Mulatu Astatke, Auditorium Parco Della Musica, Roma, 24 Ottobre 2013

Pensando all'Africa, forse è un luogo comune, non si può non immaginare la giungla, dai mille suoni, rumori e colori. Una giungla che è da una parte radici, casa, protezione ma anche insidie, sorprese e schiavitù. Una giungla che "Dr. Astatke", per l'occasione vestito di bianco, ha tradotto per il nostro immaginario in forma di architetture sonore. La formidabile Step Ahead Band che lo accompagna, una ensamble di 7 elementi, merita da subito di essere ringraziata: potentissima la sezione ritmica composta da Tom Skinner alla batteria, Richard Olatunde Baker alle percussioni e dal contrabbasso pizzicato da Neil Charles, ai fiati di Byron Wallen alla tromba e il sax di James Arben, quindi Alexander Hawkins pianoforte e tastiere e Danny Keane al violoncello. Mulatu Astatke, al centro del palco, minuto ma grandissimo direttore d'orchestra e al centro tra vibrafono, percussioni e piano elettrico. La giungla "aggredisce" dal primo attacco. L'intro "Tsome digua" è come un treno che parte alimentato dal groove incessante; il contrabbasso, con i suoi ipnotici e scuri pedali, si trascina dietro ritmiche tribali che sembrano divertirsi a giocare con tempi dispari e continue sincopi. 
I fiati, come il piano e il violoncello, si adeguano e sembrano curarsi ben poco di melodie accattivanti e tappeti di accompagnamento: gli strumenti suonano come fossero "battuti", schiaffeggiati da mani poderose quasi fossero pelli di tamburo. C'è la rabbia dell'Africa tutta nel concerto di Mulatu Astatke, c'è l'improvvisazione e la forza della Natura che in alcun modo si può dominare ma soltanto, in uno slancio artistico e spirituale insieme, assecondare. La tromba come il sax gridano, spesso fissi su di una nota soltanto, che cresce di intensità - che contiene rabbia e gioia insieme - e che ti arriva al cuore prima ancora che alle orecchie. Segue "Dewel" nella quale risuonano echi di caotiche metropoli esotiche ed atmosfere acide alla "Bitches Brew" di Davis. "Yakermew Sew", il terzo brano, ipnotico e suadente, sostenuto da un riff di fiati che riporta a terra, donando concretezza e verità alle emozioni che volano alte sulle note del vibrafono di Mulatu. Piccola citazione alla miglior tradizione di latin-jazz con "Hager fiker", passando da Mongo Santamaria alle storiche charanghe, con un tappeto di tamburi che accompagna le melodie orientaleggianti del violoncello e le soavi scale del flauto traverso. 
Una vera e propria esplosione di emozioni, nodi che si sciolgono attraverso i lunghi brani, nei quali ogni strumentista trova il suo momento e spazio assoluto; brani armonicamente molto ricercati ed originali capaci di travalicare ogni genere. Puoi sentirci il funk, il jazz che improvvisamente fa suo il caos ed il disagio emozionale e cerebrale del "free", un dolce e lento bolero ma anche echi ritmici piu' moderni che si avvicinano di molto all'hip-hop. Quindi "Derashe", "Gamo", dal nuovo album (in una versione pressoché strumentale), "Motherland", bellissima e struggente ballata che fa sognare. "Netsanett", "Azmari" (sempre del nuovo disco), incalzante come raccontasse la fuga e il disagio di un esule, "Yagelle Tizetta", una hit per Mulatu - nella colonna sonora del bellissimo "Broken Flower" di Jim Jarmush - e come primo bis "Yekatit", scandita da una ritmica funk e da suoni marcatamente "afrobeat". Un tostissimo solo di contrabbasso e batteria ci ricorda che la maestria di questi giovani musicisti ha radici lontane e "libere" e sul "free" la band tutta si riallaccia per il secondo fulminante bis che chiude poi lo show. 
Mulatu, presenza gentile e generosa, per tutto lo show è guida spirituale; non si scompone mai, resta calmo come calme e delicate restano le sue incursioni con il vibrafono. Le sue note vibrano con garbo, riportando calma, pace e bellezza nell'animo. Sembrano sussurrate, leggere, composte da armonie delicate che riproducono tutti i colori dell'arcobaleno. Momenti di quiete e bellezza che, senza troppa fatica o ricerca, arrivano. Quando meno te li aspetti. Nulla è ridondante, nulla è superfluo. Non c'è spazio per il virtuosismo. La musica di Mulatu è ricca, ricchissima. Una ricchezza che trova le sue fondamenta nella condivisione, nello scambio. Poche note, ma quelle giuste. Quelle vere. Che trovano forza nella Terra, a cui sono saldamente ancorate e cercano la libertà nel cielo verso il quale, instancabilmente, anelano. 

Michele Mancaniello 
in collaborazione con RootsIsland

Foto di Andrea Boccalini per gentile concessione del Roma Jazz Festival