Almoraima – Banjara (Anima Mundi, 2013)

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Almoraima, titolo di un vecchio disco di Paco de Lucia, è uno storico crocevia in terra andalusa, luogo dell’anima per la band multiculturale con sede in Salento, segno della musicalità vibrante di una penisola che non si esprime solo nel revival delle pizziche. Un quintetto di artisti dai percorsi di vita migratori: il leader, autore ed ideatore del progetto, Massimiliano “Massi Almoraima” de Salvatore (chitarra flamenco, ūd, palmas), è arrivato in Salento da Losanna ancora adolescente, non senza aver assorbito influenze musicali dai vicini migranti iberici in Svizzera, cui sono seguiti profondi studi musicali di toque flamenco. Ha origini catalane, ed un passato in Camargue, il cantaor Antonio Corba (voce, chitarra ritmica, palmas), mentre è di origini pakistane il maestro Saleem Anichini (viola); completano l’organico, del tutto rinnovato rispetto al disco di debutto, Rocco Negro (fisarmonica), Angelo Urso, contrabbassista di formazione jazz, l’ottimo percussionista Roberto Chiga (cajon, daf, tar, darbuka, riqq, cavigliere, palmas), con il contributo sostanzioso dei flauti (traverso, bansuri, xiao) di Giorgia Santoro e la voce di Rachele Andrioli. Se il primo album Amor Gitano aveva portato sulla scena un ensemble che combinava amore per le fonti andaluse e nuova composizione, il secondo lavoro per l’etichetta otrantina ha ancora il centro di gravità nel flamenco, ma accentua la volontà di creare una cartografia sonora nomade, con uno scenario ritmico e melodico rinnovato per l’apporto di contrabbasso, percussioni arabe, ūd e, soprattutto, viola. Banjara è un richiamo a quel Rajasthan da cui migrò il popolo Rom, il cui ruolo è stato essenziale nel processo di genesi e sviluppo del flamenco, ma è anche il portato di recenti esperienze live nel nord dell’India per la band “salentina”. Disco in undici tracce, la cui strada è aperta dal classico di area granadina “Tangos de Pepico” (di cui è stato prodotto anche un video, realizzato dal collettivo salentino Meditfilm, girato in occasione del concerto del 1° maggio a Kurumuny e nella masseria Le Quattro Macine), pieno di pathos e sensualità nei versi d’attacco: ‘Desde que se fue mi Pepe…’, in cui Massi esibisce tocco preciso e moderno nelle falsetas, a cavallo tra tradizione e innovazione, cadenze arabe nel dialogo tra ūd e viola, mentre la fisarmonica aggiunge calde sfumature melodiche. 
Archi e liuto arabo ancora in primo piano anche nella svettante title-track, vero manifesto del nuovo corso di Almoraima, dove il gusto mediorientale si fa strada nella struttura dell’antico canto sefardita, la viola si ritaglia sprazzi di assolo e gli interventi della fisa richiamano le frasi di un armonium. È naturale che un gruppo che nel fascinoso attraversamento ed incrocio di mondi sonori costruisce la sua essenza artistica rilegga una composizione di un altro instancabile esploratore delle musiche modali e delle corde, il francese Thierry “Titì” Robin: suo è “Bolero di Titì”, brano dal forte lirismo, evocatore di immagini di transiti. Appartiene al repertorio di Hossam Ramzy la potente “Rumba pà” – altro episodio che spicca per il suono di insieme, con tamburi e fiati in evidenza – nel quale si gioca sugli archetipi fondanti dell’Al-Andalus che hanno fatto la fortuna del “flamenco arabe” del percussionista cairota. Cuore sonoro fatto di dolcezza, intimismo, virtuosismo, carnalità e vertigine della danza, percorrendo i tanti profili ritmici e melodici dei palos, tra bulerias (“Jaleos”, su testo di Corba), soleà (“Leila”, superba composizione di Massi), fandangos (“A mi madre”, testo di Corba su un tema tradizionale andaluso). Atmosfere moresche e notevole verve nell’incontro tra chitarra, ūd, percussioni, contrabbasso e viola nei tangos di “Compas moro”. Invece, “La pastora” ci riconduce alle consanguineità della tradizione sefardita, riletta da Almoraima con una fluttuante morbidezza. Ancora, c’è l’originale “Tangos arabe”, in cui il gruppo rinnova le relazioni imbrigliate tra Andalusia e sponda sud del piccolo mare nel bel dialogo tra chitarra flamenca e fisarmonica, mentre la chiusura del disco è per una festante ed incalzante rumba gitana (“Rumba catalana”) di tradizione. Se è vero che il nuevo flamenco iberico ha una storia ormai consolidata di sentieri incrociati con il mondo nordafricano, arabo e del Vicino Oriente, l’alquimìa di Almoraima, inscritta in questa scia estetica della musicalità errante, ci stordisce piacevolmente con profumi, passione, immediatezza ed energia. 


Ciro De Rosa