A Voce Piena. Intervista con Sara Modigliani

Ha scritto Sandro Portelli che “Diego Carpitella diceva che Sara Modigliani è la più perfetta voce della musica popolare italiana – e lui non era tipo da sprecare complimenti “. Monticiana, cresciuta proprio al centro della caput mundi, Sara Modigliani è una voce storica del folk revival, poi della canzone romanesca. È stata la voce femminile nella prima formazione del Canzoniere del Lazio, attivo a cavallo dai primi anni Settanta, in quei fertili e pioneristici tempi di rotture culturali ed estetiche, di ricerca, di sperimentazioni. Dopo un lungo allontanamento dalle scene, negli anni ’90 del secolo scorso Modigliani ha ripreso a cantare, guidando il gruppo La Piazza, nella riproposta di canti e musiche del Lazio, regione così ricca di tradizione orale: canti liturgici e paraliturgici, canti contadini e di lavoro, canto sociale e balli, poesia a braccio in ottava rima e stornelli, strumenti pastorali e corde di orchestrine popolaresche. Centrale anche il suo ruolo di ricercatrice ed interprete del repertorio della canzone urbana romanesca, al fine di recuperarne l’immagine meno conosciuta e rivalutarne gli aspetti più raffinati, a partire da quella personalità enorme che è stato Romolo Balzani, cui ha dedicato “Barcarolo Romano” (2001), inciso con la chitarrista classica Sonia Maurer. Coglie in pieno le anime musicali di Sara “Ma che Razza de Città” (2006), dove canto popolare, canzone tradizionale romana e canzone sociale e d’autore sono tenute insieme da questa interprete unica. Dal nuovo millennio ha dato vita al quintetto Canzoniere di Roma, che ripercorre proprio la storia della canzone tradizionale della città eterna. Da didatta, ha contribuito alla creazione della Scuola Popolare di Musica di Testaccio, è stata una delle fondatrici del Circolo Gianni Bosio, dirige il Coro Multietnico “Romolo Balzani”. 
Ugola calda, profonda e avvolgente, artista dotata di grande tecnica, che espone con naturalezza, senza spavalderie, capace di totale partecipazione al mondo culturale di cui canta. Personalità dalla enorme coscienza civile, amabilissima e disponibile, l’avevo incontrata a casa sua qualche anno fa, insieme all’amico zampognaro Spedino Moffa. Di lei mi avevano colpito non solo l’ospitalità e l’umanità, ma anche la profondità del suo raccontare. Anche se non ne avessi conosciuto la lunga ed esaltante vicenda artistica e culturale, erano bastati pochi aneddoti a farmi capire che è una di quelle persone che staresti ad ascoltare per ore ed ore, che ti insegnano tanto, senza fartelo notare.Ché attraverso le parole si perviene ad una visione ampia di quel mondo popolare che ascoltiamo, studiamo e amiamo (non acriticamente, ben inteso). Mi ero ripromesso di intervistarla, quanto prima. L’occasione è arrivata lo scorso agosto a Civitella Alfedena, spentisi i riflettori del Folk Festival nel quale Sara Modigliani è stata impegnata in un concerto e nella didattica del canto corale. Con la sua testimonianza, abbiamo cercato di focalizzare diverse fasi del folk revival, lo spirito, le scoperte, i ripensamenti, perfino certe contraddizioni in merito ai repertori, al popolare, al lavoro di riproposta. Mi pare ne esca un ritratto schietto, vero, quanto mai appassionato di un personaggio chiave della musica italiana.

Come si è avvicinata al mondo della musica popolare? 
Mi sono avvicinata alla musica popolare o tradizionale come avviene di solito, casualmente, ma non cantavo casualmente, cantavo volutamente, da tanto tempo, per amicizia con mio fratello, che da sempre suona la chitarra. Quando avevo circa 25-26 anni, un giorno venne un mio amico a dirmi: “Ci serve una cantante per un gruppo di musica popolare”. Io cantavo quello che si cantava negli anni ’60: tutto, da Peter Paul & Mary, Dylan, Morandi, Mina, Cantacronache, tutte le canzoni di Fausto Amodei, e le canzoni romane, come Gabriella Ferri: ero innamorata anche del nuovo modo di cantare le canzoni romane. Questo amico, che si chiama Carlo Siliotto, mi disse che serviva una voce femminile per un gruppo di musica popolare. Gli ho chiesto: “Che vuol dire musica popolare?” E lui: “È la musica dei contadini, della campagna. C’è un mio amico che ha fatto un sacco di registrazioni nel Lazio”, – era Sandro Portelli – “ha pensato di mettere su un gruppo per cantare queste cose e riproporle nei posti dove le ha registrate”. Ho detto di sì, così un giorno sono andata a casa di Portelli; c’erano Sandro, Carlo Siliotto, Piero Brega, Francesco Giannattasio e Giovanna (Marini, ndr). Lei promoveva tantissimo l’idea di questo gruppo. Mi fecero ascoltare una registrazione, e a me mi ha preso un colpo! 

Di cosa si trattava, lo ricordi? 
Come, no? Era il “Cantamaggio” della Sabina. Ho sentito questa voce, e come tutti quelli non abituati a questo mondo sonoro, ho pensato: “Mamma mia come cantano male!” Non mi rendevo proprio conto, ma male rispetto a che? Avevo in testa il canone della voce intonata, dell’arrangiamento caruccio. Mi hanno detto: “Dai, prova, prova”. Alla fine ho cantato, ma è venuto fuori uno schifo. Lì, Giovanna ha avuto un click, e mi ha detto: “Ma, perché non canti cinque toni sopra?” E devo dire che in un attimo ho capito, ma istintivamente, qual era il modo del canto popolare, perché per cantare cinque toni – o magari erano quattro, non mi ricordo – come diceva lei, ho dovuto mettere in funzione violentemente il diaframma e mi è uscita una voce che era sconosciuta anche a me. E loro: “Eccola, è questa la voce!” Sono entrata nel Canzoniere del Lazio, che già esisteva, però erano stati fatti vari tentativi con varie formazioni. Da quel momento è cominciato il Canzoniere con la formazione a quattro. 

Il primo disco del Canzoniere si chiamava "Quando nascesti tune”. Proviamo a ricostruire lo spirito di quegli anni? 
Politicamente, era un lavoro serio, nel senso che attraverso il fatto che eravamo comunque più o meno tutti musicisti il nostro intento era di restituire – ci credevamo tantissimo e funzionava – questo repertorio, quindi questa cultura, questo mondo alle persone che lo avevano prodotto, ma non ci credevano, o non credevano che fosse un’arma, come diceva Gianni Bosio. Andavamo in questi stessi paesi dove Sandro aveva registrato, montavamo un palco: quindi eravamo quelli che vengono da Roma e già per questo avevamo ragione, eravamo interessanti. Riconoscevano gli strumenti: suonavamo l’organetto, i tamburi, le chitarre e le voci, che erano la mia e quella di Brega, che c’aveva e c’ha una ancora voce niente male. Appena cominciavamo a cantare, vedevamo che si davano le gomitate, perché riconoscevano i canti e tutto quello che facevamo. Poi a fine concerto i giovani si avvicinavano per capire, erano interessati a quello che facevamo. Era un lavoro di questo genere. Tra di noi c’era uno spirito diverso, eravamo personalità diverse, era differente il modo di stare nel gruppo. Forse per loro tre, che erano studenti, era un lavoro a tempo pieno, io già lavoravo tutta la giornata, quindi era più faticoso ritagliarmi il tempo, era un impegno a latere, un hobby, ma vivendo da sola, le prove si facevano a casa mia, le registrazioni si ascoltavano religiosamente a casa mia. Dopo l’ascolto, si montava il pezzo senza tradire lo spirito, perché per i primi due anni il Canzoniere è stato assolutamente tradizionale, rispettando i modi e lo spirito dei pezzi, Dopo di che sono uscita, perché ho avuto una crisi personale, mi sono licenziata dal lavoro e sono partita per il Canada, dove pensavo di restare. Ma non ce l’ho fatta! Avevo una nostalgia tremenda… tremenda di Roma, dei suoi colori, dei suoi tramonti, degli amici. Nel frattempo avevo in ballo una storia con un cantautore che si chiamava Gianni Nebbiosi, era stato uno dei motivi della mia partenza. Poi quando sono tornata, ci siamo sposati. Gianni era fantastico, scriveva delle canzoni meravigliose, era una persona molto tormentata, scriveva benissimo del tormento, dei disagi: l’immigrato, l’ubriaco, il malato di mente. In uno spettacolo che si chiamava “Fare Musica” con Giovanna Marini, abbiamo messo insieme il Canzoniere con il suo repertorio, Giovanna con il suo repertorio che cantava con Elena Morandi, e Gianni Nebbiosi, che cantava le sue canzoni e aveva un suo gruppo rock. Era una truppa di gente, ma tutti suonavano e cantavano tutto: era all’incirca il 1972, mischiavamo le sue canzoni, ce n’era una bellissima, che cantava Giovanna Marini, si chiamava “E qualcuno poi disse “, che parla di un malato di mente che cerca di stare bene a tutti i costi per uscire dall’ospedale. Ci riesce, Ma di fuori la voglia di uscire si trasforma in voglia di pane..”. Tutti gli chiudono le porte in faccia, cerca lavoro, ma non lo trova e alla fine sbaracca di nuovo e ritorna in ospedale. Tutti partecipavamo a queste canzoni, e quando Giovanna cantava il lamento funebre di ‘Ntunucciu, come ci stavano bene il basso elettrico, le voci e le percussioni! Fu un lavoro abbastanza all’avanguardia, diciamo di contaminazione, ma noi non lo chiamavamo così, parlavamo di elaborazione. 

Il lavoro con Giovanna è proseguito. Quanto è stato importante? 
Con il Canzoniere, lei all’inizio ci introdusse nel suo circuito, ma proprio materialmente. Piano, piano il Canzoniere poi si è fatto strada. Eravamo molto coinvolgenti. C’è stato un episodio in cui Giovanna è stata fondamentale. Era un festival di Re Nudo, tutta una marea di gente sulle rive del Po, un traliccio altissimo e sul traliccio c’era il concerto. Giovanna canta, poi ci siamo noi. Io mi rendo conto che ci sono 3000 persone e mi ha preso un attacco di panico. Giovanna mi ha dato uno spintone, dicendomi: “Vai là e canta!”, costringendomi a cantare. Non ci fossa stata lei… è una persona di grande umanità. Dopo essere ritornata dal Canada, Giovanna mi ha chiamata a partecipare ad un suo spettacolo “Correvano coi carri”, con nove donne in scena. È stato il primo spettacolo in cui lei ha creato questa nuova orchestra con le voci femminili, creando un nuovo gruppo strumentale. Diciamo che da lì è nato poi il quartetto, con la chitarra il gioco di queste voci. L’ultimo concerto con lei l’ho fatto l’8 marzo a Milano, ero incinta con un pancione di otto mesi. E poi basta. 

Anni dopo è arriva l’esperienza con La Piazza, erano gli anni ’90. Che differenze rispetto al passato? 
Una differenza totale, abissale. Erano passati venti anni, non avevo nessuna intenzione di cantare più, era una storia vecchia, passata. L’occasione è stata un amico medico gastroenterologo, che suonava chitarra e mandolino. Mi sono accorta che lui e un suo amico con l’organetto facevano tutto il repertorio del Canzoniere del Lazio e mi hanno chiesto di mettere su un gruppo. Ma io non mi rendevo proprio conto che c’era qualcuno a cui piacevano quelle cose e che le suonava ancora…era come se fossero cose mie, del mio passato. E lui, mi fa: “Ma Sara, ma queste le sa un sacco di gente, voi siete stati lo spirito guida per tante persone”. Timidamente abbiamo messo su un gruppo che si chiamava La Cinciarella. Ci chiamò Gastone Pietrucci (il leder de La Macina, ndr) per fare il Cantamaggio a Morro D’Alba. Lì abbiamo messo su uno spettacolo, e in quella occasione Giovanna Marini era lì con il suo coro. 
Ci ha ascoltati e dopo mi ha preso da parte, dicendomi che era una cosa da dilettanti, mentre io ero arrivata in alto, avrei potuto mettermi con gente più esperta, più brava. Lei mi ha ridato la voglia, mi ha fatto capire che potevo ancora cantare. Io mi sentivo veramente una dilettante, come se la mia storia musicale fosse finita. Non è stato affatto facile, dire: “Continuo da sola, tu no”, eccetera: è sempre doloroso! Poi c’è stato un altro episodio contestuale, Claudio Papi, il mandolinista, aveva un disco, un bellissimo LP. L’ho ascoltato e alle prime note mi son detta: “Questo è quello che voglio fare”. Era un disco di Italia Ranaldi, l’unico disco fatto da lei: “Italia Ranaldi e la Sabina”. Ho sentito la sua voce, il suo repertorio e mi sono sentita l’erede di tutto quello. Non avevo motivo di fare più solo le cose del Canzoniere, ma ho voluto conoscere questa signora… Ho cercato il suo nome nell’elenco telefonico. Era l’unica. Le ho telefonato, e al telefono, ho riconosciuto subito al sua voce. Non aveva nemmeno una copia del suo disco! Ci siamo incontrate, siamo diventate amiche; lei mi ha insegnato il suo repertorio: così è nato il gruppo La Piazza, contestualmente alla scoperta di Italia Rinaldi (il gruppo ha prodotto due CD "Milandè" e "Amore piccolino fatte grande…", ndr). 

Anni dopo, ancora, con l’incisione di “Barcarolo Romano”, con Sonia Maurer, mi sembra che la relazione, oso dire, “disturbata” con la canzone romana popolaresca si sia risolta. Da lì è cominciato un percorso parallelo, che ha portato anche alla riscoperta di un grande autore come Romolo Balzani. 
Quando cantavamo con il Canzoniere c’era una sensazione di sano disprezzo per la canzone romana, che era considerata roba dei burini… Però succedeva che i burini non distinguevano giustamente, intellettualmente, tra il canto di mietitura e “Barcarolo romano”. Alla fine del concerto, mi chiedevano “Barcarolo Romano” . E io lo disprezzavo, dicevo: “Che c’entra, noi facciamo un lavoro politico…”. Finché ad un certo punto con La Piazza, mi è entrato un chiodo, mi sono chiesta: “Ma perché mi chiedono ‘Barcarolo’. Cosa c’avrà sto’ ‘Barcarolo’?” Io la sapevo da quando avevo quattro anni, avevo questa passione per la canzone romana che avevo sempre negato, l’aveva tenuta nascosta agli altri membri del Canzoniere, perché mi vergognavo. Poi, ho conosciuto per caso, passeggiando con un amico, il figlio di Romolo Balzani, Remo, che custodisce i programmi di sala degli anni’ 30 e i 78 giri del padre, che da poco ha permesso di digitalizzare. 
Gentilissimo, mi ha messo a disposizione il suo archivio, custodito in un armadio a casa sua: lui è un cultore della storia del padre. Ho coinvolto Sonia Maurer, che è una grande chitarrista e mandolinista nel recupero del mondo di Romolo Balzani. Sonia ha portato sulla chitarra gli arrangiamenti orchestrali. Piano piano siamo stati in grado di uscire con il CD, edito dall’etichetta Terzo Millennio, che ha da subito creduto nel progetto culturale. È stato un lavoro molto lungo, durato un anno e mezzo circa. È stata una grande soddisfazione; mi è sembrato di restituire a Roma una pezzo, della sua storia. Sai, di Balzani non si parlava più, un po’ perché la sinistra rifiutava la canzone romana, un po’ perché si indentificava la canzone romana e Balzani con il periodo fascista, per il successo di Balzani nel ventennio. La sua figura è stata tramandata come quella del cantore del regime, identificandolo con un’ideologia che non era assolutamente di Balzani, che era uno spirito libero e indipendente, non gliene fregava niente! Era così libero ed esuberante che non avrebbe mai accettato qualsiasi tipo di imposizione. Alla fine di ogni spettacolo era obbligatorio cantare inni al regime, cosa che lui non faceva mai. Tutte le volte la milizia gli andava a fare visita nei camerini, e lui diceva che se ne era dimenticato… Era talmente famoso che non potevano fargli niente. La nostra è stata una restituzione! 

Oggi, molti gruppi riprendono la canzone romana… 
A me, mi fa piacere, vuol dire che a qualcosa siamo servite. 

Parallelamente, c’è stato il percorso del disco “Ma che razza de città “, che condensa le tue diverse strade, e poi è nato Il Canzoniere di Roma. Quale il tuo approccio alla canzone romana?
Come arrangiamenti e strumentazione abbiamo sempre cercato di rispettare l’originale. l’orchestrina a plettro degli anni ’20 e ’30, che vuol dire arrangiamenti leziosi di tipo ottocentesco. Dal duo con Sonia, che funzionava bene, siamo diventati un quintetto: abbiamo aggiunto la mandola (Luca Mereu) e il mandolino (Felice Zaccheo) alla chitarra di Sonia e due voci, la mia e quella di Marco Onorati, il marito di Sonia. Si è allargato anche il repertorio, facciamo la storia della canzone romana. Invece, “Ma che Razza de’ città” è stato un desiderio mio, sentivo che stava cambiando qualcosa. Ho sentito questa esigenza di fissare qualcosa, di mettere tutte le mie anime musicali: il canto popolare, la canzone politica e la canzone romana. 

Parlando di canzone romana, viene subito in mente il nome di Gabriella Ferri, già ne accennavi all’inizio della nostra conversazione. Cosa hai amato ed ami della sua voce, quali delle sue interpretazione ti prendono di più? 
Ho amato la sua personalità, il fatto che cantasse la canzone romana completamente sganciata dal bel canto: di cantanti bravissimi tecnicamente, per carità, ma non c’era proprio gara. Gabriella Ferri aveva il suo modo di cantare unico, se le era digerite, romanissima quale era, con una personalità così potente, le ricacciava così sue, diverse, che quasi non avevano più niente a che vedere con la canzone cantata da Alvaro Amici o Claudio Villa. Sull’interpretazione, non ti so dire: “Le mantellate”, ma è una canzone moderna (di Giorgio Strehler e Fiorenzo Carpi, ndr), ma anche “A tocchi a tocchi ‘na campana sona”, sarà che saranno state le prime canzoni che ho imparato; ho sentito lei prima di sentire quelli tradizionali, la passione per me è nata con Gabriella Ferri. Poi ho ascoltati anche gli altri, e ho capito che era il modo vecchio di cantare queste canzoni. Poi ho trovato il mio, non l’ho cercato, venendo da questo imprinting del modo popolare, me le sono ricantate come pareva a me.

Una canzone che vorresti aver scritto? 
Ma che Razza de’ città. 

Stai pensando a nuovi progetti artistici? 
Non proprio, ma una carissima amica proprio dopo il concerto di Civitella, mi ha dato il suggerimento di fare un CD di sole serenate, mettendo insieme le serenate romane e quelle popolari. Vediamo se c’è qualcuno che ci dà un mano. 

Un'altra attività significativa è la didattica del canto. 
L’approccio alla didattica, è cominciato anche questo per caso. Un’amica mi ha chiesto di insegnare canto popolare alle mamme, alle signore, al Trullo. Ho scoperto piano piano la potenza del cantare insieme, l’utilità del cantare insieme, perché poi vedevo in me e in loro che queste due ore passavano come un’isola in mezzo alla giornata, i problemi, i casini. Le signore andavano a fare la spesa e tornavano a cantare e poi andavano a cucinare. C’era un recupero di energie in quelle due ore. Poi al Trullo c’era una situazione di riconoscimento delle canzoni, proprio dei tradizionali canti popolari, perché ancora c’era ancora una memoria del paese abbastanza vicina, in borgata, per cui molte signore dicevano: “Ma io questa la conosco, si fa così..”. Dal Trullo sono passata alla Casa Internazionale delle Donne, ancora non c’era il Bosio. Quando è stato rifondato, volevo andare al Bosio, ma ho continuato lì perché c’era un’allieva di 92 anni che non poteva fare le scale del Bosio. Era una signora pugliese, pace all’anima sua, che ci cantava degli stornelli sozzi, che non ti puoi immaginare. In seguito, ci siamo spostati alla Casa della Memoria, dove c’era l’archivio del Bosio. E quindi al Circolo Gianni Bosio. Parallelamente è nato in periferia il coro multietnico, come progetto di integrazione interculturale nato da due insegnanti di scuola elementare al Casilino XXIII, Villa De Santis, una zona con tantissimi immigrati, che hanno messo su un coro di bambini multietnico, un’esperienza straordinaria. Poi si è provata la stessa cosa con i grandi, ed è nato il Coro Multietnico Romolo Balzani, perché lavora nella scuola “Romolo Balzani”. 

Gli ascolti di Sara Modigliani? Le riscoperte? 
 Tanti, da Riccardo Marasco che non conoscevo, un cantante toscano, che mi piace tantissimo per l’approccio alle canzoni popolari: le fa semplici semplici, con la sua bella voce, che mi piace molto. Da lui sto pescando varie cose. Mi ritrovo non so quanti CD di musica popolare, ogni volta che li riprendo per preparare un laboratorio, riscopro cose conosciute, come La Macina in un particolare CD o Cantovivo in un particolare disco… Tutto è ancora prezioso per me, tutto è nuovo e vecchio. Uno le cose le scopre nuove, perché sei in un altro momento della vita. 


Ciro De Rosa