The Gloaming – The Gloaming (Real World, 2014)

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Accordi percussivi di piano, canto nudo e ieratico, violino e hardanger d’amore che agiscono sul piano melodico-armonico, la chitarra che punteggia nella sua essenzialità, il tutto contribuisce a creare un’atmosfera crepuscolare, sospesa tra pop cameristico e tradizione popolare, poi il fraseggio del violino ci trasporta a tempo di danza: è “Song 44” (il testo deriva da un’antica lirica d’amore in lingua irlandese), la prima traccia del superbo album d’esordio di The Gloaming (il nome vuol dire imbrunire, crepuscolo). Consensi unanimi in patria, nel circuito trad/world ma anche della stampa mainstream circondano il neonato stratosferico quintetto, che mette insieme Iarla Ó Lionáird (voce), Martin Hayes (violino), Dennis Cahill (chitarra), Caoimhín Ó Raghallaigh (hardanger d’amore) e Thomas “Doveman” Bartlett (pianoforte, produzione del CD). La band ha preso forma nel 2011, dopo una serie di session nei Grouse Lodge Studios nella contea di Westmeath, con Ó Lionáird e Hayes principali istigatori del progetto, ma in realtà i cinque musicisti si conoscono da molto tempo. È una line-up insolita, che assembla una voce protagonista del revival del canto sean-nós, già vocalist degli Afro Celt Sound System, due violini (in realtà, Caoimhín usa uno strumento costruito dal liutaio norvegese Salve Håkedal che ha denominato hardanger d’amore; è composto da cinque corde superiori in budello e cinque di risonanza poste inferiormente, è suonato con archetti barocchi o transizionali ed è dunque a metà strada tra una viola e un hardingfele norvegese), chitarra e pianoforte. 
Siamo di fronte a personalità forti: quattro provenienti dalla musica tradizionale irlandese, seppure aduse a varcarne limiti ed estetica, il quinto, Bartlett, americano del Vermont ma newyorkese per arte, dotato ed eclettico musicista (tra gli altri, ha suonato con Laurie Anderson, David Byrne, Bebel Gilberto, Arto Lindsay), capace di dare coesione con il suo pianismo ai timbri degli archi e alla vocalità di Iarla. Il disco prosegue con “Allistrum’s March”, in cui l’incedere melodioso del violino di matrice East Clare è sostenuto dal piano. Sempre Bartlett, il cui piano si muove su moduli musicali contemporanei, è protagonista accanto al canto irlandese di Iarla nella delicata “The Necklace of Wrens / An Muince Dreoilníní” su testo del grande poeta novecentesco, nativo di Limerick, Mícheál Ó hAirtnéide (o Michael Hartnett, se preferite). Che siamo di fronte al capolavoro di artisti non solo virtuosi ma con “soul” e idee musicali da condividere, lo si comprende appieno ascoltando “The Girl Who Broke My Heart”, dove prevale la concezione colta nell’intersecarsi del violino di Martin e dell’archetto di Caoimhín, con il minimale ma sostanziale appoggio ritmico della chitarra del chicagoano Cahill, da sempre affiatato pard di Hayes. 
Si continua con “Freedom/Saoirse” (adattamento di una poesia del poeta novecentesco Seán Pádraig Ó Ríordáin, il cui tema è il conflitto nell’individuo tra adesione al codice della comunità e autonomia personale espressiva), anch’essa attestata su principi di sperimentazione e di territori sonori contemporanei: la circolarità del piano sostiene con eleganza la voce intimistica di Ó Lionáird, mentre gli archi ricamano, costruendo un denso ambiente sonoro. Prendete poi “On ‘The Sailor’s Bonnet’, dove il violino di Martin avanza solitario, solo un tocco di chitarra a sostenerlo; qui Hayes sembra quasi procedere rimuovendo la corporeità danzante da un reel, che poco dopo si ricostruisce nella sua pienezza coreutica con l’ingresso degli altri strumenti. Non è da meno “The Old Bush”, concepita tra giochi di bordoni, echi ambient, fraseggi minimali e ritmo di reel: 7’35” che esemplificano la concezione contemporanea del portato tradizionale popolare. Sono16’39” altrettanto fulminanti quelli di “Opening Set”, brano che inizia con gli ornamenti canori in stile sean nós di Iarla (“An Chúill Daigh Ré”), seguiti da un crescendo che passa attraverso slip jig, jigs e reels; ci deliziamo con le sequenze irresistibili di pirotecnici solismi e il vibrante suono d’insieme che lascia sempre respirare le note, con gli imprevedibili rimandi tra i musicisti, i cambiamenti di ritmi, modi e intervalli: siamo al climax del disco. Dopo un simile accostamento di creatività condivisa, si avverte il bisogno di rallentare con la fluidità del jig “Hunting the Squirrel”, interpretato a velocità ridotta, tutto nella cifra stilistica di Martin, seguito dalla conclusiva, meditativa “Samhradh Samhradh”, dedicata alla festività di Bealtaine, per la voce sempre toccante di Iarla. Cool traditional music? Certo: riflessiva ed trascinante, avvincente e avventurosa. Tradizione è movimento, musica da ascoltare d’un fiato, integralmente. 


Ciro De Rosa