Dervish – The Thrush In The Storm (Whirling Discs)

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Il ritorno dei Dervish è accolto sempre con entusiasmo dai cultori della musica tradizionale irlandese. Il motivo è presto spiegato: da 25 anni la band di Sligo è capofila di un suono acustico che ha attinto alle fonti “vive” della tradizione locale, a quelle discografiche, altrettanto vibranti, del revival iniziato sul finire degli anni ‘60 del XX secolo e si alimenta delle frequentazioni con i nuovi artisti trad. Ancora, i Dervish hanno acquisito un’esperienza di scena che li ha resi un combo formidabile per amalgama di suono e spirito “on the road”, diventando, a loro volta, punto di riferimento per le giovani generazioni di musicisti. Aggiungiamo pure che la continuità della line-up (solo il violinista e chitarrista Seamie O’Dowd ha lasciato la band di recente) ha sedimentato il senso di compartecipazione e che da sempre la band pratica una politica del “DIY”, avendo creato una propria etichetta per cui produce i dischi. Così a tre anni distanza dal live “From Stage to Stage”, i 53 minuti in cui si sviluppano le 12 tracce di “The Thrush in the Storm” – nuovo album in studio prodotto da Richard Ford e registrato di getto in pochissimo tempo dopo una minuziosa scelta dei materiali – contengono tutto quanto di meglio ci si può attendere dal sestetto. Quello dei Dervish è un esemplare equilibrio sonoro, fatto di spinta ritmica di plettri e percussioni, violino, organetto e flauto a dettare la melodia, incrociandosi e ricavandosi spunti solistici, una cantante dalla vocalità incisiva, ormai dal timbro identificabilissimo, che si inscrive nella nobile scia delle maggiori interpreti del revival (da ascoltare il suo disco solista del 2012 “All the Way Home”). 
Dervish sono Cathy Jordan (voce, bodhràn, bones, chitarra), Brian McDonagh (mandolino, mandola, chitarra e accompagnamento vocale), Michael Holmes (bouzouki, chitarra), Shane Mitchell (organetto), Liam Kelly (flauto, whistle, accompagnamento vocale), Tom Morrow (violino, viola), qui con il contributo del contrabbasso di Trevor Hutchinson. Se il precedente lavoro in studio “Travelling Show”, tra l’altro pieno di ospiti eccellenti, si apriva all’interpretazione di songs contemporanee, questa nuova opera si snoda tutta all’interno dei materiali derivanti dalla tradizione orale o composti in stile tradizionale. Sono scintille fino dal set danzereccio “The Green Gowned Lass” che apre il disco: compatta sezione ritmica con flauto, violino e organetto in primo piano. La prima canzone gaelica è il drammatico tradizionale “Baba Chonraoi”, per la voce cristallina della Jordan, capace di restituire tutta la tensione narrativa della vicenda, tenendo l’ascoltatore con il fiato sospeso. Per intesa e dinamica strumentale “Maggie’s Lilt” è un altro set vincente che si sviluppa a tempo di barn dance e di reel (dal repertorio dei violinisti John Carty e Vincent Broderick). Ancora un saggio della grandezza vocale di Cathy si ha con la ballata “The Lover’s Token”, che riprende il topos del ritorno dalla guerra, sotto travestimento, dell’uomo per mettere alla prova la fedeltà della donna. 
“The rolling wave” esplora il lato meno frenetico della band, è l’asciuttezza di chi sa anche dosare le note ed esplorare le melodia. Il brano successivo è una ballata contemporanea, cantata in inglese, davvero ben confezionata (“Shanagolden”), che cede il passo ad un set di efficaci reel. Poi arrivano di seguito altre due ballate centrate sul tema dell’amore (“The Banks of the Clyde” e “Handsome Polly-O”), differenti per struttura – la prima ha l’andamento esemplare di una song, la seconda porta una decisa spinta ritmica – ma entrambe esaltano la modulazione eccellente di Cathy, l’abilità nella consonanza tra parola cantata e melopea, la capacità di esprimere emozione con naturalezza, non cantando mai sopra le righe. La brillante coppia di hornpipe ("The Harp and the Shamrock") gioca sull’ottima tenuta ritmico-melodica della band, mentre "Snoring Biddy”, bellissima, con ancora una superlativa interpretazione canora che si erge su arrangiamenti ben calibrati, ci riconduce nella contea di Leitrim, da cui proviene molto del materiale del disco. Nel trittico finale strumentale, che ha dato il titolo al lavoro, i Dervish condensano tutta la loro maestria e forza espressiva. 


Ciro De Rosa