Catherine E. Foley, Step Dancing in Ireland. Culture and History, Ashgate, Surrey, England, 2013, xv + 264 pp., Euro 60,00

Scritto per la collana editoriale “popular and folk music” della prestigiosa Ashgate, il volume (disponibile anche in formato e-book) fornisce un’analisi etnografica e storica della pratica della step dance nella parte settentrionale della contea occidentale irlandese del Kerry (“The Kingdom”, “Il Regno”, come, informalmente, è chiamata). In linea generale, parliamo di una danza solista costituita da “steps” (passi), vale a dire una sequenza di movimenti della durata di otto battute. La danza si caratterizza per l’immobilità della parte superiore del corpo: testa, braccia, busto e fianchi sono tenuti dritti; a fare da contrasto sono i veloci movimenti delle gambe e dei piedi. Ai piedi i ballerini possono calzare scarpe leggere e morbide oppure pesanti e dure. I ritmi principali sono quelli del reel, delle diverse tipologie di jig e dell’hornpipe. L’interdisciplinarità della prospettiva etnocoreologica che investe sia l’apparato teorico che le procedure metodologiche (ricerche d’archivio, osservazione partecipante, interviste, documenti filmati, ecc. ecc.) offre una lettura articolata del fenomeno della danza, che si configura come un “fatto sociale totale”. Foley discute i nessi tra pratica della danza e mutamenti politici e socio-culturali nell’isola d’Irlanda, dal contesto coloniale a quello post-coloniale, fino a processi di globalizzazione. Dunque, non approccio essenzialista alla danza, bensì uno studio che delinea la pratica della danza nei suoi aspetti dinamici e multidimensionali. Danzatrice, musicista ed etnocoreologa, Catherine Foley è una pioniera degli studi sulla danza in Irlanda: è lecturer all’Università di Limerick, dove nell’Irish World Music Centre sin dal 1996 è attivo un Master of Arts in Etnocoreologia. Si tratta del primo completo programma di studio scientifico della danza attivato in Europa, cui è seguita l’attivazione di Master of Arts in Irish Traditional Dance Performance, a partire dal 1999. Per la studiosa irlandese, lo “step-dancing è una pratica di musica-danza e un importante e potente significante culturale” (p.227). In tal senso, i ballerini incarnano ed esprimono i processi culturali della loro epoca. Se per molti la step-dance è riconducibile allo spettacolare ed innovativo stile “Riverdance”, creato nel 1994 con l’omonimo show, o ai successivi musical (penso a “Lord of the Dance”, tra gli altri) assurti a notorietà planetaria, in realtà, la danza si sviluppa nell’ultimo quarto del XVIII secolo attraverso la singolare figura del dancing master, un maestro di ballo itinerante il cui ruolo non si limitava all’insegnamento dei passi, ma si allargava ad altri ambiti (impartiva lezioni di portamento, galateo e finanche scherma). Il volume analizza tre tipi di step-dance: lo stile rurale associato alla figura di Jeremiah Molyneaux (1882-1965), che personifica l’ultima figura di dancing master itinerante; la danza dalla forte impronta competitiva e regolamentata, patrocinata dalla Lega Gaelica all’interno del movimento culturale nazionalista diffusosi negli ultimi decenni del XIX secolo; la pratica coreutica stilizzata, di carattere teatrale, promossa dal Siamsa Tire (Il Teatro Popolare Nazionale d'Irlanda) creato negli anni ’70 del XX secolo. Confrontando i tre stili, Foley dimostra che le differenti tipologie di step-dancing hanno il potenziale di incarnare, esprimere e plasmare la cultura e la storia. Il primo capitolo introduttivo, oltre a circoscrivere l’oggetto di studio, a descrivere il ventennale lavoro sul campo dell’autrice nella contea del Kerry, definisce l’incontro etnografico in termini dialogici, collocandosi sul terreno come “performer riflessiva”. Foley esplicita il suo paradigma teoretico ed interpretativo e la centralità di concetti, categorie e nozioni chiave come mutamento culturale, incorporazione, habitus e identità, mostrandosi debitrice nei confronti degli studi di analisi cinestetica e di antropologia della danza (Kaeppler, Novack, Kealiinohomoku, Peterson Royce, Daniel, Ness, Sklar), come della fenomenologia ermeneutica e di quella culturale (Csordas), nonché del lavoro di Bourdieu, da cui riprende appunto la nozione di habitus. Pertanto, lo studio riconosce nella danza il luogo in cui individuo e cultura si trovano in relazione e Foley si muove sul doppio piano di analisi: quello del corpo in movimento e quello del soggetto-danzatore, inserito all’interno di un dato contesto sociale, culturale e politico. I tre capitoli successivi all’introduzione offrono prima un resoconto etnografico di una serata di danza commemorativa di Molyneaux, poi mettono al centro il ruolo storico dei maestri di ballo nel Kerry rurale, soprattutto nel contesto coloniale dell’Irlanda, infine discutono la pratica e l’estetica della step-dancing di stampo molyneauxiano. Nel capitolo cinque, Foley sposta la sua attenzione sulla pratica della danza così come emerge all’interno del discorso del movimento nazionalista politico e culturale sorto sul finire del XIX secolo. In tal senso, centrale appare l’appropriazione della step-dance da parte della Lega Gaelica, che ne fa una del chiavi privilegiate nell’azione di de-anglicizzazione dell’isola. In seguito, nel periodo post-coloniale, la danza viene istituzionalizzata e popolarizzata attraverso la An Coimisiún le Rincí Gaelacha (The Irish Dancing Commission) che si produce in una più pronunciata codifica del ballo a livello formale, esercitando un severo controllo sul decoro dei ballerini e della danza stessa. Sulla scia del concetto di “invenzione della tradizione” (Hobsbawm e Ranger) e del portato foucaultiano, per Foley l’invenzione della danza irlandese incarna il senso di identità, luogo e comunità, ma anche i valori e i sentimenti del nuovo stato-nazione irlandese. Le relazioni tra The Irish Dancing Commission e scuole di danza locali diventano una delle chiavi di interpretazione del processo di modernizzazione nella contea del Kerry. Il terzo tipo di danza è protagonista nel capitolo sette. Eccoci al Siamsa Tire, il Teatro Nazionale Folk di Irlanda, fondato nel 1974, in risposta ai crescenti flussi turistici e all’impatto dei processi di globalizzazione. Siamo di fronte ad una ridefinizione della pratica della danza, alla negoziazione tra creatività artistica, mercificazione della cultura tradizionale orale e fenomeni di spettacolarizzazione, come Riverdance. L’ottavo e conclusivo capitolo (“The Dynamicity of Step Dance”) da un lato ripercorre le tappe di questo studio sulla costruzione culturale dell’Irish step-dance, dall’altro mette l’accento sulla danza oggi come pratica coreutica transnazionale: dai master universitari all’interesse verso questa espressione di danza da parte non solo della diaspora irlandese ma anche di gruppi ed individui nel resto del mondo, dall’Europa all’Estremo Oriente, dalla Russia all’Africa. In appendice poi, troviamo una sintetica esplicazione delle diverse tipologie di danza e delle istituzioni culturali irlandesi nel campo della danza. In definitiva, per Foley la step-dance, in qualità di pratica musicale-coreutica dinamica e adattabile attraverso la sua storicità, “ha contribuito in modo significativo ad esprimere, negoziare e rappresentare la cultura e l'identità, e continua a farlo” (p 232). Naturalmente, con suggestione heideggeriana, chiosa: “step-dancing is made meaningful and relevant to people’s lives though the different experiences that it offers and the opportunities these provide to express their being in the world” (ibidem). In conclusione, seppure di taglio accademico il volume “Step Dancing in Ireland. Culture and History” si presta anche ad una lettura dei non specialisti; certamente è da considerare un passaggio obbligato per cultori e studiosi di antropologia della danza e di etnocoreologia (non entriamo qui nel merito delle questioni definitorie, dello statuto degli studi, della loro ascendenza e del loro impianto teorico e metodologico), discipline che in Italia stanno cercando di superare il forte ritardo con cui si sono affermate rispetto ad altri settori della ricerca demo-etno-antropologica. 


Ciro De Rosa