Zansa - Djansa (Zansa Music, 2013)

Gli elementi più evidenti della musica degli Zansa - un gruppo di base ad Asheville, Carolina del nord - zampillano senza esitazioni da ognuno dei dodici brani che compongono il loro disco Djansa, uscito nel settembre 2013 in autoproduzione e distribuito dalla FlipSwitch PR. Ritmo sempre sostenuto, sincopato e sincronizzato, citazioni (inquadrate in una certa enfasi) delle west-african roots del cantante e animatore del progetto Adama Dembele (proveniente dalla Costa d’Avorio), una rete armonica abbastanza complessa (e senz’altro piacevole) tessuta soprattutto con le due chitarre, a cui spesso si aggiungono il violino (che a volte evoca i moduli del folk americano più conosciuto, pur dentro un suono e un timbro sempre originali), le voci in coro e, in alcuni brani, le “crowd vocals”, cioè le voci di folla, di insieme. In molti passi del disco è evidente la volontà di ricreare un’atmosfera di interazione - appunto di cantata tra la gente - generalmente riservata al live, stimolata da alcune formule verbali che Dembele pronuncia nei passaggi chiave dei brani. Questo aspetto, se sul piano della realizzazione tecnica dell’album probabilmente non suggerisce elementi interpretativi, senz’altro ci è utile a riconoscere i riferimenti culturali del progetto e, soprattutto, la centralità dell’esperienza performativa della band. Quest’ultimo elemento credo sia avviluppato alla fibra stessa dei brani di Djansa. I quali, sebbene impressi in un disco e maturati dentro il “tempo composto” del lavoro in studio, sembrano svilupparsi nel flusso estemporaneo della performance. Senza soffermarmi sulle possibili corrispondenze con alcune forme espressive di tradizione orale che questo impianto suggerisce (come, ad esempio, alcuni canti di lavoro, che testimoniano l’inscindibilità del canto dalla funzione e dalla pratica entro la quale venivano tradizionalmente eseguiti) e che potrebbero sembrare delle forzature (e che pretenderebbero uno spazio di riflessione più ampio di questo), voglio sottolineare che, a differenza di molti altri tentativi e gruppi musicali (anche più famosi), gli Zansa sono riusciti a non inibire la loro ispirazione più forte, dando ai brani registrati in studio il necessario dinamismo e probabilmente la necessaria instabilità, definendo così un corpus di suoni (e citazioni, come si diceva sopra) elastico e, a tratti, rinforzato da arrangiamenti considerevoli. Ciò premesso, voglio sottolineare che le due chitarre - suonate da Patrick Fitzsimons e Matt Williams - fanno senza dubbio la differenza, rappresentando nella loro interazione l’elemento più originale che si può rintracciare in tutto il disco e delineando una certa distanza tra questo e tante altre produzioni che è facile trovare nelle mille raccolte di musiche tradizionaliste ispirate alle produzioni espressive dell’Africa occidentale. Difatti, a differenza delle linee di basso e addirittura della sezione ritmica - composta da batteria e percussioni “tradizionali” (sia africane che non), come djambe, congas, sangban, dundun (tamburi cilindrici in cui le due pelli, applicate su entrambe le estremità, sono percosse una con un pistillo ricurvo e l’altra con la mano) - le melodie e i dialoghi delle chitarre sono lanciati verso uno spazio sicuramente non inesplorato, ma che riesce ad ampliare di molto l’orizzonte riflesso in questo insieme di composizioni originali cantate in francese, inglese e in alcuni idiomi ivoriani o di aree più estese dell’Africa occidentale, come il Baoule e il Bambara. Non vorrei, con questo, fraintendere o contraddire i riferimenti e le citazioni della band. Ma la mia impressione è che (e credo sia un bene) il modello musicale più convenzionale e ricalcato - fondato soprattutto sulla centralità del drumset e che coinciderebbe con una forma (più o meno) modernizzata di afro-pop sperimentale ed elettrificato (qua e là riconoscibile nel disco, soprattutto nell’impianto generale e nell’eco che ne resta dopo i primi ascolti) - sebbene sia probabilmente alla base della matrice e della ricerca stilistica del gruppo, in Djansa sia stato messo da parte. Difatti, le percussioni - ben lavorate e organizzate secondo principi anche ben riconoscibili - non lasciano il segno. Insomma, sono sostenute e rispondono al principio della reiterazione di un beat e della sua implementazione, principio al quale senza dubbio il gruppo ha lavorato molto (d’altronde richiamare il “beat afro” significa scomodare non solo le poliritmie tradizionali, ma anche le avveniristiche elaborazioni sincretiche con cui Allen e Kuti hanno squarciato il panorama della world music), ma non sono profonde, decise e sufficientemente innovative. Non quanto lo sono le chitarre. Le quali, invece, si intrecciano seguendo soluzioni originali e spesso inaspettate, alternando non solo esecuzioni differenziate, ma anche variazioni di timbro e di effettistica. Un esempio su tutti può dimostrare questa differenza di impianto. Si tratta di una sorta di contrappunto che caratterizza “Djansa”, la title-track dell’album, dove una delle due chitarre si slancia su un’esecuzione virtuosistica di percussioni, disegnando gradualmente un accompagnamento ritmico molto determinato, mentre l’altra produce una linea melodica, in parte improvvisata, che attraversa tutto il brano, esplodendo in un crescendo di note e di intensità, per finire quasi all’unisono con la reiterazione della parola “djansa” (che così articolata assume un valore concretamente ritmico, a supporto dell’andamento ipnotico della canzone). 


Daniele Cestellini