Winston McAnuff & Fixi - A New Day (Wagram/Audioglobe, 2013)

“A New Day” è il titolo del disco nato dal nuovo incontro tra Fixi e Winston McAnuff, dopo quello che nel 2006 ha portato a “Paris’ Roking”, l’album che ha venduto oltre ventimila copie e che ha suggellato una collaborazione piena di sorprese. Fixi è un musicista e compositore francese. Poliedrico, pluristrumentista, pieno di ispirazione. Come arrangiatore, produttore, compositore vanta una carriera invidiabile, che lo ha portato a lavorare addirittura con Toni Allen. A partire dalla metà degli anni Novanta, come parte del gruppo rock-musette Java (composto da lui alle tastiere, il cui vero nome è François Xavier Bossard, Erwan Seguillon alla voce, Jérôme Boivin al contrabbasso, Alexisalle percussioni) ha esplorato diversi generi musicali che, nello scenario europeo, mantengono in qualche modo un profilo legato a un buon grado di sperimentazione, e che soprattutto potremmo far confluire dentro un pan-genere francesizzato di hip-hop, (Paris) rock, funky e afro-beat. McAnuff è un musicista giamaicano, oggi cinquantacinquenne e residente in Francia. La sua musica ha incorporato i principi ispiratori del reggae, essendo interessata da un certo misticismo sincretico e trattando i temi che il genere ha fatto suoi sin dagli inizi (la spiritualità, appunto, le diseguaglianze sociali, ecc.). La sua discografia non conta molti titoli, ma copre l’arco di un trentennio (il primo disco “Pick Hits To Click” è del 1978 ed è stato ripubblicato dalla Makasound nel 2006) e, soprattutto, racchiude collaborazioni con artisti poliedrici e innovativi, come quella con Camille Bazbaz - musicista francese di origini libanesi - dalla quale nacque, nel 2005, il disco “A Drop”. Con “A New Day”, come era già avvenuto nel 2006 con “Paris’ Rockin”, al quale parteciparono molti dei musicisti che oggi suonano in questo nuovo disco e che gravitavano intorno a quello che al tempo era il progetto Java, McAnuff e Fixi si sono spinti non solo di là dei riferimenti più chiaramente reggae, ma hanno soprattutto impastato delle espressioni che, insieme, assumono un profilo interessante, sia nei ritmi che negli arrangiamenti (tra i richiami più inaspettati vi è quello al Maloya, un genere musicale tradizionale originario dell’isola di Réunion, eseguito con strumenti a percussione e ad arco e caratterizzato da forti connotazioni politiche). Qui risiede tutta la bellezza di “A New Day”, che è allo stesso tempo una serie di canzoni originali sotto il profilo tecnico e contenutistico (e questo ci sta sempre bene), ma anche una soluzione che supera il materialismo di molte produzioni musicali contemporanee. Le quali, in molti casi, celebrano la sovrapposizione come soluzione alla differenziazione del mercato e come chiave di rappresentazione della contemporaneità (o, peggio ancora, del gusto più critico e consapevole del pubblico internazionale). Si potrebbe addirittura dire che la mancanza di riferimenti chiari, di citazioni marcate, sia la cifra stilistica di “A New Day”. Una mancanza reiterata che è evidentemente messa in gioco e sperimentata come filo conduttore di una narrazione articolata. Una mancanza che assume un ruolo determinante nell’andamento del disco e che, meglio di altre soluzioni stilistiche più ricercate e anche più percorse, rappresenta il tentativo di amalgamare un linguaggio più nuovo e indipendente. Un linguaggio che - sebbene, anche in questo caso, negli esiti non sia sempre libero dai vincoli di una grammatica condivisa e ormai internazionale, oltre che commercializzata - si misura con la forma espansa di un mondo musicale rivoltato infinite volte ma spesso riassemblato secondo le stesse regole (e arrivando alle stesse soluzioni). Superando invece, con una lodevole disinvoltura, la fase critica della riorganizzazione, i due musicisti ci riconsegnano un’orma netta, che si imprime nel percorso di una musica originale, complessa e piena di ritmo. Questa mancanza, insieme a una certa lontananza dagli stereotipi stilistici più battuti, racchiude un dialogo che si esprime soprattutto attraverso citazioni rarefatte. Ad esempio, il reggae - che evidentemente rimane il riferimento centrale della produzione e dell’ispirazione di McAnuff, nato sulle colline di Manchester, in Giamaica, in una famiglia di pastori - è soltanto richiamato, echeggiato nel disco. E, si badi bene, non attraverso l’uso dei soliti elementi che, sebbene con cautela, sono (come in tante altre produzioni) incastrati nella struttura generale della narrazione e nella selezione dei suoni, ma piuttosto attraverso un’atmosfera generale, che sorregge i brani e che è alimentata quasi esclusivamente dal timbro della voce e dallo stile canoro di McAnuff. 


Daniele Cestellini