Paolo Bonfanti: Da Exile On Backstreets a Friend Of A Friend

Paolo Bonfanti non ha bisogno di presentazioni, per lui oltre alla sua chitarra parla una carriera intensa, spesa sui palchi di tutta Italia, dapprima con i Big Fat Mama, e poi come solista, arrivando a collaborare con alcuni grandi musicisti come David Grissom, Jono Manson, Dick Heckstall-Smith, Bob Brunning, Fabio Treves, Gene Parsons e Beppe Gambetta. Dal 1992 ad oggi la sua discografia si è arricchita sempre di più di dischi pregevoli, che hanno documentato in modo molto chiaro il suo percorso di ricerca, che dal blues man mano si è aperto verso altre sonorità made in USA, spaziando dal folk, alla musica old time, dal rock al country, senza contare le sue sempre più frequenti incursioni nella canzone d’autore italiana. In occasione della pubblicazione di “Exile On Backstreets” e di “Friend Of A Friends” in coppia con Martino Coppo, lo abbiamo intervistato per approfondire la genesi, le ispirazioni e la ricerca musicale che ha animato questi due nuovi lavori.

Sono passati due anni da "Takin’ A Break", disco che ti vedeva tornare al rock blues cantato in inglese dopo l’esperienza con l'italiano di Canzoni di Schiena. Come nasce il tuo nuovo album “Exile On Backsteets”? 
“Exile On Backstreets” è un album per certi versi anomalo rispetto alla mia solita produzione, nel senso che per me un disco è la fine di un percorso nel quale suono i brani dal vivo per un’intera stagione, e poi li fisso su disco. In questo caso ho suonato dal vivo non più di due o tre brani per un periodo piuttosto breve, altri sono stati composti e subito dopo registrati. Secondo me, questa spontaneità traspare anche dalle registrazioni. 

In questo disco c’è quindi un urgenza creativa ed espressiva diversa? 
E’ proprio così, ogni brano vibra dell’urgenza di mettere “nero su bianco” certi concetti, musicali e non. 

Questo tuo nuovo disco si caratterizza per tematiche ti carattere sociale e per una scrittura militante come evoca già il titolo. Quali sono state le ispirazioni che hanno animato la scrittura dei brani? 
Si può dire che questo è un disco politico, nella migliore accezione (spero) del termine. L’aver rivisto dopo tanti anni l’immagina degli atleti afroamericani sul podio delle olimpiadi di Mexico 1968, la situazione attuale in cui c’è una recrudescenza dell’azione del capitale contro le classi più deboli, situazione di vero e proprio schiavismo, che credevamo scomparse per sempre e a cui dobbiamo assistere di nuovo, la lotta delle associazioni delle vittime dell’amianto nella mia città adottiva, Casale Monferrato, che sono riuscite a mandare a processo e far condannare i dirigenti dell’Eternit, la cosiddetta “fabbrica della morte”… beh tutte queste cose sono alla base della scrittura di tutto questo disco, e poi ve ne sono tante altre, magari più personali, come la perdita di mio padre circa tra anni fa e a cui ho dedicato due canzoni ovvero “Father’s Thing” e “Slow Blues For Bruno”. 

Dal punto di vista prettamente sonoro il raggio d’azione del tuo songwriting negli anni si è sempre più aperto verso tutto lo spettro delle sonorità roots americane, lasciando il blues spesso sullo sfondo. Da dove nasce questa scelta? 
In fondo è stato sempre così. Il blues è sempre lì, alla base di tutto, costituisce le fondamenta e le radici di tutto il mio lavoro, però dal blues parto e vado a visitare luoghi musicali, sapendo che prima o poi al blues si ritorna, volenti o nolenti. 

Il disco è stato prodotto da Giorgio Ravera. Come si è indirizzato il vostro lavoro in fase di arrangiamento? 
Giorgio più che altro ha curato il suono generale del disco, anche se ha dato ovviamente suggerimenti anche in fase di arrangiamento dei brani; il suo è un lavoro molto artigianale, direi quasi di “bottega”, e la genuinità e spontaneità di questo atteggiamento verso la produzione secondo me si sentono bene e mi piacciono moltissimo. 

Nel disco sono presenti due cover la sorprendente resa di “Up To My Neck To You” degli AC/DC e “I’ll Never Get Out Of This World Alive” di Hank Williams. Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a scegliere di rileggere questi due brani? 
Ho sentito per la prima volta “Up To My Neck To You” nella versione di Jim Suhler, un chitarrista texano che ha scritto pezzi anche per Fabulous Thunderbirds e altre band del “Great State”; mi è piaciuta molto e ho deciso di includerla nel disco, scoprendo solo a giochi fatti che era un brano degli AC/DC. Per il brano di Hank Williams, l’ispirazione viene dall’ultimo disco di Dwinght Yoakam, “Thre Pears”, in cui c’è una fantastica versione rock di “Dim Lights’, Thik Smoke And Loud Loud Music”, ho deciso di fare una cosa simile con un altro brano del grande Hank. Mi ha influenzato in questo senso anche la lettura del libro di Steve Earle, che ha lo stesso titolo della canzone. 

“Father’s Thing” si pone a metà strada tra Bruce Springsteen e Rolling Stones. Quante delle tue passioni musicali ci sono in questo disco? 
In questo disco, come succede di solito, ci sono tutte le mie passioni musicali. L’omaggio ai Rolling Stones e a Springsteen in questo caso è evidente sin dal titolo del disco. 

"My Baby Can" è tra le cose più coinvolgenti che hai scritto. Come nasce questo brano? 
Il mood generale del brano è decisamente alla Fabulous Thunderbirds ma il testo ha una genesi assai strana. Dopo una piccola operazione chirurgica che ho subito un anno fa, mi sono soffermato a parlare con una giovane chirurgo dell’équipe che mi aveva operato e ho pensato che in quei momenti siamo completamente nelle mani di queste persone, che fanno un lavoro durissimo e preziosizzimo; da qui il pensiero di una “My Baby” che in certi momenti può farti di tutto: tagliarti, cucirti, farti sentire grande, piccolo, anestetizzarti, ipnotizzarti, ectt. 

Quali sono le ispirazioni che hanno dato vita allo strumentale "Slow Blues For Bruno", in cui la tua chitarra dialoga con la fisarmonica di Roberto Bongianino? 
Come dicevo prima, questo brano è dedicato a mio padre, Bruno. Abbiamo voluto fare uno slow blues con un’atmosfera che non fosse quella dei classici blues lenti. E’ tutto ovviamente molto cupo e trattenuto in qualche modo. 

In “Black Glove” la tua strada incrocia il rap. Ricordo che un grande conoscitore del blues in Italia, Ernesto De Pascale, sosteneva che il rap fosse l’evoluzione del blues...
Il rap è poesia di strada, se composto e scritto nella giusta maniera. In qualche modo è vero, è come il blues genuino, segue la stessa regola di dire le cose come stanno, “Tell It Lik It Is” è una delle regole d’oro del blues e non solo. 

Il disco si conclude con un brano dal titolo molto chiaro “I Hate The Capitalist System”…
Si penso che Sara Ogan già negli anni Quaranta avesse regione. Questo sistema, il sistema capitalista, per quanto se ne voglia parlare o per quanto si voglia difenderlo, ha fallito miseramente, creando disuguaglianza, schiavitù, rabbia e disperazione. A mio parere, è tempo di cambiare radicalmente l’indirizzo delle cose. 

Quasi parallelamente a “Exile On Backstreets” hai dato alle stampe “Friend Of A Friend” inciso in duo con Martino Coppo, una tua vecchia conoscenza dai tempi dei Red Wine. Com’è nato questo progetto di disco insieme? 
Dato che con Martino ogni tanto capita di suonare insieme, abbiamo deciso di fare una sorte di demo per poterlo usare come promo per le nostre date e magari venderne un po’ ai nostri concerti. Il disco è praticamente un live in studio, e visto che è davvero vicino a me, ho provato a contattare Beppe Greppi di Felmay, per vedere se per caso fosse interessato a produrlo. I brani gli sono piaciuti da subito, e così ne abbiamo aggiunti altri per raggiungere la lunghezza giusta e poi il disco ha visto la luce. 

Anche in questo caso, mi ha colpito molto la scelta delle cover, un esempio su tutti è “Paradise” di John Prine, un cantautore sottovalutassimo, che in Italia conoscono in pochi... 
John Prine è roba da veri “insider”! Io e Martino frequentiamo spesso e da molto tempo il mondo dei songwriter americani e se lo si fa, non si può precindere da un caposcuola come John Prine. 

Invece “Everybody Knows This Is Nowhere” era nel tuo repertorio dal vivo, già da molti anni. Ricordo che la suonasti in un concerto straordinario qui a Caserta. 
Questa canzone del grande Neil Young è un mio pallino da tantissimo tempo, come tu ben sai.

"Matilda’s Dance" ci porta invece in Irlanda, un territorio musicalmente nuovo per te…
L’Irlanda non è mai stata presente nei miei lavori precedenti, anche se mi sono fatto la mia bella dose di Chieftains, Planxty, Bothy Band, Andy Irvine, Paul Brady, Clannad e tutti gli altri per un po’ di anni della mia gioventù. Il brano è di Martino e ci sembrava giusto fare questo tributo ad una delle terre più musicali al mondo. 

La versione di “Goin’ Down Road Feelin’ Bad” mi ha riportato a certe versioni della Jerry Garcia Band... 
Se fai un disco con chitarra e mandolino, uno dei riferimenti chiave rimane il lavoro di Garcia e Grisman, anche noi non abbiamo potuto esimerci da questo… 

Chiude il disco “Via Da Zena” un brano in cui torni a scrivere in genovese, ma che si caratterizza per un arrangiamento rootsy davvero superbo… 
Grazie! Da un po’ di tempo ho scoperto che Acadia e Liguria sembrano legate a doppio filo!

Concludendo come promuoverai dal vivo questi due dischi? 
Abbiamo già una bella serie di concerti, sia io e la mia band, sia con Martino. La cosa migliore per essere aggiornati è visitare il mio sito www.paolobonfanti.it, nonché le varie pagine facebook, mie e di Martino. 


Salvatore Esposito 

Paolo Bonfanti - Exile On Backstreets (Club de Musique, 2013) 
“Exile On Backstreets” è un disco militante a tutto tondo. Se, infatti, quella copertina dal piglio combat (blues) rock, graficamente, sembra ricordare uno degli album di Tom Robinson dei “Roaring Eighties”, il titolo è un sintesi perfetta tra “l’esilio sulla strada principale” dei Rolling Stones e le “backstreets” pennellate da uno Springsteen ancora geniale. Chi lo ha firmato, Paolo Bonfanti, è un mancinaccio di quelli tosti, ineccepibile chitarrista acustico e pertinente slide guitar player, dotato di una ottima voce, in qualche episodio simile, nella grana, a quella di Tom Petty. Dei suoi dischi, ho sempre apprezzato il suo buon gusto nella scelta degli ospiti, e non è un caso che in questo disco ci sia anche il basso del vostro affezionato recensore, giusto per sgombrare il campo da qualsiasi conflitto di interessi. La conoscenza reciproca tra me e Paolo va indietro di circa venticinque anni, quando eravamo compagni di etichetta discografica, io coi Rocking Chairs e lui coi Big Fat Mama. Ci si siamo visti e ascoltati nel corso degli anni, poi ultimamente abbiamo fatto diverse cose insieme. Ora Paolo ha pubblicato questo bel disco, che mi sento caldamente di consigliarvi perché do per scontato che amiate, come me, l’american sound. Se così fosse, troverete pane per i vostri denti, ovvero ottime canzoni originali, su tutte la opening track “Father’s Things” e l’avventurosamente funk nearly hip hop “Black Glove” e alcune belle covers, come “Up To My Neck In You” degli AC/DC e l’anthem “I’ll Never Get Out Of This World Alive” del gigantesco Hank Williams. Il suono è quello dei gruppi di rock blues moderno, capaci di prendersi anche qualche rischio, penso a ai North Mississippi Allstars e all’approccio militante di Ry Cooder. Il risultato è che Paolo quando suona il blues sa come fare girare le note e il feeling arriva. Il lavoro di produzione artistica è svolto con dovizia, forse qualche differenziazione nella tavolozza dei colori della batteria avrebbe giovato alla fruizione del disco, ma si tratta di dettagli di poco conto. Il disco vibra di urgenza creativa, e questo magma lo si ritrova pari pari in ogni singola nota. Un musicista in Italia è un genere in via di estinzione, viene osteggiato da tutte le parti e non aiutato. Prima che si estingua, quello che potete fare è dargli una possibilità, non l’elemosina, qui troverete venticinque anni di militanza rock and roll spiegate. Correte a comprarlo. 


Antonio “Rigo” Righetti 

Paolo Bonfanti & Martino Coppo – Friend Of A Friend (Felmay, 2014) 
L’amicizia che lega Paolo Bonfanti e il mandolinista Martino Coppo, risale alla metà degl’anni ottanta, quando il chitarrista genovese fu contattato per sostituire temporaneamente Beppe Gambetta nella line-up dei Red Wine. Da allora, come ci racconta lo stesso Bonfanti nell’intervista che precede, le loro strade si sono incontrate in diverse occasioni, e negli ultimi anni è nata l’idea di dare vita ad un progetto artistico comune, che in qualche modo consentisse ad entrambi di dare sfogo alla loro grande amore per la roots music, partendo da un impostazione prettamente acustica della strumentazione. Grazie alla lungimiranza di Felmay, ha visto così la luce “Friend Of A Friend” disco che raccoglie quattordici brani divisi equamente tra riletture di classici del rock e del blues, e composizioni originali. Il risultato è un disco gustosissimo, nel quale si spazia dal trascinante country rock della title track che apre il disco, a pregevoli versioni di classici della canzone d’autore americana come “Paradise” di John Prine ed “Everybody Knows This Is Nowhere” di Neil Young, passando attraverso incursioni nel bluegrass con “Tennessee Blues” di Bill Monroe, e classici del blues come “Catfish Blues” e “Jesus On The Mainline”. Nel mezzo ci sono però diverse belle sorprese come gli echi di irish folk di “Matilda’s Dance” firmata da Martino Coppo, un terzetto di brani a firma Bonfanti ovvero “I Got A Mind”, “Trains” e “Dark And Lonesome Night”, e il ripescaggio di “Rusty Old American Dream” di David Wilcox, che in questa nuova versione made in Italy, sembra vivere una nuova vita. Completano il disco due dei brani più riusciti di tutto il disco, “Via Da Zena”, in cui ritroviamo Paolo Bonfanti alle prese con la scrittura in genovese in salsa Acadienne, e “WSM” firmata da Martino Coppo, che invece ci porta in territori vicini agli Hot Tuna più acustici. Insomma “A Friend Of A Friend” è un disco con i fiocchi, che non mancherà di deliziare quanti vi dedicheranno un ascolto. 

Salvatore Esposito