Terra Ca Nun Senti: La Sicilia di Rita Botto

Cantante dal timbro intenso e dalla grande passionalità, Rita Botto nel corso della sua vicenda artistica si è segnalata come una delle più originali interpreti della tradizione musicale siciliana, avendo spesso unito l’attività di ricerca e riproposizione, con la sperimentazione in ambito jazz. La recente pubblicazione di “Ninnaò”, disco dedicato alle ninna nanne siciliane, e di “Terra Ca Nun Senti” inciso con la Banda di Avola, sono l’occasione per approfondire la genesi e le ispirazioni alla base di entrambi i progetti e allo stesso tempo per toccare le fasi principali della sua carriera. 

Ci puoi parlare del tuo percorso di ricerca, riproposta e sperimentazione in chiave jazz dei materiali della tradizione siciliana? 
Il bisogno di cantare in una lingua che fosse mia, e corrispondesse visceralmente al mio modo di esprimere sentimenti in musica, non è stato immediato. Ci sono voluti anni prima di capire che cantare in siciliano era la cosa giusta per me! Certamente la scoperta di Rosa Balistrieri e del suo repertorio furono determinanti, perché lasciassi il mio amore per il jazz, in nome della canzone popolare siciliana! Rosa è stata come la Sirena che ti ammalia e non ti lascia respiro, non solo per l’intensità del canto, ma per i versi che finalmente parlavano alla mia anima assetata. C’è da dire che tutto questo avvenne, mentre vivevo a Bologna, e forse questo spiega lo stupore di scoprire in terra straniera, il potere seducente della mia cultura, che sentivo forte per la prima volta! Perché Rosa Balistrieri cantava principalmente i sentimenti di un antico popolo, la tradizione! In questa nuova avventura di cantare in siciliano, mi sono affidata al repertorio della Balistreri, con i musicisti di sempre, con i quali cantavo il jazz, che hanno trattato la canzone popolare effettivamente come uno standard, ecco perché viene spontaneo l’accostamento al jazz. D’altra parte il mio modo di cantare, rivela subito che ho affinato la mia voce per altre esperienze , che esulano dal canto popolare tradizionale. Lo scioglilingua che faccio spesso in concerto, mette in luce più di ogni cosa quanto dico, è un esperimento che gioca nel ritmo e nella timbrica della voce, con l’uso di parole sicule, dove la parte sonora del dialetto viene ad essere esaltata. 

Più in particolare quanto ti ha influenzato l’incontro con il repertorio e lo stile vocale di Rosa Balistrieri… 
Se qualche influenza c’è stata, questa è sicuramente riconducibile al modo di rielaborare la tradizione! Spesso parto da versi di autori anonimi per aggiungerne dei miei, o magari inventarmi di sana pianta una melodia su antiche quartine. E’ tutto un lavoro di ritaglio dove il vecchio è cucito a nuovo. Credo, invece, per quanto riguarda la voce, che ci accumuni un certo temperamento focoso e schietto, doti che si hanno a prescindere da qualsiasi influenza, oltretutto Rosa Balistrieri è unica! 

Le canzoni di Rosa Balistrieri e Antonino Uccello sono tra le protagoniste del progetto Ninnanò. Come nasce questo disco? 
Il disco sulle ninnananne siciliane, nasce dopo cinque anni di silenzio dal precedente “Donna Rita”. C’era tutta la voglia di cambiare, di iniziare un nuovo corso che lasciasse da parte i vecchi arrangiamenti jazz, per avvicinarsi con più rispetto alla tradizione, senza però essere scontati. 

Il disco raccoglie anche diversi brani tradizionali come “Ialofru Ca Ri Spagna Si Binutu” e “Figghia Mia Quantu Si Fina”… 
Il lavoro di ricerca fatto da Antonino Uccello sulle ninnananne, forse è la più bella testimonianza che abbiamo in questo senso su un repertorio tutto al femminile, dove la tradizione orale e la fantasia individuale producevano effetti di grande intensità. Scegliere tra le tante da lui raccolte e quelle cantate da Rosa, non è stato difficile! Ma se devo dire con quale criterio ho selezionato i brani ,non è stato certo quello della tematica, che è comune a tutte,ma quello dell’indossabilità! Credo che il paragone, dove un brano che canti ti deve stare bene come un abito che indossi, calzi a pennello! Devi sentirti a tuo agio, in più mettere in risalto le tue qualità migliori. Sentire a primo colpo che quella melodia ti acchiappa, che la senti dentro, per me è già un segnale di buona riuscita. 

Dal punto di vista degli arrangiamenti come si è indirizzato il tuo lavoro in “Nannaò”? 
Chi ha curato gli arrangiamenti nel disco delle ninnananne è Giovanni Arena, contrabbassista con il quale collaboro da anni qui in Sicilia. Musicista che ha il pregio che lavorare minuziosamente con uno sguardo rivolto alla musica contemporanea. Cosa che sicuramente, mi dava la possibilità di fare un disco che suonasse diversamente da quelli precedenti. Ho solo espresso il desiderio che ogni brano avesse un suo carattere, un suo mondo, e ribadito l’essenzialità di arrangiamenti scarni che lasciassero alla voce un ruolo protagonista, visto che le ninnananne nascono così e continuano a vivere in questo modo. Sono estremamente soddisfatta di tale risultato, credo sia un disco che accarezzi l’orecchio, rivolto essenzialmente ad un pubblico adulto, che certamente ha bisogno, per essere apprezzato, di più di un ascolto. 

Al disco ha collaborato anche Riccardo Tesi con cui esegui “E La ò Lu Figghiu Miu”..
È stata una grande fortuna avere avuto Riccardo Tesi in “E La ò Lu Figghiu Miu”, oltretutto è un bellissimo canto, ricco di abbellimenti melismatici, che andava trattato in un modo che solo un maestro come lui poteva fare. Rimane tra i brani più riusciti dell’intero disco. 

Il disco si chiude con il racconto della leggenda di Colapesce, come mai questa scelta? 
Quante volte i bimbi chiedono un racconto, una favola, prima di dormire! Da piccolina rimanevo affascinata ascoltando le favole sul giradischi. Così ho pensato a Colapesce, personaggio leggendario qui in Sicilia. Cola, metà uomo, metà pesce, con grande generosità, decise di rimanere a sorreggere la colonna che stava per crollare, affinché la Sicilia non sprofondasse negli abissi! Un eroe… un ottimo esempio. Tra l’altro ,la storia con alcune varianti, è conosciuta anche in Francia, ed e stata ripresa anche da Italo Calvino. 

Ci puoi raccontare del progetto “Terra Ca Nun Senti" con la Banda Di Avola? 
Il progetto “Terra Ca Nun Senti”, nasce dalla voglia di accostare la tradizione del canto popolare siciliano a quella, altrettanto diffusa nell’isola, delle bande municipali, accoppiata musicale alquanto insolita, basti pensare che nel repertorio bandistico non esistono brani che contemplino la voce. Ci siamo ritrovati la scorsa estate a Noto per “La Notte di Giufà” con questa finalità; ci siamo ritrovati perché già in Spagna, nel 2004 al Real Alcazar di Siviglia e l’anno dopo a Barcellona, eravamo insieme nel progetto Banda Ionica di Roy Paci e dell’ex fisarmonicista dei Mau Mau Fabio Barovero. Dal Concerto a Noto è nata così l’idea con Sebastiano Bell’Arte, Direttore della Banda di Avola,di fare un disco insieme, registrando ad un mese di distanza da questa esperienza: tema la Sicilia, ovviamente partendo dalla comune passione per Rosa Balistreri, dal cui repertorio vengono ripresi brani che sono parte sostanziale della nuova creatura discografica. Per la fretta di registrare, non c’è stato molto tempo di realizzare brani nostri, giusto due inediti: “Fatti Li Fatti Tò”, un mio brano, che con parole dure, in siciliano verace, mette in ginocchio chi ingiuria l’amore di due amanti lontani, arrangiato da Sebastiano Bell’Arte; e “Don Nuzzo”, uno strumentale che chiude il disco, scritto dal direttore della Banda, un omaggio in musica al “nonno” della banda, il settantasettenne Don Nuzzo Calvo, ex trombettista ed oggi suonatore di piatti. “Lu Matrimoniu”, presente già in “Stranizza D’Amuri”, si prestava ad essere ripreso con arrangiamento bandistico, oltretutto è un brano a me molto caro, in quanto racconta il matrimonio dei miei genitori. 

Come si è indirizzato il tuo approccio vocale, nel misurarti con una banda? Quanto ti ha arricchito musicalmente questa esperienza con la Banda Di Avola? 
È stato tutto molto naturale, mi sento completamente a mio agio a cantare in banda, anzi ho trovato grande facilità d’intonazione vista la ricchezza armonica. L’esperienza con i “banditi” cinquanta ragazzi capitanati da un maestro di qualità, continua ad essere stupenda, mi sento protetta, mi danno una carica pazzesca. In cambio, credo di aver donato loro il piacere di suonare canzoni che forse, per la loro giovane età non conoscevano, che invece adesso cantano tutti. 

Concludendo quali sono i tuoi progetti per il futuro? 
Difficile da dire, aver lavorato nello stesso anno a due dischi molto diversi tra loro, mi ha tolto un po’ la voglia di pensare. Ho ancora dei brani miei inediti, che mi piacerebbe registrare. Forse il prossimo disco potrebbe essere tutto autoriale. 

Rita Botto – Ninnaò (Recording Arts, 2012) 
“Mia Nonna era levatrice, faceva nascere i bambini in casa come usava un tempo. Io di figli neanche l’ombra. Curioso come mi sia dedicata alle ninnananne. Mi sono detta che le ninnananne sono una componente importantissima della cultura popolare. E poi, sono talmente belle. Ma sentivo che c’era dell’altro, la voglia di non negarmi un ruolo genitoriale, di dare continuità al passato, di tramandare. Spero che i bimbi possano ancora addormentarsi al suono delle antiche nenie, che madri padri e nonni se ne facciano vettori, perché è dalla voce dei propri cari che i bimbi amano essere cullati”, così Rita Botto scrive nella presentazione di Ninnaò, disco interamente dedicato alle ninna nanne della tradizione siciliana, nel quale ha raccolto tredici brani. Inciso con l’aiuto del contrabbassista Giovanni Arena, che ha curato anche gli arrangiamenti, e del chitarrista Vincenzo Gangi, il disco è un viaggio attraverso la semplicità e la dolcezza di alcune melodie tradizionali, attraverso le quali la Botto riscopre la ricchezza e la profondità della tradizione, a cinque anni di distanza da “Donna Rita”, in cui a dominare era la commistione con il jazz. L’ascolto ci regala infatti momenti di grande lirismo soprattutto quando a brillare sono alcuni brani tradizionali come “Ialofru Ca Ri Spagna Si Binutu” e “Figghia Mia Quantu Si Fina”, frutto dell’eccellente lavoro di ricerca compiuto da Antonio Uccello, tuttavia il vertice del disco arriva con la splendida “E La ò Figghiu Miu”, in cui spicca l’arrangiamento per voce e organetto diatonico curato da Riccardo Tesi. “Ninnaò” è dunque un lavoro di grande bellezza, che racchiude in sé tutto il fascino e la ricchezza della tradizione siciliana, e non è un caso che si concluda con l’emblematica leggenda di Colapesce, tra le più famose e note dell’isola. 



Banda Di Avola & Rita Botto - Terra Ca Nun Senti (Recording Arts, 2013) 
Complice un concerto tenuto a Noto nel luglio del 2012, nel corso della Notte di Giufà, in cui Rita Botto e la Banda Musicale di Avola si sono incontrati sullo stesso palco, pian piano ha preso vita il progetto di realizzare un disco insieme, che coniugasse in qualche modo la tradizione del canto popolare e quella delle bande municipali in Sicilia. E’ nato così “Terra Ca Nun Senti”, disco che attraverso dodici brani, arrangiati da Sebastiano Bell'Arte, combina in modo eccellente la bellezza e l’ironia del canto femminile con l’energia e la potenza della musica di un ensamble bandistisico di cinquanta elementi. Durante l’ascolto emerge in modo chiaro come Rita Botto, approcci ogni brano quasi con piglio teatrale dando corpo alla sua voce nel confronto con la banda, e così brillano brani come i doppi sensi sessuali de “ ‘A Virrinedda” e dell’ammiccante “Me Mugghieri Unn'avi Pila”, ma soprattutto il racconto de la fuitina de Mamma Vi L'haiu Persu Lu Rispettu”. A spiccare però in modo particolare sono, senza dubbio quel gioiello che è la title-track “Terra Ca Nun Senti”, che in questa versione per banda appare ancora più intensa e sentita, e la splendida “Cantu e Cuntu” dal repertorio di Rosa Balistrieri, qui resa in una versione dolente, rabbiosa, quasi sacrale, o la trascinante, fino a toccare. Bello anche il finale con “Mi Votu e Mi Rivotu”, “Lu Matrimoniu” e lo strumentale “Don Nuzzu”, che suggellano un lavoro di pregevolissima fattura, che getta nuova luce sulla tradizione musicale siciliana, esplorando la commistione tra il canto femminile e la musica da banda. 


Salvatore Esposito