrista solista della band. Lavorare con Raffaele è stato bellissimo, la prima volta ch’io scrivessi testi a quattro mani. Ed ogni canzone ha una storia diversa: di una magari avevo scritto metà testo, perfetto ma poco, e l’altra metà ce la aggiungeva lui, di un’altra versi sciolti io ed altri lui, un’altra magari interamente scritta da me ma con suoi suggerimenti di tagliare qua e là, un’altra magari scritta da lui interamente e con forbici mie, stavolta, a tagliare e riadattare al discorso complessivo dell’intero concept album. Il tutto per telefono, per e-mail o in privato su face book, e soprattutto il giovedì mattina, quando avevo la giornata libera a scuola: nel salone di casa mia, davanti ad un buon caffè, con carta penna e chitarra gli facevo ascoltare le musiche che avevo composto per i nostri testi, gli esprimevo dubbi, perplessità e convincimenti. Ovviamente devo assumermi l’onore e l’onere della regia totale, l’idea finale era sempre la mia, ma il tutto si è continuamente svolto in un bellissimo clima di creatività profonda, sentita, appassionata. 

Come si è indirizzata la tua ricerca sui materiali tradizionali nella composizione dei vari brani? Quali sono stati i tuoi riferimenti dal punto di vista musicale? 
Foggia città non presenta una tradizione musicale popolare autentica, propria, però proprio per questo mi sono sentito libero di osare. I generi musicali espressi nelle idee armoniche e melodiche di base sono molteplici, perché ho voluto di proposito misurare le potenzialità del mio dialetto con tutto quello che mi aveva influenzato ossia con la canzone d’autore, col rock, col pop, con il folk, con il melodico etc. Ma la prima musicalità ho voluto cercarla nel dialetto stesso, prima ancora che in qualsiasi melodia o impianto armonico. Nei due anni occorsi per la realizzazione del disco, il primo è stato impiegato per la scrittura di testi e musiche. I testi, che sono nati come raccontavo prima, hanno avuto da parte mia una cura e una ricerca esasperata anche e soprattutto dal punto di vista lessicale, perché “quella” precisa parola doveva legarsi perfettamente a “quel” preciso fraseggio melodico. E se la cosa non funzionava mi dannavo l’anima fino a che non avessi trovato la soluzione giusta. 

Dal punto di vista prettamente musicale, come hai approcciato la costruzione degli arrangiamenti? 
L’arrangiatore me lo ha proposto la Alfamusic, l’ottima ed attenta casa discografica. Si tratta di Marcello Sirignano, violinista, compositore e docente di violino jazz nei conservatori, ma anche uno degli arrangiatori di Fiorella Mannoia. Marcello è stato grandissimo. Ha messo in tavola tutto il suo portato di arrangiatore, di violinista, di musicista a trecentosessanta gradi. Funzionava così: io gli ho fornito voce e chitarra, dandogli alcune indicazioni qua e là; lui, che già ascoltando la mia musica aveva colto perfettamente l’essenza di ogni brano, ci lavorava su e poi mi rimandava una prima elaborazione. Io a mia volta gli rispondevo con pareri, suggerimenti, perplessità. E così siamo andati avanti per mesi e mesi lungo buona parte del 2013, specie in estate. Ad una mail seguiva una telefonata, a lunghi sms un’altra mail e così via. Sporadicamente anche incontri di persona, a Roma, presso gli studi della Alfamusic o una volta anche a casa sua, nel suo “regno” davanti a tanti strumenti musicali. Marcello è stato bravissimo a raccogliere tutti i miei spunti e a tradurli in arrangiamenti. In alcuni rarissimi casi non ci siamo trovati d’accordo, ma siamo sempre riusciti a trovare la soluzione migliore, e poi sostanzialmente io sentivo che di lui, a pelle, potevo fidarmi; e potevo fidarmi per due ragioni precise, che subito instaurarono un ottimo feeling artistico e professionale fra me e lui: individuò innanzitutto una non sospetta anima rock, nelle mie musiche, accanto ad un’intenzione ovviamente e manifestamente folk, e in secondo luogo studiò alla perfezione i testi di ciascuna canzone, seppure nella traduzione in italiano, non essendo lui foggiano, ma apprezzando comunque la strana musicalità del dialetto foggiano. Il fatto che un arrangiatore si concentri sulla musica da arrangiare, ma che tenga ben presente il testo, è un aspetto fondamentale, che forse non è ben presente in tutti gli arrangiatori, e che dona maggiore respiro al lavoro, conferendo una visione sempre più ampia di quello che dovrà essere il cosiddetto prodotto finale. Insomma un arrangiatore che conosca perfettamente i testi delle musiche che sta arrangiando è uno che sa bene, fino in fondo, dove voglia arrivare l’autore. Le questioni che lui mi poneva durante i mesi di arrangiamento erano del tipo “qui la taragnola cade al suolo: intendevi un momento musicale ritmato e convulso, vero?”, oltre che le normali problematiche legate, che so, all’impiego del friscalettu piuttosto che del flauto traverso, o di quale registro impiegare per la fisarmonica, o se utilizzare batteria e non percussioni. 

Ad aprire il disco è “Terra Appandanate”, canzone che narra la genesi di Foggia, in un intreccio tra il culto mariano e lo stretto rapporto con la terra. Puoi parlarci di questo brano?
“Terra appandanate”, ossia Terra impantanata, terra di pantani, già dal titolo evoca la storia millenaria di una terra che sembra ancora oggi votata al martirio e nello stesso tempo densa di potenzialità infinite, generatrici. Foggia nasce poco dopo la metà dell’XI secolo, con un ritrovamento che ha del religioso e del fiabesco nello stesso tempo, come allora usava. Alcuni pastori, nel far abbeverare i propri animali, vedono in mezzo al pantano alcune fiammelle, poi divenute le tre fiammelle dell’attuale stemma della città di Foggia. Accorrono sul posto, impressionati ed attratti, e scoprono in quel pantano una tavola, un’icona della Madonna, avvolta in alcuni veli, pare sette. Viene portata nella vicina taverna, la Taverna del Gufo e subito ne nasce una venerazione, con frotte di pellegrini in adorazione. Di lì il primo agglomerato urbano, le prime chiese, la Cattedrale normanna e tutto il resto. Questo evento lo trovo straordinariamente simbolico: una sorta di divinità ancestrale femminile, la terra, assieme ad un’altra “divinità” femminile, ma meravigliosamente religiosa, la Madonna, quella Madonna dei sette veli che diverrà poi la patrona della città. E soprattutto il pantano-grembo materno: ecco, Foggia nasce quasi letteralmente da un parto, dall’oscuro meandro “uterino” di un pantano. La sequenza iniziale di alcune erbe selvatiche commestibili, che già presagiscono anche alla successiva cultura del terrazzano, e gi occhi della Madonna, che è “madre terra” o “mamma Foggia” a seconda dei punti di vista, e poi anche versi quali “e tu l’abbracci, lei ti capisce / e tu l’abbracci ma non capisci / questa terra arsa di pietre e lutto / che va che viene e rimane incinta […]”, ecco tutto questo, dicevo, sintetizza ciò che Foggia è stata ed è. Purtroppo Terra appandanate è da leggere anche in chiave attuale: Foggia ha una delinquenza organizzata di livello molto elevato, se così si può dire, e lo stesso Roberto Saviano l’ha dolorosamente scritto poco tempo fa. E’ una terra oscura eppure feconda, appunto “terra arsa di pietre e lutto / che va e viene e rimane incinta”. 

Enrico Fink, Arlo Bigazzi + Cantierranti - Fuori Dal Pozzo (Materiali Sonori, 2014)

“Fuori Dal Pozzo” è il titolo del nuovo album di Enrico Fink, Arlo Bigazzi e Catierierranti. Edito da Materiali Sonori, il lavoro raccoglie un caleidoscopio di musiche vecchie e nuove, incatenate tra loro da uno strutturale e non sempre esplicito richiamo alle tradizioni narrative yiddish e, in modo più determinante, da una scrittura e uno sperimentalismo che espandono ogni brano su un piano di sovrapposizioni senza formalismi e forzature. Gli autori di questo progetto - probabilmente non è necessario indugiarvi troppo, perché, per fortuna, sono conosciuti ai più e sono sulla breccia da diverso tempo - rappresentano, di buon diritto, la buona e “nuova” coscienza delle espressioni musicali del nostro paese. La nuova coscienza che, sebbene in difetto rispetto alle idee più trasversalmente diffuse e spesso subite in modo acritico, continua non a riprodursi semplicemente (il fatto è straordinario già di per sé), ma a riflettere una combinazione originale (che anche i più disincantati probabilmente non sempre si aspettano), fortificata da un procedimento “endemico”, rappresentativo di una tradizione di pensiero che procede per selezione e sa assemblare gli elementi secondo le combinazioni più congeniali. In questo senso, come dicevo poco sopra, la narrativa yiddish - all’interno della quale si muove Fink (attore che ha a lungo recitato con la compagnia di Ovadia, musicista impegnato nella tradizione yiddish ma anche in progetti di musica antica, con l’ensemble Lucidarium, e animatore della Orchestra Multietnica di Arezzo) e alla quale ha dedicato, in passato, lavori sorprendenti e apprezzati da conoscitori autorevoli di quella cultura - è strutturale, perché è un rifermento implicito, una specie di nervo a cui si aggrappano i muscoli della sua scrittura (della sua creatività, vorrei dire, ma l’immagine rischia di essere riduttiva). In questo disco, però, quella tradizione si dilata e abbraccia un linguaggio più aperto, indefinito e cangiante, favorendo un’empatia più profonda con chi apprezza un lavoro ben fatto (chi scrive, fattore sicuramente trascurabile, è tra questi), sufficientemente astratto e visionario da includere anche “Vedo chiaro limpido vero”, il brano assurto qualche anno fa a inno della campagna M’illumino di meno del programma radiofonico Caterpiller. Per carattere, equilibrio, ponderatezza, grado di sperimentazione, complessità degli arrangiamenti, atmosfera, tutte e otto le tracce potrebbero ben rappresentare il sentimento che ha unito il lavoro di scrittura e produzione del disco. “Il Pozzo” però - anche per l’evidente, sebbene parziale, coincidenza, che si trasforma in un’affinità riflessa nel piacevole contrasto con il titolo dell’album - rappresenta in modo più netto degli altri il profilo di Fuori dal pozzo. È un brano in corsa, cantato in rincorsa ingoiando centinaia di parole e suonato con un’orchestra di strumenti. Raccontato con compostezza (“e poi nascosto dal leggìo/ io sul palco ad osservare/ tutto il gran precipitare”), seguendo il filo di una storia interrotta solo da qualche pausa vuota, che più che sospendere il flusso delle parole ha lo scopo di introdurre un fraseggio musicale che si fa via via più articolato nel dialogo di flauto traverso, violino, vibrafono e chitarre (elettrica, acustica e classica). Suonato con sicurezza e distensione (oltre agli strumenti citati, vi sono salterio, basso acustico, gong, marimba campionate, tabla, woodbloks), il brano raccoglie il pieno dell’alchimia compositiva di Fink e Bigazzi (bassista, compositore e produttore storico di Materiali Sonori), rilasciando un’eco lunga che si frange nella narrativa musicale più illuminata e tradizionalmente contaminata di alcuni nostri musicisti e compositori, apprezzati e molto seguiti anche all’estero (come Conte e Capossela). D’altronde gli autori di questo corposo lavoro non sono da meno quanto a visionarietà, talento, teatralità, eleganza e irriverenza. Tutte caratteristiche che informano la musica che nasce dalla loro fucina. Tutte caratteristiche che hanno avuto modo di apprezzare un po' in tutto il mondo, dentro un quadro di ammirazione e stupore misti a una certa pregressa consapevolezza (che accompagna i follower più navigati) della qualità indubitabile delle composizioni e delle esecuzioni di musicisti e artisti come Fink, Bigazzi e il coacervo espressivo Cantierranti. Quest’ultimo è probabilmente il riflesso più diretto della formula della label-laboratorio Materiali Sonori. È caratterizzato dalla compresenza di artisti che provengono da esperienze sicuramente differenti e importanti nel panorama world (Homeless Light Orchestra, Alessandro Benvenuti Band, Orchestra Multietnica di Arezzo, Tribù Vocale Patchworld, Elianto) e che hanno prodotto progetti significativi come “Camicia Rossa – Canti e Storie su quei ragazzi che fecero l’Italia”, composto da Giampiero Bigazzi per Banda Improvvisa diretta da Orio Odori. 

Daniele Cestellini

Jono Manson - Angels On The Other Side (Appaloosa Records/I.R.D., 2014)

Il lavoro della rinata Appaloosa Records prosegue con decisione e determinazione, e non possiamo che salutare con grande piacere, la pubblicazione di un eccellente disco come “Angels On The Other Side” di Jono Manson, album che si inserisce dritto tra i migliori lavori del cantautore americano. In Italia, abbiamo imparato ad amare il songwriter di Santa Fè, non solo per il suo lavoro di cantautore, ma anche per le pregevoli produzioni curate negli anni, dal recente disco dei Mandolin’ Brothers a “Chupadero” di Barnetti Brothers Band, e ciò che ci ha sempre colpito è stata la sua genialità, il suo saper approcciare la roots music con originalità, esprimendo il suo marchio di fabbrica, una cifra stilistica unica, in cui la migliore tradizione cantautorale americana, si intreccia con una conoscenza profonda della musica delle radici dal folk al blues passando per il country e soul. Questo nuovo album arriva a sei anni di distanza da “November”, sei anni in cui sono cambiate tante cose nella vita di Jono Manson. Innanzitutto ha lasciato definitivamente l’Italia tornando negli States, dove ha messo in piedi, fra le montagne di Chupadero, un piccolo studio casalingo, diventato ben presto una fucina creativa, ma soprattutto ha messo su famiglia, e tutto ciò è stato senza dubbio determinante per l’ispirazione che ha animato le canzoni di “Angels On The Other Side”. I dodici brani in scaletta spaziano in lungo ed in largo attraverso l’ampio spettro dell’American Music, e non ci sorprende che per l’occasione abbia voluto accanto a sé tanto alcune nuove conoscenza come i texani Shurman, quanto anche alcuni vecchi amici come John Popper (armonica), Kevin Trainor (chitarra), Carlo Aonzo (mandolino), Joay Boy Adams (slide) e John Egenes (mandolino, slide, chitarra acustica e dobro). Ad aprire il disco è la title-track, raffinata ballata in cui spicca l’eccellente tappeto di chitarre, a cui segue la trascinante “Honky Tonk In My Mind”, ma è solo un momento perché subito dopo arriva la splendida la serenata country soul “The Frame”. In un alternarsi tra brani più elettrici a spaccati acustici, spiccano brani come la superba “There's a Whole World in Fire”, e “Snowed In”, ma anche piccoli gioielli in salsa folk come “Silver Lining” in cui brilla l’armonica di John Popper. Non manca qualche incursione nel blues funk come nel caso di “I’m Gonna Get It” o in sonorità più rurali con il quadretto familiare di “Together Again” e “Everthing To Me”, ma la vera sorpresa del disco arriva sul finale con la bonus track “Never Never Land”, riscrittura in inglese de “L’Isola Che Non C’è” di Edoardo Bennato, qui riletta in una suggestiva versione pianistica. “Angels On The Other Side” è dunque un disco tutto da ascoltare, non solo per quanti ben conoscono i lavori di Jono Manson, ma anche per quanti solo ora hanno scoperto la sua esistenza. Jono Manson è un genio della musica americana, è necessario prenderne atto. 


Salvatore Esposito

Milano Guitars & Beyond & Milano Maestro Luthery - Mostre-mercato, Parco Esposizioni Novegro (Mi), 22-23 marzo 2014

Incuriosito soprattutto dalla “sezione dedicata agli strumenti tradizionali, etnici, folkloristici e medioevali” pubblicizzata dagli organizzatori, sabato 22 marzo, mi reco nello spazio espositivo della Fiera di Novegro per vedere le Mostre-mercato di primavera dedicate alla chitarra e alla liuteria: “Milano Guitars & Beyond e Milano Maestro Luthery”. Sin dalla prima impressione, la Fiera appare un po’ fool, un pochino folk, ma ricca di umanità e creatività. Non essendoci indicazioni di orientamento, di fronte a decine di stand (uso volutamente il singolare), durante la visita il primo problema da risolvere è la direzione da seguire. Le forme, i colori, i suoni che circondano il visitatore a 360 gradi depistano, soprattutto tenendo conto di un ambiente così ampio, che ricorda da vicino quello dei capannoni industriali. Decido di farmi guidare dall’istinto, imbattendomi subito in un esperto chitarrista (il turnista Marco Colombo) intento a provare chitarre, amplificatori ed effetti elettronici. Da qui, in avanti, un turbinio di emozioni, la prima delle quali riferita alla liuteria milanese delle rare e raffinate chitarre in alluminio Noah (particolarmente gradite da Lou Reed), progettate con gusto per il design dall’architetto Renato Ruatti (coadiuvato tecnicamente da Gianni Melis e Mauro Moia). Di strumenti elettrici negli stand se ne trovano per tutti i gusti, ma la parte del leone è riservata ai marchi storici (soprattutto Gibson e Fender), che hanno segnato la storia della chitarra jazz e pop-rock. Girando, colpiscono le teche di vetro che contengono sotto chiave (della serie “guardare e non toccare”) chitarre rare, per acquistare le quali, ovviamente, vengono richiesti investimenti consistenti. Il top: un banchetto ben illuminato che espone una sola e rarissima chitarra da collezione. Tra le chitarre più bizzarre (ma decisamente eleganti) quelle realizzate da un artigiano marmista (Massimo Bassan) di Monselice. Particolarmente visitato lo stand delle Godin, chitarre canadesi costruite nel rispetto di principi ecologici e della valorizzazione del territorio (Québec), ma avendo un occhio di riguardo per la più moderna tecnologia (modelli con sistema midi). 
I più giovani visitatori, incalliti rockettari, risultano particolarmente interessati alla tecnologia elettronica, grazie alla quale è possibile modificare il timbro (e non solo) delle chitarre e dei bassi elettrici. Diversi stand sono dedicati alle custodie, alcune perfezionate internamente con dettagli decisamente raffinati. Gli “intellettuali” sono più attratti dalla pubblicistica e dalle riviste specialistiche. Reno Brandoni - chitarrista e arrangiatore di melodie popolari secondo la tecnica del cosiddetto finger picking – è il coordinatore del banchetto in cui sono esposte le produzioni librarie e multimediali di “chitarra.net”, tra cui spicca la rivista “Chitarra acustica” (direttore Andrea Carpi), in Italia punto di riferimento per gli amanti dello strumento acustico. Ogni stand è sede di dialogo e di contrattazioni. Di affari se ne possono fare parecchi. Per esempio, da un venditore emiliano che ha appena deciso di andare in pensione, ho comprato, per soli 30 euro, ben tre congegni elettronici di nota marca, praticamente intonsi. Ovviamente la Fiera di Novegro è anche un luogo di incontro tra amici e suonatori. Nello stand dell’affermata Scuola Civica Jazz di Milano, vi è Giovanni Monteforte, autore di numerose pubblicazioni specialistiche, il quale insegna in questa Scuola diretta da Enrico Intra. Con la “L4” è intento ad armonizzare un brano di Jimmy Raney. Gentilmente mi concede di suonare il suo prezioso strumento, con il quale scelgo di improvvisare intorno a uno standard che appresi dal nostro comune Maestro, l’indimenticabile Filippo Daccò. Poco distante, un banco interamente dedicato all’esposizione e alla vendita delle riviste “Sei Corde” (trimestrale per chitarristi classici”) e “Suonare” (dedicato alla musica strumentale) dove, a prezzi stracciati, in promozione, vengono venduti CD di vario tipo.
L’improvvisazione caratterizza anche i palchi della Fiera, nei quali, mi sembra di aver capito, è possibile prenotarsi ed esibirsi liberamente in pubblico. Durante il mio passaggio vicino a un palco, ad esempio, vedo suonare tre ragazzi scalmanati, specializzati nel genere “metal”. Un po’ ovunque è possibile acquistare a buon prezzo gli oggetti complementari per la sei corde. Plettri, corde, chiavette, cavi elettrici, tracolle… ed anche gadgets di vario tipo, quali spillette, portachiavi, monili vari. Stefhanie Ghizzoni, una ragazza diplomata a Brera, originaria di Verona, propone al pubblico i suoi quadri dedicati ai più noti chitarristi della musica rock che rifinisce graficamente dal vivo. Dopo un paio d’ore di visite “fool” tra un banchetto e l’altro, mi domando:- Il “folk” in questa Fiera dove lo hanno sistemato? La domanda è (forse) lecita per chi, come lo scrivente, si occupa di etnomusicologia in senso tradizionale, ma nel contesto Fiera, piuttosto free, il folk deve essere valutato secondo un’accezione piuttosto ampia. In fondo, tutta la musica è a suo modo folk e in particolare lo è quella per chitarra, utilizzata dagli esecutori secondo stile, compresi quelli tipici della musica popolare. Peraltro, numerosi espositori propongono, a fianco delle chitarre, la vendita degli strumenti tipici partenopei: i mandolini, realizzati da liutai oppure di fabbrica, nuovi o usati, recenti o pezzi ottocenteschi d’antiquariato. Belli da vedere e da suonare e, come ho sentito dire da un collezionista, “poco ingombranti … ma molto chic per gli arredamenti d’interni”. 
Lo strumento principe rimane la chitarra in tutte le sue varianti, ma diversi banchetti espongono anche strumenti a percussione. In particolare rimango impressionato da Federico, un intraprendente ragazzo di Cortona, che è solito ricavare, intagliando e saldando i metalli da riciclo, particolari steel drums melodici che, a seconda delle richieste, rifinisce artisticamente e intona facendo riferimento a precise scale melodiche. Tali strumenti possono essere suonati sia con le mani sia con le bacchette. Un altro dinamico ragazzo lombardo, invece, espone la collezione “Controtempo” composta da tamorre, tamburi e tamburelli da lui realizzati, prendendo spunto da quelli usati nelle musiche popolari campana e salentina. Passare dall’ambiente delle chitarre elettriche ed elettroacustiche alla sezione dedicata agli strumenti da liuteria è uno shock, poiché il salto sonoro è notevole anche se a dividere le due aree vi è solo una robusta porta a vetri. Purtroppo, il tempo rimasto a mia disposizione per la visita è poco, di conseguenza in quest’area potrò trattenermi solo un’ora e mezza. Negli stand, messa al servizio della musica con grande professionalità, è possibile osservare eccellenza organologica, che permette di capire e di dare valore al genio artigianale e artistico italiano, che tanti ci invidiano nel mondo. Tra i liutai, sono presenti diversi giovani di talento. Mi riferisco, ad esempio, a quei ragazzi allievi della Scuola Civica di Liuteria, organizzata a Milano sin dal 1978 e che, dal 1987, in Via Noto, ha trovato ampia sede con spazi espositivi. Sono ragazzi preparati, pieni di entusiasmo, molti dei quali dopo la scuola riescono a soddisfare le proprie esigenze lavorative in ambito professionale. In quest’area dedicata alla liuteria, effettivamente, oltre a magnifiche chitarre sono esposti numerosi altri strumenti a corde, soprattutto strumenti ad arco, ma anche diverse arpe del tipo “celtico” o medioevale. 
Un liutaio mi ha colpito perché espone due sole chitarre. Mi avvicino e leggo il nome sul bigliettino da visita: Rinaldo Vacca, Cabras (Oristano). Di lui ho già sentito parlare con toni entusiastici da amici chitarristi e, soprattutto, da Giovanni Casu che è il più autorevole maestro di launeddas del Sinis (nell’oristanese). In poche battute Vacca mi sintetizza la sua storia di liutaio (meriterebbe un libro), che dalla calce (da giovane lavorava come muratore) lo ha visto progressivamente passare allo studio del legno, con i prestigiosi risultati che tutti gli riconoscono. Prima di provare il suo strumento, Vacca mi chiede gentilmente di togliermi il giubbotto, per evitare di graffiare la vernice. Suonare quella chitarra è per me un’esperienza tanto profonda da disorientarmi. Con certi strumenti le parole risultano pleonastiche e i chitarristi più esperti comprenderanno bene il significato di questo mio pensiero. Gli altri liutai della Mostra provengono da ogni parte d’Italia. In rapida successione desidero almeno nominare quelli che ricordo (e chiedo venia se ne dimentico qualcuno): Gaspar e Sibylle Borchard (Cremona), Valerio Gorla (Garbagnate), Paolo Coriani (Modena), Mario Vorraro (Scisciano), Giuseppe Manna (Napoli), Roberto Reani (Moltrasio), Marco Caroti (Crespina), Bachmann (Antholz), Carlo Mazzacara (Modena), Marco Grassi (Lainate), Maxmonte (Abano Terme), Mirko Borghino (Desenzano sul Garda), i Maestri della Liuteria d’Insieme (Milano), Giovanni Lucchi (meter, Cremona). Inoltre, gli archettai Pietro Cavallazzi (Milano) e Marco Pasquino (Trino Vercellese). Tutti artigiani di squisita gentilezza, ben disposti a parlare con umiltà e serietà del proprio mestiere. Veri artisti, dotati di grande inventiva per quanto attiene il design. Alcuni di loro diversificano la produzione degli strumenti a corde: liuti, mandolini, mandole, bouzouki e chitarre di ogni dimensione. Un po’ tutti strumenti emanano un’energia speciale. Un paio di stand sono riservati proprio ai legni da liuteria (Giorgione Michele e Stanzani liuteria), selezionati gioielli naturali che grazie alle mani dei maestri, dopo settimane e settimane (o mesi) di lavoro, potranno diventare strumenti musicali pronti per essere suonati dai concertisti. 
Di passaggio, rimango colpito dall’umanità di un maestro e da un suonatore che si è innamorato del suo strumento, ma ha un prezzo per lui non abbordabile. Alla fine, li vedo entrambi sorridenti, perché sono riusciti a mettersi d’accordo per un pagamento a rate mensili. Come riferito, alcuni stand sono dedicati ai violini e agli strumenti ad arco, mentre Michele Sangineto, il liutaio di Villasanta – amante della musica popolare e antica, esperto costruttore di arpe e salteri – espone una ghironda, un salterio, un’arpa medievale (almeno così mi è sembrata) e uno speciale strumento metà zampogna, metà aerofono a mantice. Al mio passaggio, egli è intento a parlare con diversi acquirenti e altri sono in attesa desiderosi di comunicare con lui, per cui non riesco a chiarire l’origine di quegli strumenti, dietro ai quali vi è senz’altro un approfondito studio e avanzate conoscenze storico-organologiche. Purtroppo durante la mia permanenza nell’area destinata alla liuteria, benché il biglietto sia unico per le due Mostre, il pubblico è proporzionalmente poco numeroso. Di questo non è possibile incolpare nessuno, tuttavia vorrei suggerire agli organizzatori di provare a studiare, in futuro, una formula tale da permettere di concepire la mostra dedicata alla liuteria come un evento culturale e non solo “commerciale” affidato alla sensibilità dei singoli liutai. Un evento nel quale la tradizione colta e accademica possa incontrarsi con quella più schiettamente popolare, alternando momenti di approfondimento teorico con altri esecutivi, perché gli strumenti musicali, anche i più raffinati, sono certamente stupendi da ammirare, ma sono stati realizzati essenzialmente per essere suonati. Solo sentendoli vibrare e approfondendo la propria “storia” riescono a far muovere intensamente le corde dell’animo umano, dando così il loro massimo valore al servizio della musica, la quale è senza dubbio il principale collante dei visitatori di questa Fiera, seguita da un pubblico eterogeneo che mi sembra abbia in comune una passione: quella di emozionarsi ascoltando i suoni dei propri strumenti o quelli dei propri “idoli” musicali. 

Paolo Mercurio

Copyright foto di Paolo Mercurio

Interiors – Liquid (Minus Habens Records, 2014)

Liquid, L’Album Sperimentale Degli Interiors. Un’Immersione Di Dub, Nu-Jazz Ed Elettronica

“Liquid” è l’album d’esordio del duo Interiors, Valerio Corzani ed Erica Scherl, edito dalla Minus Habens Records. Un interessante lavoro sperimentale ricco di brani in stretta relazione con l’elemento acqua e infatti Liquid si riferisce anche alla matrice del suono, il “liquido” dell’ascolto digitale. Dieci tracce dove il violino e il basso, il legno e il magnete, le frequenze e i chip, le immagini evocate e i suoni, i cerchi ritmici e le fughe solistiche, i testi poetici e le voci si avviluppano in un insieme fluido, in una sinfonia ben misurata di elementi analogici ed elettronici che non esce mai fuori tema. Corzani, scrittore, critico musicale, celebre voce di fortunate rubriche radiofoniche di Radio 3 Rai ma anche bassista (Mau Mau, Mazapegul, Daunbailò, Gli Ex, Corzani Airlines) in questo nuovo progetto è voce, basso semiacustico, basso tinozza, percussioni, laptop e Iphone. L’altra protagonista del duo è Erica Scherl, violinista di formazione classica, che nel tempo ha sviluppato l’interesse per molteplici generi musicali: dall'improvvisazione al repertorio contemporaneo, dal flamenco e all'elettronica, collaborando con molti dei musicisti più significativi della scena improvvisativa. In circa 50 minuti, intensi nel loro fluire improvvisativo, il duo ci accompagna in un viaggio onirico, tra flussi acquatici e l’apparire di miraggi sonori, che mettono in moto un tracciato denso di fibrillazioni e sorprese acustiche. Dieci tracce concepite come groove ossessivi stemperati dal violino di Erica Scherl e corde acide arrotondate dai bassi profondi di Valerio Corzani, che si evolvono in un continuo scambio di ruoli senza mai perdere d’occhio le articolazioni percussive. Il disco si apre con due brani chiaramente riferiti all’acqua, “Glowing Waters” e “Liquid Annie”, che include una citazione di Luciano Berio. Si prosegue con collage timbrici che sfiorano il glitch, sfumature etniche, improvvisazioni di taglio jazz e squarci dub incorniciati dalla spoken poetry di Corzani, come in “Storytelling”, “Desert”, “Tilt”. Non si tratta di canto e nemmeno di rime rap, ma ci si avvicina al lirismo poetico dello spoken word contemporaneo, più in simbiosi con l’elettronica, accompagnato dal violino e il basso, tra il fluire ritmico e le fughe solistiche. Nell’album i testi, con una forte valenza letteraria, tra una serie di corrispondenze, come quella di “Desert”, tra il paesaggio interiore ed esteriore, sono accomunati da un aspetto descrittivo che sfiora, apparentemente, l’effetto straniante dei quadri surrealisti ma che poi fluttua e si trasforma continuamente come nelle atmosfere fantascientifiche di “Plasma”. L’intero album “Liquid” è stato prodotto e scritto dal duo Interiors, eccetto “Tilt”, che è una rielaborazione di “Nylon2 (Trifasico Mix)” scritta da Tremolo Audio (il messicano Jorge Verdin, alias Clorofila) e remixata da Tremor (l'argentino Leo Martinelli) per l’Album “Visitas” e “Slunk”, un’altra rielaborazione di “Empathic Guitar” scritta da Eivind Aarset. 


Antonello Lamanna

Lion D – Bring Back The Vibes (Bizzarri Records, 2013)

Potente cantante originario di Londra, ma cresciuto in Italia, Lion D, ha di recente dato alle stampe “Bring Back The Vibe”, disco bello ed emozionante, registrato e realizzato a Modena. Il fatto che un disco reggae così credibile possa essere stato realizzato nelle nebbie, anche mentali, della città nella quale sono cresciuto è troppo intrigante e mi ispira a raccontarvi la storia, la visione e il progetto di Leo Bizzarri, CEO della Bizzarri Records, nonché mente creativa e braccio musicale di questo bel disco. Pur non essendo un esperto di musica reggae, da bassista e musicista che ha trovato negli anni Novanta la sua principale ispirazione, non che essere intrigato dai ritmi della cultura del suono originaria dell’isola Giamaica. Infatti, da quando all’inizio degli anni Ottanta il sound reggae ha cominciato ad entrare per osmosi nell’estetica della new wave e del punk, mi sono interessato alla ricerca delle grandi sezioni ritmiche e al messaggio di fraternità e spiritualità espresso da musicisti come Peter Tosh e l’immancabile Bob Marley. Il lavoro sul reggae, come linguaggio pertinente e moderno, effettuato dai Clash con l’inserimento di “Police and Thieves” nel primo disco del gruppo, ha rappresentato la chiave di lettura di un genere che ha nel ritmo la sua caratteristica più importante. Il grande suono espresso dagli immensi Dunbar e Shakespeare, al lavoro con Bob Dylan su Infidels ha cementato il mio amore per questo modo di intendere la musica. L’avventura della Bizzarri Records inizia a poche centinaia di metri da dove vi scrivo. Infatti, grazie al papà Lucio, musicista e fondatore dei Modena City Ramblers, il bravo Leonardo dapprima alle percussioni e poi batterista, comincia a dare forma al suo sogno. L’idea è quella di portare un suono e una sensibilità tipicamente reggae dentro a luoghi non canonici. L’incontro con il cantante Lion D fornisce a Leo e alla sua Livity Band la possibilità di far partire un progetto intrigante. Il disco che sto ascoltando ora è un compendio di diversi stili di reggae, accomunati dalla sensibilità vocale di Lion. C’è il reggae più classico, ma anche quello leggero. C’è una libera rivisitazione di un super hit degli Inner Circle come “Sweat” e c’è il perfetto phrasing vocale, ma anche un lavoro certosino sulla ritmica svolto da Leo e dal bravo fratello Sid Gaetani. Il disco è ben congegnato, solare come solo un disco reggae può essere, perfetto per la prossima estate ma anche sorprendente per quel che riguarda la capacità di evocazione che ha la musica. Pensare che tutto ciò nasca da uno studio, sotto il cavalcavia della Villa D’Oro di Modena rende il tutto ancor più interessante ed affascinante. Al momento Lion D, supportato da Leo della Bizzarri Records, sta lavorando al seguito di questo bel disco direttamente in Jamaica. Visto il lavoro già registrato direi che ci possiamo attendere un grande seguito. Grande disco e splendide ribes!


Antonio "Rigo" Righetti

Gianni Pellegrini – Ferlizze (Alfa Music/Egea, 2013)

Come nasce il brano che da’ il titolo al disco “Ferlizze”...
E' il “manifesto culturale” del terrazzano, che non cerca riscatto sociale perché a ben guardare è fuori dalla storia, come ad esempio i cafoni di Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli, o come i sottoproletari di Pasolini. Devo spiegare bene cos’è il “ferlìzze”. Il ferlìzze è il seggiolino povero che i terrazzani sapevano costruire, quell’oggetto che appare graficamente stilizzato in color carta da zucchero proprio sulla copertina del disco, seggiolino fatto coi fusti della ferula, un arbusto selvatico che nasce lungo i bordi di strade, fiumi e canali. A Foggia c’è un proverbio che recita: “i segge annanze e i ferlìzze arret’” (= le sedie davanti, i ferlizzi dietro). Significa che le persone importanti devono venire prima di tutto, invece i poveri, i reietti della società, anzi in questo caso i “fuori dalla storia” vengono per ultimi perché poco importanti. Questo proverbio mi è sembrato emblematico, e la parola “ferlìzze” è stata ai miei occhi subito quella giusta, sia per il significato che per il significante: l’oggetto è un simbolo perfetto per i terrazzani, molto più di tanti altri che avrebbero potuto essere presi in considerazione; e la parola “ferlìzze”, il significante, ha la musicalità e la pronunciabilità giusta, da Foggia al resto d’Italia. I terrazzani difficilmente si integravano, anzi vivevano ai margini della città, anarcoidi e quasi zingareschi. Lo stesso Sauchelli, commissario demaniale nella Foggia postunitaria, scrive un interessantissimo saggio sui terrazzani, e prende spunto proprio dal fatto che “all’ora del crepuscolo” giungevano in città con le loro erbe selvatiche, le taragnole e tutto il resto da vendere o barattare e poi sparivano, quasi fossero presenze “altre” rispetto alla città, dei “foggiani non-foggiani”. E una delle loro specialità era ed è un piatto molto tipico ancora oggi in città: i fogliammishke, citate nella canzone precedente. E’ la capacità di creare un piatto con le erbe selvatiche raccolte casualmente in quel determinato giorno, magari con un po’ di pane raffermo. Anche questo è un piatto “anarchico”: non sai mai cosa ci metti dentro perché non sai mai cosa la terra ti avrà potuto e voluto donare quel giorno. A proposito di Ferlìzze vorrei dire due parole sulla musica: è indubbiamente la canzone che più si allontana dal folk, sia per armonia che per arrangiamento, e sono stato lungamente indeciso se licenziare il brano in questo modo o se riarrangiarlo. Ma non c’era niente da fare: il pezzo era nato così, era ed è rock-cantautorale sin da subito, e sin dai primi due accordi: quel FA maggiore/MI minore mette immediatamente le cose in chiaro. E visto che l’intento era quello di osare, mettendo al centro di tutto la musicalità del dialetto foggiano, ho osato. Il complimento più bello l’ho avuto un giorno in cui mi trovai in una tipografia a stampare delle cose. Il tipografo mi dice: “ho ascoltato le tue canzoni. C’è una cosa che mi ha colpito più di tutte: non avrei mai creduto che il dialetto foggiano potesse avere una resa così bella. Il dialetto nostro in mano a te diventa lingua.” Per carità, solo un complimento sebbene molto bello, una piccola conferma della riuscita di quelli che erano i miei intenti estetici. Ma soprattutto la percezione che il dialetto foggiano può anche misurarsi non soltanto con i soliti canoni folk d’importazione ma può sposarsi con tutto. 

Tra i brani più intensi c’è “‘A Nonna Nonne”, una ninna nanna dolcissima che apre uno spaccato nelle famiglie terrazzane… 
Come si avverte sin da subito il brano “’A nonna nonne” è di fatto una canzone “triplice”, con tre momenti musicale ben definiti. Le figlie in età da marito andavano a caccia col padre, per potersi procurare qualcosa da investire nel corredo. Questo è un altro degli elementi originalissimi di questa gente: la donna è molto tenuta in considerazione, tanto che il padre la porta appunto a caccia con sé. Questa canzone è una sorta di favola in cui la giovane terrazzana si recaa caccia di taragnole (allodole).La taragnola la vede arrivare colpadre e le predice il futuro in unaninna nanna. Si, è vero, la ninna nanna è dolcissima, ma è si trova nel finale; in tutto il resto del brano invece c’è un andamento molto ritmato costituito dalle scene della caccia, spezzato due volte dal fiabesco dialogo/predizione della giovane terrazzana con l’allodola, momento musicalmente reso con un bellissimo valzer, a voler dare una dimensione quasi principesca, volutamente in contrasto con un mondo che principesco non o è affatto, è anzi molto duro. Ma parliamo pur sempre di una ragazza in età da marito, una che sogna il suo futuro, e per la quale “quello” è il suo desiderato futuro. 

In “Vogghie Esse Femmena” racconti la prima notte di nozze di una giovane coppia di sposi terrazzani. Cosa ti ha ispirato questo brano? 
Ancora una volta la voglia di dare una dimensione artisticamente elevata ad un contesto antropologico che difficilmente ne suggerirebbe. Questo disco è nello stesso tempo corale e individuale. Qui abbiamo a che fare con personaggi veri e propri, seppur senza nome, con una donna ed un uomo alla loro prima notte di nozze. Ho giocato con richiami simbolici fortemente allusivi ed erotici, con la fierezza e nello stesso tempo col senso di dedizione alla coppia ed alla famiglia della terrazzana. Il tutto su di un impianto musicale intensamente melodico. Il risultato mi pare semplicemente incantevole: ne è venuto fuori un personaggio femminile secondo me di grande spessore e di grande potenza estetica. E qui è stata ancora una volta ardita la scelta dell’utilizzo del pianoforte con un quartetto d’archi. E’ una bellissima canzone d’amore, con strumenti e arrangiamento assolutamente “nobili”, il tutto in un contesto che apparentemente non rimanderebbe ad alcuna “nobiltà”. Eppure… 

“Stizzicheje” è un adattamento di una poesia di Amelia Rabbaglietti che ci conduce nel cuore dei vicoli della vecchia Foggia con un bimbo che scorrazza e una mamma che lo rincorre per farlo tornare a casa… 
Amelia Rabbaglietti era, tra l’altro, una prozia di mia moglie, in casa sua ho sempre sentito parlare di lei. Ma è stata una donna in gamba proprio per la vita culturale della nostra città: insegnante, fondatrice e direttrice di una scuola materna ed elementare di gran livello didattico, poetessa dialettale, drammaturga e cultrice di tradizioni popolari locali: una donna eclettica e nubile (1881-1975) in una Foggia “antica” e provinciale. Il libro dal quale ho tratto Stizzicheje è una raccolta di sue poesie pubblicata nel 1957: Stizzicheje era là, pronta ad entrare nel mio disco subito dopo la prima notte di nozze della terrazzana. Quale migliore occasione che questa, per omaggiare una grande donna e nello stesso tempo per trovare le parole giuste per dipingere un “quadro di vita paesana”, parafrasando proprio il titolo del libro in questione? Anche qui ho voluto osare. Nel senso che ho voluto abbandonarmi al classico, al “locale” (benché io sia convinto che non esistano poeti “locali”, ma poeti e basta,semmai dialettali), ed anche la musica resta coerente con questo intento: una tammurriata pazzerella con innesco di giocosa filastrocca fanciullesca, che hanno cantato proprio i miei bambini, divertendosi un mondo, in un insolito mercoledì mattina romano presso gli studi della Alfamusic. I tamburi a cornice sono la presenza meravigliosa di Guido Primicile, bravissimo Pulcinella dei Nakote Teatro a Napoli, mandolinista e chitarrista di gran livello, ma in questo occasione, appunto, percussionista coi suoi tanti tipi di tamburi a cornice. 

“‘A Rote” si sofferma sugli esposti, i figli abbandonati nelle ruote dei conventi dalle famiglie povere impossibilitate a mantenerli… 
Ogni volta che eseguo questa canzone in pubblico risulta sempre la più emozionante, più di una volta mi è capitato di scorgetre occhi luccicanti tra il pubblico. Si, anche a Foggia c’era una ruota degli esposti, nell’Ottocento. Ma intendo proprio AL COMUNE di Foggia, non solo nei conventi. E qui si tratta sempre della terrazzana con ormai tanti, troppi, figli da sfamare: era purtroppo diffusa l’usanza, per così dire, di lasciare i figli “di troppo” alla ruota degli esposti o dinanzi al portone di palazzi nobiliari, nella speranza che i bimbi potessero avere una vita migliore. Raffaele de Seneen aveva scritto una poesia intitolata ‘A rote per un’altra occasione, non per il disco. Mi piacque subito, ma c’erano troppe strofe, e tutt’altro senso: era una ragazza sedotta e abbandonata, vittima di violenza. Io l’ho presa e l’ho completamente stravolta: ho eliminato per intero almeno due o tre strofe di troppo, ho riscritto qua e là qualche verso, ed ho aggiustato una metrica traballante in alcuni punti. E soprattutto, come per le altre canzoni, ne ho composto la musica. Doveva essere un approccio subito doloroso, lancinante, che mettesse in chiaro le cose immediatamente, perché il rischio di scadere nella retorica, dato l’argomento, era elevato. Il momento fotografato dalla canzone è quello in cui la mamma si trova davanti al portone di un sontuoso palazzo nobiliare. Sta per lasciare il suo neonato e si abbandona al sogno: sogna lei, per il suo sfortunato bambino, una vita migliore, ma la colgono i dubbi: forse è meglio lasciarlo al convento, e sognare per lui una carriera ecclesiastica. Ma poi un drastico ritorno alla realtà: no, meglio la ruota degli esposti al comune, a regalargli un destino assolutamente casuale, e vada come vada. 

“Aratrecille” racconta di un terrazzano ormai giunto alla fine della sua vita che lascia in eredità ai suoi cari un aratro… 
Il piccolo aratro costruito in legno per il terrazzano in punto di morte veniva posto sotto il cuscino del terrazzano stesso. Non è ben chiaro il motivo di questo strano rituale, alcuni hanno ipotizzato si trattasse di una specie di lasciapassare per il Paradiso, un po’ a farsi perdonare le “marachelle” che un personaggio come il terrazzano in vita di tanto in tanto commetteva. E’ piuttosto affascinante, visto che il terrazzano, come detto, non coltiva la terra (salvo che in sporadici limitatissimi casi) e dunque l’aratro non fa parte, generalmente, del suo “corredo” etno – antropologico. In questa canzone il piccolo aratro, l’aratrecille, diventa testamento culturale, quasi una bacchetta magica che trasforma il terrazzano in uccellino (di qui il ritornello onomatopeico “passarille passarille / zuì zuì zuì”) rendendolo finalmente ed eternamente libero. Anche il parlato finale è assolutamente coerente con tale impostazione: il terrazzano lascia una sfilza di tutto e niente, di simboli apparentemente effimeri, poco di valore in un impossibile mondo consumistico quale quello di oggi, eppure simboli di grande potenza libertaria: “una tavola vi lascio / (ma) una tavola digiuna / perché io vivo, e sempre ho vissuto / senza padroni”. In questo brano musicalmente si affaccia addirittura il rock progressive, è un pezzo davvero sorprendente, e ancora una volta ho avuto conferma che miscelare il dialetto foggiano con tante espressioni musicali ha dato esiti sempre più che felici. 

Il disco si conclude con un brano che hai composto circa vent’anni fa, “Cento Giornate Foggiane”, che presenti come bonus track, ma che si inserisce perfettamente nella narrazione di “Ferlizze”. Il bombardamento che nel 1943 rase al suolo Foggia, cancellò irrimediabilmente anche una importante fetta del vostro passato. Come nasce questo brano e quali sono le ispirazioni che lo hanno animato?
Quando lo scrissi, più o meno ventenne, non potevo immaginare che oltre vent’anni più tardi avrebbe concluso un disco sui terrazzani, anzi la eseguii due o tre volte, ma in città passò praticamente inosservata, e così la lasciai (stupidamente) a morire in un cassetto. Pensai: “a chi può interessare una canzone che reca una strofa in dialetto foggiano e che non interessa nemmeno ai foggiani?”. Ovviamente ero giovane e totalmente sprovveduto nel fare simili discorsi. Ma una cosa avvertivo chiaramente anche allora: a me pareva con assoluta evidenza che la canzone fosse molto forte, che avesse una grande potenza evocativa, e più persone me lo confermarono, anche se, come detto, la canzone all’epoca passò inosservata. La scrissi perché mi incuriosiva sempre il racconto di mia nonna paterna Ester, che visse quella terribile estate, con mio nonno che era lontano, in guerra. Lei usava sempre un’espressione, che mi rimase stampata nella mente: “Giuà, a nonna, io me ne scappavo con tuo padre in braccio di un anno e tenevo ‘u latte shkandate, e il bambino non lo beveva, lo rifiutava”. Per “latte shkandate” si intende il latte “spaventato”, “terrorizzato”. L’idea che esistesse qualcosa di così orribile da entrare negli ormoni di una mamma e cambiarle il sapore del latte al seno, per antonomasia simbolo di vita, di crescita, di gioia, mi colpì molto. Poi mi capitò di leggere “E la morte venne dal cielo” di Luca Cicolella, un bellissimo e struggente diario-cronistoria di quei cento e passa giorni, e ne rimasi definitivamente folgorato. Scrissi questa canzone con un inserto di dialetto foggiano già sorprendentemente efficace, dando voce, col discorso diretto, ad un cittadino foggiano che risponde ai proclami radiofonici, rassicuranti e falsi, del Maresciallo Badoglio che cercava di rassicurare la città dopo i primi bombardamenti. Il testo contiene una polemica finale contro gli americani ma non per contestare gli Alleati, bensì per porre la questione di una storia che scrivono solo i vincitori, e in cui i vinti non hanno mai diritto di parola, di menzione, di ricordo. Si stimarono oltre ventimila morti, anche se tale cifra è stata negli ultimi anni messa in discussione da più di uno storico. Però fu comunque un’ecatombe(e nessuno ne parla, specie sui libri di storia), tanto che Foggia ricevette ben due medaglie d’oro: una al valore civile, nel 1959, e una al valor militare nel 2006. Anche qui c’è da esprimere rammarico nei confronti della vicenda del numero delle vittime: a Dresda, ad esempio, fu istituita una commissione, per contrastare cifre anche là ballerine, che stimò un numero preciso, ufficiale, definitivo. A Foggia un lavoro del genere non fu mai fatto. 

Hai già debuttato dal vivo con un concerto dedicato al progetto “Ferlizze”. Puoi anticiparci come saranno i concerti di promozione del disco? 
Si, abbiamo debuttato con la band dal vivo, composta da persone affiatatissime, oltre che valentissimi musicisti: Cristina Donofrio (tastiera, fisarmonica e voce), Cesare Rizzi (chitarra solista), Sergio Picucci (basso), Alfredo Ricciardi e Cristiano Nimo (percussioni), Chiarastella Fatigato (flauto traverso e voce), ed io stesso alla chitarra e ovviamente alla voce solista. Il dilemma sta tutto nel cercare di avvicinarsi il più possibile agli arrangiamenti del disco, senza snaturare la nostra vocazione live quasi completamente acustica. Il disco, come ho più volte spiegato prima, ha un’anima rock, noi invece usiamo ad esempio il cajon e non la batteria, e la chitarra classica per accompagnamento, e quella folk come solista, non la elettrica. Però dopo il primo concerto, organizzato dal Comune di Foggia e tenutosi all’Audiorium Amgas di il 16 febbraio scorso, abbiamo avuto un riscontro incredibilmente positivo. Il lavoro di fusione tra le istanze del disco e la nostra anima live possiamo dirlo decisamente riuscito. Tra il pubblico, inoltre, era presente Rocco Pasquariello, manager di Peppe Barra e di tanti altri grandi artisti napoletani, venuto apposta da Napoli a Foggia per ascoltarci. Ci ha portato anche un messaggio dello stesso Barra, che aveva ascoltato e molto apprezzato Ferlìzze. Una gioia enorme, anche perché non era certo che venisse. I prossimi concerti? Ne faremo molto probabilmente uno a maggio per la Fondazione Apulia Felix, che (insieme alla Fondazione Banca del Monte di Foggia) ha contribuito concretamente alla realizzazione del disco. Poi chissà… Stiamo aspettando ancora l’esito di alcuni contatti. 



Gianni Pellegrini - Ferlizze (Alfa Music/Egea, 2014) 
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Opera prima del cantautore foggiano Gianni Pellegrini, “Ferlizze” è un concept album, composto da otto brani, attraverso i quali viene raccontato il vissuto dei Terrazzani, ceto popolare della Capitanata a forte impronta matriarcale, mai sottomessi ad alcun padrone, fieri del loro sostenersi con la caccia, la pesca e il raccolto, e dediti al culto mariano della Madonna dei Sette Veli e della Sacra Tavola rinvenuta in un pantano. Il loro profondo senso di identità li ha così portati a resistere ai tanti cambiamenti che nel corso dei secoli hanno caratterizzato il territorio di Foggia, terremoti, epidemie, bombardamenti come quello dell’estate del 1943, nulla ha scalfito la loro genuinità, il loro dialetto, i loro costumi, e persino i loro insediamenti, come Borgo Croci, impareggiabile esempio di urbanistica spontanea. Tra le caratteristiche più note dei Terrazzani, c’era anche l’uso delle ferlizze, particolare sedia manufatta costruita con la ferula o ferulizzo, ossia un fusto selvatico che cresceva vicino ai fiumiciattoli locali. Questo particolare termine, è diventato così la metafora della loro esistenza riflessa nelle canzoni del disco, e non è un caso che Pellegrini nella title track canti “Sime ferlizze, l’ate so segge (siamo ferlizzi, gli altri sono sedie), quasi a voler sottolineare la loro subalternità nella gerarchia sociale cittadina, ma allo stesso tempo il loro essere fieri nel possedere “quisti doje mane (queste due mani)”, unica ricchezza della loro vita. Ad affiancare Pellegrini nella composizione dei vari brani è Raffaele De Seneen, studioso di tradizioni popolari, mentre la cura degli arrangiamenti è stata affidata al violinista Marcello Sirignano, che ha messo insieme per l’occasione un solido gruppo di strumentisti composto da Marco Rovinelli (batteria), Pierpaolo Ranieri (basso), Alessandro Gwis (pianoforte), Fabrizio Guarino (chitarre), Cristina Donofrio (fisarmonica), Guido Primicile (tamburi a cornice), Giuseppe Tortora (violoncello), Chiarastella Fatigato (cori), e Giuseppe e Michelino Pellegrini (cori). I brani dal punto di vista prettamente musicale si caratterizzano per sonorità che evocano il folk urbano del Tavoliere, mescolando influenze che spaziano dalla world music al pop, il tutto finemente condito da testi in dialetto foggiano caratterizzati da un pregevole songwriting d’autore. Il risultato è così un disco che nel raccontare la storia di un ceto umile come quello dei Terrazzani, apre uno spaccato di riflessione sulla cultura locale, che emerge tanto nei brani più intimi quanto in quelli più corali. Ad aprire il disco è “Terra Appandanate” nel quale Pellegrini racconta la genesi di Foggia, tra il culto mariano (pur’essa è mamma/arrasse i sette vele e a vide che chiagne pe nuje), i suoi terreni acquitrinosi, e il povero cibo quotidiano fatto spesso di verdure selvatiche (“lampasciulle, lampazze, arùchele e perazze”). Si prosegue con la già citata title track in cui l’ascoltatore viene a contatto con la povertà e la miseria dei Terrazzani, ma subito dopo arriva la splendida “’A Nonna Nonne” in cui viene raccontata la storia di una giovane che si reca a caccia di allodole per potersi fare un giorno il corredo da sposa, e proprio un allodola vedendola arrivare con il padre le predice il futuro in una ninna nanna.  Ritroviamo la giovane, ormai moglie, anche nel brano successivo “Vogghie Esse Femmena”, in cui viene raccontata la prima notte di nozze di una giovane coppia terrazzana. Particolarmente suggestiva è poi “Stizzichejie”, tratta da una poesia di Amalia Rabaglietti, che offre uno spaccato della vita di un vicolo. La povertà ritorna nella struggente “’A Rote” in cui Pellegrini ci canta dell’addio di una mamma al figlio, che è costretta ad abbandonare nella ruota degli esposti, perché impossibilitata a mantenerlo. Sul finale arriva poi “L’Aratrecille”, testamento spirituale di un terrazzano, che lascia come eredità un piccolo aratro (“Aratrecille eje na mascije ca te face cagnà, aratrecille eje na bacchetta ca te face vulà”), un simbolo d’amore verso la terra, ma anche di libertà (“E mo ve lasse e ve fazze ricche ricche, ve lasse n’acqua, n’acqua appandanate, nu bufe, nu schernuzze, na fine de jurnate, na jummenda e nu pellidre abbeverate, na tavele ve lasse, na tavele dijune pecché campe e sempre agghie campate senza padrune). A completare il disco è la bonus track “Cento Giornate Foggiane” brano composto da Pellegrini negli anni Novanta ma che si inserisce perfettamente nella narrazione, raccontando i bombardamenti delle forze aeree angloamericane che rasero al suolo la città nel 1943. Dai tanti racconti ascoltati dalla nonna e dalla lettura di “E La Morte Venne Dal Cielo” di Luca Cicolella, Pellegrini ha tratto un brano di grande impatto emotivo, che suggella un disco di pregevole fattura, in grado di dare voce a quella cultura immateriale, che troppo spesso le nostre città tendono a gettare nell’oblio. 



Salvatore Esposito

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