Mimmo Epifani – Pe’ I Ndò

Virtuoso mandolinista tra i più apprezzati in Italia e all’estero, Mimmo Epifani, vanta un lungo percorso artistico che lo ha portato negli anni a collaborare con Eugenio Bennato, insieme al quale ha dato vita al movimento Taranta Power, Roberto De Simone, Ambrogio Sparagna e Fausto Mesolella, ma anche a realizzare diversi dischi con i suoi inseparabili Epifani Barbers. A caratterizzare l’approccio musicale del mandolinista di San Vito dei Normanni c’è la sua peculiare visione della musica che lo ha portato negli anni a coniugare con grande curiosità, la tradizione della sua terra con i suoni del mondo. In occasione della pubblicazione di “Pe’ I Ndò”, lo abbiamo intervistato per approfondire insieme a lui la genesi e le ispirazioni di questo suo nuovo disco, senza tralasciare i progetti per il futuro. 

Come nasce il tuo nuovo disco “Pe’ I Ndò”? 
Questo nuovo album nasce non solo per un esigenza musicale, ma anche per condividere dei momenti belli di musica e di convivialità con gli amici di Giulianello, che è un paese vicino Roma. L’idea è stata di un nostro amico, Raffaele Marchetti, che è un avvocato ed un cultore della musica popolare del Lazio e più in generale di tutta l’Italia, il quale ci ha stimolato a realizzare questo disco, tanto è vero che il titolo prende spunto dalla una sua poesia. Colgo l’occasione per ringraziarlo pubblicamente, così come ringrazio tutto il popolo di Giulianello, il sindaco e l’A.S.B.U.C., unitamente a Paolo Dossena, che con la CNI ha stampato il disco, Sasà Flauto che ne ha realizzato gli arrangiamenti, e Giuseppino Grassi che ha suonato mandola, mandoloncello e voce. 

Oltre alla tradizione popolare del Lazio, nel disco le sonorità abbracciano anche quelle di altre regioni, e la world music…
La formula è quella mia classica, musica popolare rielaborata nel mio stile. Io provengo da San Vito Dei Normanni, paese dove si presume sia nata la pizzica, la taranta, il ballo di San Vito, e per la mia musica, mi piace sempre prendere spunto non solo da quella della mia terra ma anche dalle musiche tradizionali di tutto il mondo, dei posti che visito quando vado a suonare all’estero. In questo disco ci sono influenze di varie tradizioni che si intrecciano. 

Gli arrangiamenti di “Pe’ I Ndò” non mescolano solo varie tradizioni musicali, ma anche stili musicali differenti. Un esempio ne è certamente “Mosse Mosse Mosse” in cui ammicchi al rap… 
Questo brano più che un esperimento in senso stretto, per me rappresenta un innovazione, una prova di adeguamento della musica popolare alle sonorità più moderne. Nel fare questo tipo di musica bisogna tenere presente anche i tempi in cui viviamo, bisogna attualizzare la tradizione, per mantenerla viva. 

Il disco è dedicato a Giandomenico Caramia, un tuo grande amico… 
Con Giandomenico c’era un’amicizia fraterna. Lui era un musicista eccelso, e insieme abbiamo fatto un disco, che dovrebbe uscire a brevissimo. Di lui ho un ricordo bellissimo, che mi poterò dentro per tutta la vita. Oltre a girare il mondo insieme, abbiamo condiviso cene, tavolate, momenti splendidi, perché lui era un grande cuoco. L’abbinamento musica e cucina è qualcosa di magnifico. 

Nel suo insieme i brani del disco rimandano ad un atmosfera di festa… 
Ogni brano è ispirato alla festa, alla gioia insieme. Quando si ascolta un disco è come mangiare qualcosa di buono. Se un piatto è buono e ti piace, cerchi di mangiarlo sempre, allo stesso modo, un disco se ti piace, lo ascolti sempre. 

Alla festa è strettamente legata la “Pasquella”, che tu hai interpretato nel disco… 
La “Pasquella” è un canto di festa, che si eseguiva e si esegue in certe zone del Lazio prima o dopo l’Epifania, come buon auspicio per il nuovo anno. E’ un canto di “buona crianza”, che è presente anche nel Salento, ma si esegue nella Settimana Santa, il Venerdì Santo. 

Gli arrangiamenti del disco sono stati curati da Sasà Flauto, come si è indirizzato il vostro lavoro… 
Più che delle scelte specifiche, Sasà Flauto mi ha preso per mano e mi ha portato verso la direzione più giusta. Con lui c’è un amicizia lontana nel tempo, ci siamo sempre incontrati sul palco con gli artisti con cui ci trovavamo a collaborare, io con Eugenio Bennato, lui con Tony Esposito, e ultimamente lavora anche con Teresa De Sio. Tuttavia non avevamo mai suonato insieme, per caso ci siamo incontrati ad una festa, un evento che vedeva un artista dipingere dei quadri. Parlando gli ho detto che stavo lavorando ad un nuovo disco, e lui mi ha chiesto di fargli ascoltare qualcosa. Poco tempo dopo gli portai il disco, lo ascoltò e mi disse: “Ok, Ciao, puoi andare!”. Dopo una settimana, il disco era come volevo io. Lui mi ha consigliato, ed è venuto incontro alla mia personalità musicale. Tra me e lui c’è una certa affinità, c’è qualcosa di profondo che ci lega, oltre alla musica. Se così non fosse gli arrangiamenti diventerebbero meccanici, e ascoltando poi il disco, si capisce che non è suonato con il cuore. 

"Naufrago" presenta, invece, un testo in italiano. Una novità per te… 
E’ stato forse un po’ un azzardo questo brano. Io non mi reputo un cantante, anche se molti dicono che ho una voce. Ho voluto dedicare questo brano in italiano, al mio amico Giandomenico, che ci ha lasciato qualche anno fa. 

Cosa ti ha ispirato, invece, “That’s Tarantella”? 
“That’s Tarantella” è nata come un gioco, perché noi, ogni volta che andiamo all’estero, devo spiegare nella mia lingua cos’è la tarantella. Io in qualche maniera mastico un po’ di lingue, e in questo brano mi sono divertito a spiegarlo in spagnolo, francese, tedesco, inglese e ovviamente in cinese. 

“Pizzica Mbriaca” ci riporta invece al Salento… 
E’ un brano tradizionale preso pari pari al repertorio tradizionale di Villa Castelli, a cui abbiamo unito una rivisitazione della musica cubana. La pizzica con quel ritmo legava benissimo, ed essendo un cultore di questo sonorità, ho sempre pensato che i brani del Salento non debbano per forza avere un ritmo indiavolato e veloce, come fanno spesso tanti musicisti. E’ musica terapeutica, e può essere suonata anche su ritmi diversi. 

Che senso ha oggi riproporre una musica legata strettamente alla ritualità del tarantismo? 
La musica in genere, se ti fa stare meglio è sempre terapeutica. Questo può succedere con il rock, con la musica classica, con il jazz. La nostra musica che facciamo noi ha un potere comunque terapeutico, perché fa ballare, fa divertire. 

Tra i brani più affascinanti del disco c’è “A Nott”… 
E’ un brano che è nato durante i nostri viaggi nell’Est Europa. Ha un suono molto balcanico, con il fischio poi c’è tutta un atmosfera particolare. Mi sono lanciato anche in qualche frase in Napoletano.

Dai Balcani il disco ci conduce poi verso il Brasile con “Scaminante”… 
Abbiamo utilizzato anche i ritmi del forrò, che si suona nel nord est del Brasile, e la cosa sorprendente è che questa musica si suona con gli strumenti che utilizziamo noi nella pizzica, organetto, violino, mandolino, chitarra, e tamburello. E’ una sorta di quadriglia nostra in salsa brasiliana. Tra noi la chiamiamo pizzica brasiliana. 

Come proporrai questo disco dal vivo? Al tuo fianco ci saranno gli Epifani Barbers?
Ovviamente non posso mettere da parte gli Epifani Barbers, loro ci sono sempre. Fare un disco però è una cosa, ma fare un concerto è una cosa differente. Tuttavia stiamo cercando di strutturare il concerto, cercando di mantenere fede rispetto a quello che abbiamo fatto in studio. E’ chiaro che non possiamo portarci sempre dietro tutti gli strumenti, come la kora, ma cercheremo di riproporlo in modo migliore. 

Facendo un passo indietro, ci puoi parlare del tuo progetto “Mandolinate a Napoli”? 
Quel disco mi è stato in qualche maniera commissionato. Io ho sempre avuto una grande voglia di fare qualcosa sulla musica napoletana, anche perché la amo molto e con il mio maestro Gino Migliarotti ho avuto modo di conoscere bene anche le terminologie delle parole. Quando suoni e canti una canzone e non ne capisci il testo, finisce per interpretarla in maniera sbagliata. Il mandolino è uno strumento fondamentale nella tradizione napoletana, e per chi lo suona quello è un passaggio obbligato, perché quando sei sul palco ti chiedono sempre brani come “O’ Sole Mio”. Gino Migliarotti mi ha spiegato bene ogni brano. E’ stata una bella esperienza, perché ho avuto modo di collaborare con un musicista rock, come Fausto Mesolella, mio grande amico, con il quale ho collaborato anche in altri ambiti. 

Ci puoi parlare della tua collaborazione con Fausto Mesolella? 
Con Fausto ci siamo conosciuti attraverso uno spettacolo che si chiamava “Uomini In Frack” in cui suonavamo tutte le canzoni di Domenico Modugno in chiave jazz. Io avrei dovuto accompagnare un altro mio grande amico, Giovanni Lindo Ferretti, che però non venne più. Poi mi trovai a suonare da solo alcuni brani, tra cui “La Donna Riccia” rifatta a modo mio, e “Amara Terra Mia”. In quell’occasione ho conosciuto sia Fausto, sia Peppe Servillo, due persone con cui ho collaborato, e a cui tengo particolarmente. 

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? 
In questo momento così buio e difficile dal punto di vista economico, stiamo cercando di esprimerci al meglio. C’è una crisi generalizzata che ci frena un po’ tutti, ma noi andiamo avanti. Nei prossimi mesi torneremo in Messico dove ci hanno chiamato, e poi seguirà un tour nei teatri nel quale presenteremo il disco.  


Salvatore Esposito 

Mimmo Epifani - Pe’ I Ndò (CNI) 
CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

C’è una foto in cui Mimmo Epifani è ritratto come un Django Reinhardt della mandola. Lo sguardo è profondo, distaccato e assorto. Gli occhi sono sbarrati - un po' gonfi e accentuati da un ciuffo di capelli retrò, che si allunga all’indietro sopra la fronte - e guardano a un punto fermo oltre l’obiettivo. Nel suo insieme la foto - dove in primo piano spicca un ghigno malcelato dalla contrazione degli angoli della bocca e del naso del Mimmo/Django, con in braccio una mandola leggermente deformata dalla prospettiva, che si staglia contro una parete inverosimilmente quadrettata sullo sfondo - ben rappresenta la musica di questo mandolinista di San Vito dei Normanni e del suo ultimo disco, dal titolo “Pe’ I ndò”. Cioè, “Per andare dove?” Un po' dappertutto, sembrerebbe volerci suggerire (con quello sguardo assorto) Epifani - che, come Django, oltre a essere un virtuoso del suo strumento è un innovatore, uscito dal folk di maniera (come il rocambolesco chitarrista uscì dall’isolamento manouche e dal jazz classico) - a rinfrancare una costellazione di suoni e atmosfere che, se lasciati soli rischiano di spegnersi, mentre invece si rigenerano in un nuovo dialogo con ritmi, strumenti e arrangiamenti che ammiccano a un mondo vasto: al Sudamerica, ai Balcani, alle Italie. Queste ultime comprendono la famosa barbieria di San Vito, dove Mimmo ha imparato a suonare il mandolino da Costantino Vita, barbiere e musicista, e “Maestro” Peppu D’Augusta (per diplomarsi al Conservatorio Cipollini di Padova, perfezionando poi la tecnica dello strumento alla Music Schule di Mandolino a Wuppertal in Germania); le orchestrine salentine di plettri che suonavano la pizzica (formate da chitarra battente, chitarra francese, mandola o mandolino, violino, oltre che tamburi a cornice), fino alle collaborazioni con Matteo Salvatore e Caterina Bueno; le tradizioni delle interpretazioni “d’autore” delle musiche popolari (soprattutto del sud Italia), nell’ambito delle quali Epifani ha a lungo collaborato con Roberto De Simone, oltre che con alcuni epigoni del genere, come Eugenio Bennato e Ambrogio Sparagna; i confronti con il jazz e le avanguardie più interessanti del panorama musicale italiano, che si sono espressi nelle collaborazioni con Fausto Mesolella (che ha curato gli arrangiamenti del suo disco “Zucchini flowers”), Danilo Rea, Furio Di Castri, Rita Marcotulli. Ciò premesso, “Pe’ I ndò” è un disco coerente con l’idea che le forme musicali (e, in generale, le espressioni) tradizionali vadano studiate, interpretate e riproposte secondo le proprie ispirazioni. Ed Epifani raccoglie molte di quelle che conosce, elaborandole in una forma narrativa permeata da un alto (ma ben calibrato e non ridondante) grado di tecnica e virtuosismo e - aspetto probabilmente più importante - puntellata da un’intensa ironia, i cui riflessi sono leggibili nell’originalità della struttura del disco. Un esempio rappresentativo di questo approccio è probabilmente “That’s Tarantella”, un brano il cui profilo “internazionalista” è volutamente enfatizzato dalla reiterazione di un modulo armonico “tipico” e di una pulsazione ritmica regolare. Nonostante la volontà di adeguare il brano a uno standard provocatoriamente riconoscibile (e addirittura cantato in più lingue), sono evidenti alcuni elementi che connotano lo stile di Epifani: incursioni di fraseggi di mandolino e interventi di chitarra (in questo caso elettrica e con un suono prolungato, ricco di delay), ma soprattutto voci in coro (maschili, profonde) che seguono un andamento discendente quasi ipnotico, che emerge tra le (paradossali) interpretazioni linguistiche della tarantella. In questo scenario - che Mimmo ha definito nel dettaglio, attraverso una pluralità di ritmi e una gamma di armonie, atmosfere e suoni diversificati, grazie all’aiuto di Sasà Flauto, arrangiatore e polistrumentista (che collabora con musicisti di tutto il mondo) - la conformazione generale del lavoro riflette ciò che il titolo annuncia. Quel (vagamente astratto) “dove andiamo?”, rinforzato in più passi della narrazione con riferimenti concreti, è totalmente capovolto, configurandosi come una risposta e, conseguentemente, come addirittura una mappa. “Pasquella” - forse il brano più “inaspettato” dell’album - ne è un esempio. Siamo dentro la tradizione dei canti rituali e itineranti che, ancora oggi, sono eseguiti in gruppo in molte zone nel periodo dell’epifania (soprattutto nell’Italia centrale). La versione di Epifani, che mantiene la polivocalità delle “pasquelle" (o “pasquarelle”) tradizionali, si inserisce in un andamento regolare e ritmato, aperto a un intermezzo musicale molto dinamico e dal quale emergono richiami al mondo rurale. Il brano è introdotto da un tema “sudamericano” eseguito dai fiati e termina con una sequenza di endecasillabi (una terzina e un distico), eseguita senza accompagnamento musicale, che richiama la forma dello “stornello”. A chiudere il ciclo di citazioni e riferimenti in questo paesaggio che si rivela passo dopo passo, vi è “A nott”, un brano etereo e sognante, nel quale a un fraseggio di mandolino incantato e frenetico allo stesso tempo, segue quello che potremmo interpretare come un manifesto programmatico del linguaggio musicale del mandolinista pugliese: “la notte, pure che è notte, pure che è scura, non fa paura”. Andiamo allora… 


Daniele Cestellini