Lobi Traoré – Bamako Nights - Live At Bar Bozo 1995 (Glitterbeat Records/Goodfellas, 2013)

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Nato nel 1961 a Bakaridjana, un villaggio sulle rive del Niger situato nella regione di Segou, Lobi Traoré è stato, insieme ad Ali Farka Touré, uno dei protagonisti della rinascita della musica del Mali, riportando alla luce quel gioco di rimbalzi tra i suoni dell’Africa Occidentale e l’altra sponda dell’Atlantico. Se è vero che la musica americana affonda le sue radici nella tradizione africana, è pur vero che quest’ultima non è rimasta mai indifferente al fascino esercitato dal blues, dal rhythm ‘n’ blues e dal soul, finendo per assimilarli e farli propri, e questo con buona pace dell’indimenticato Ali Farka Touré, che ha sempre rivendicato con forza come la musica del Mali non avesse subito alcuna influenza dall’esterno. In particolare proprio Lobi Traoré, è stato forse l’artista maliano che meglio è riuscito con la propria musica a rinsaldare lo stretto legame che intercorre tra l’Africa e l’America. Nell’arco della sua breve, ma intensa carriera, infatti, il cantante e chitarrista di Bamako è riuscito a coniugare la tradizione della propria terra, con le sonorità più moderne del rock e del blues, pur conservando sempre integre le sue radici. Questo emerge chiaramente dall’ascolto dei suoi otto dischi, di cui quattro in studio e quattro dal vivo, ma anche dalle tante collaborazioni che hanno caratterizzato il suo percorso artistico, a partire da quelle con Damon Albarn e Josep Pelt, e per finire con Chris Eckman, che lo volle al suo fianco nel progetto Dirtmusic, e che produsse il suo ultimo disco, “Rainy Season Blues” (Glitterhouse, 2010). Pur avendo suonato spesso all’estero, Lobi Traoré non ha mai abbandonato la sua Bamako, città che lo aveva visto muovere i suoi primi passi come musicista e a cui aveva dedicato molte delle sue canzoni. 
E proprio dalla sua città ci arriva adesso un prezioso documento sonoro, “Bamako Nights: Live At Bar Bozo 1995”, disco dal vivo, pubblicato recentemente dalla Glitterbeat, sottoetichetta world della Glitterhouse di Chris Eckman, e che fotografa sul palco il musicista maliano, giusto un attimo prima che il suo talento esplodesse a livello mondiale. Inserendo il disco nel lettore, si compie un vero e proprio salto in dietro nel tempo, nel 1995. Il Mali è finalmente un paese democratico, e il popolo scopre a piccoli passi la libertà, mentre nell’aria circola qualcosa di speciale. Bamako è una città viva, vivissima e, soprattutto di notte, i suoi locali si riempiono di gente che vuole divertirsi, ballare ed ascoltare musica. Uno di questi è il piccolo Bar Bozo, un locale di ritrovo notturno situato nel centro della città, poco appariscente e ancor meno illuminato, ma sempre affollatissimo. Lì una volta a settimana si esibisce un artista emergente, Lobi Traoré che la sua band, composta da Alou Dembélé e Binké Traoré (basso), Samba Sissoko (batteria) e Yaya Dembélé (djembé), si sta cominciando a far conoscere in città. I suoi concerti vedono il Bar Bozo riempirsi all’inverosimile, e su quel palco man mano si delinea la sua visione elettrica della musica tradizionale, della Bambara roots, e quel suono ruvido e viscerale, che di lì a poco sarebbe stato protagonista dei suoi dischi, permettendogli di approdare sui palchi di tutta Europa. Le sue canzoni parlano al cuore del suo pubblico, raccontando storie e difficoltà della vita quotidiana, di sfide che ogni giorno la gente dei villaggi rurali si trova ad affrontare lavorando in città, ma soprattutto di un popolo che ha appena visto l’alba della libertà. 
Il disco ci consente di toccare con mano l’energia, la forza e la passione con la quale Lobi Traoré cantava le sue canzoni, vibranti di suoni ancestrali e misteriosi, che si confondono con il rock e il blues, dando vita ad un sound grezzo, e polverso ma mai privo di fascino. Sul palco, il chitarrista maliano, sfoggiando il suo nuovissimo pedale flanger, ci regala un set di sette brani, caratterizzati da assoli roventi, e torride percussioni, che ammiccano ora ad Hendrix, ora ad Alvin Lee, ora ancora all’ hard rock di degli AC/DC di Angus Young, di cui Traoré era un grande appassionato. Ad aprire il disco, è la lenta e sofferta “Ni Tugula Mogo Mi Ko”, cantata da un Lobi Traorè quasi in trance, che man mano arricchisce la linea melodica con le sue splendide frasi di chitarra. Seguono le lunghe e dilatate jam di “Banani” e “Dunuya”, ma è con il quarto brano “Sigui Nyongon Son Fo”, che la band innesta la quinta e ci conduce verso spaccati musicali travolgenti, in cui scopriamo tutta la perizia tecnica di Traoré, nel ricalcare le orme di Zani Diabate e dei chitarristi pentatonici del Mali. Chiude il disco il crescendo magmatico di “Bamaku N’tichi”, sugellata da un spettacolare serie di assoli della chitarra elettrica del musicista di Bamako. La storia ci racconta anche che, poche settimane dopo quel concerto, le autorità cittadine di Bamako fecero chiudere il Bar Bozo, e Traoré fu costretto ad andare a suonare in un locale fuori città. Si chiudeva così un periodo forse irripetibile, ma per il chitarrista maliano si stavano aprendo già le porte per il successo. “Bamako Nights” è così un disco prezioso non solo perché ci permette di entrare nel vivo dell’arte e della musica di Traoré, ma parimenti ci fornisce una fotografia nitida di una città in pieno fermento culturale, purtroppo oggi di nuovo stroncato dalla guerra civile. 


Salvatore Esposito