Dario Lombardo & The Blues Gang – Pop Life Studio Session

A distanza di dieci anni dall’ottimo “Searchin’ For Gold”, pubblicato da Il Popolo del Blues di Ernesto De Pascale, Dario Lombardo e la sua Blues Gang tornano in pista in grande stile non con uno, ma con ben due dischi nati parallelamente e caratterizzati da sonorità differenti, che spaziano dal blues del primo al soul del secondo. Abbiamo intervistato il bluesman torinese, per farci raccontare la genesi di questi due dischi, le differenze, soffermandoci in particolare sui brani più rappresentativi.

Come nasce il progetto "Pop Life Studio Session"? 
Dobbiamo andare indietro fino all' autunno del 2010: in quel momento prende corpo l' idea, o meglio la necessità, di tornare in studio per registrare del materiale nuovo. “Searchin’ For Gold”, l' album prodotto da Ernesto de Pascale per Il Popolo Del Blues, era uscito nel 2003: da allora molte cose erano successe, e molte canzoni si erano accumulate in archivio, alcune pronte e finite, altre invece ancora da precisare e terminare. Così, dopo qualche mese di lavoro su queste rifiniture, alla fine del gennaio 2011 Ernesto mi disse di mandargli i provini: quella fu l' ultima volta in cui ci parlammo, il CD con i provini è rimasto purtroppo sul mio tavolo da lavoro. La scomparsa di Ernesto mi fece decidere di andare comunque avanti col progetto, a tutti i costi, anche senza una produzione e un' etichetta di riferimento. Così trovai il Pop Life Studio a Milano, nella zona della città che da sempre è un po' il nostro “quartier generale”, ed iniziammo con molta calma a lavorare. L'idea era quella di registrare, senza una scaletta precisa, e poi vedere alla fine che materiale sarebbe stato disponibile. Ho pensato ad un gruppo di lavoro che includesse alcuni dei musicisti che più mi sono stati vicini negli anni, e quindi oltre alla formazione base della Blues Gang (Scagliarini, Pavin e Bertagna), ho chiamato Valentina Comi, la pianista che fu parte dei Mean Mistreater e dei Blues Shakers, gruppi con cui ho lavorato dal 1979 al 1985; Giancarlo Crea, leader di quei Mean Mistreater e poi della Model T Boogie, il gruppo che nel triennio 86/89 fu al vertice del Blues Italiano; Marco Vintani, che fu nella Blues Gang tra il '90 ed il '92. E l' etichetta alla fine è stata la neonata Cluster di Torino. 

Da dove è nata l'esigenza di realizzare due dischi differenti, invece che un semplice doppio album? 
Nel 2012, al termine del lavoro di ripresa, mi sono ritrovato con diciannove brani a disposizione. Probabilmente altri avrebbero tagliato drasticamente lasciando molte canzoni nel cassetto in attesa di future pubblicazioni, ma io non ero di questo avviso. E poi, l' ascolto dei brani delineava due aspetti molto diversi tra loro, che da sempre sono parte del mio modo di scrivere: da un lato il Blues, lo Chicago Blues, quello imparato negli anni con Phil Guy ma scelto già nel passato; dall' altro quella mistura di Soul, Blues e Pop che in qualche modo ho sempre avuto dentro, la cui origine è forse negli ascolti che facevo da ragazzo, quando preferivo al Progressive ed al Rock più pesante il Folk e la West Coast, o anche agli anni di lavoro con Arthur Miles, quando dal Blues passammo ad un repertorio che era quasi esclusivamente Soul. E anche, forse, ancora una volta agli insegnamenti di Phil Guy, che pur essendo un musicista eminentemente Blues inseriva di tutto nel suo spettacolo e nei suoi dischi...e poi anche agli anni con Model T, nell' 89 registrammo una specie di Rap, cosa che allora destò un poco di scalpore. Così, dicevo, diciannove brani e due stili diversi: come presentarli meglio al pubblico? Come far capire meglio le differenze e l'uguale importanza di questi due aspetti? Un doppio poteva sembrare da un lato un qualcosa di desueto, dall'altro un entità in cui i due aspetti avrebbero potuto anche autoelidersi o cannibalizzarsi a vicenda. E poi, un doppio è un impegno di acquisto non indifferente. Al contrario, due CD separati possono delinearsi meglio, restando indipendenti ed essendo progetti autonomi, in fondo uniti dalla comune origine. Ed essendo acquistabili separatamente, o insieme con uno special price... 

Sono passati dieci anni dal tuo ultimo disco in studio, come si è evoluto il tuo stile cantautorale?
Questo è strano, è la prima volta che viene usato questo termine. Potresti anche aver ragione, non so. Io non mi sono mai sentito un cantautore, almeno nel senso comune del termine, ma piuttosto un musicista Blues/Soul che scrive i suoi pezzi, ma forse, ripeto, hai ragione. In ogni modo, il discorso è sempre incentrato sui due lati del mio suonare, il Blues ed il Soul/Pop. Se riascolto quel che ho registrato, vedo che questa cosa emerge sin da “Born To Get Down”, il secondo lavoro dei Model T: lì c' è una canzone, “Come On Please”, che si distacca già dal Blues, almeno da quello più tradizionale dell' altro mio pezzo in quel disco, “King Of Your Love”. E poi, arrivando alla Blues Gang, le due vie si sono sempre intrecciate, già nel primo “I Don't Want 2 Lose” le ballad si alternavano agli shuffle, al Rhythm'n'Blues o al Rock'n'Roll. La cosa poi divenne evidente in “Searchin For Gold”, cui la produzione di Ernesto De Pascale diede un' impronta decisamente orientata verso il Pop, e non solo nei tre brani che abbiamo scritto insieme (“I Can't Stand The Pain”, “Bad Neighbourhoods”, “Searchin for Gold”), ma anche negli arrangiamenti degli altri pezzi. Quindi nei brani delle Pop Life Studio Sessions credo di aver proseguito su questa linea: in dieci anni ho anche approfondito le idee che Ernesto mi ha lasciato, e questo è evidente nel volume 2. Ho voluto usare suoni e strumenti diversi, inserire colori (“The Call”, oppure “Baby I Need Your Love”). Ho usato chitarre resofoniche, baritone, lap steel guitars, per rifinire, definire percorsi, in questo senso il sottotitolo del volume 2 è “Gettin' That Lap Steel Out”... 

In una scena blues italiana in cui tutti si lanciano nelle ennesime versioni degli standard del genere, tu rappresenti un po' un anomalia visto che sei un cantautore, come vivi questa cosa?
Bene, direi...! Scherzi a parte, è per me fondamentale una cosa, e cioè che se fai dei dischi devi metterci il tuo materiale, a meno che non si tratti di un progetto mirato. Questo senza nessun pregiudizio nei confronti di chi pubblica lavori esclusivamente di o con molti standard... è una ambivalenza che sta in tutte le musiche popolari in fondo, no? I musicisti nascono e si formano ascoltando il repertorio che è suonato dagli altri musicisti e che è amato dal pubblico. Ed il singolo musicista è apprezzato da critica, pubblico (e qualche volta anche dai colleghi...!) per le sue conoscenze stilistiche in questo o quel campo. Nel Blues, ad esempio, si dice “ah, come suona lui Muddy Waters non se ne trovano!”, o cose simili. Perfetto: questo è anche quello che un musicista di Blues deve saper fare, queste sono le cose che senti e che sente il tuo pubblico. Ma se vuoi essere un musicista completo devi anche (e soprattutto in musiche in cui il grado di interpretazione personale e di improvvisazione è alto, come nel Blues) avere il tuo stile e la tua musica. Allora, se anche dal vivo puoi o devi suonare più standard, al contrario su disco devi dire qualcosa di nuovo o comunque di personale, dato che fare qualcosa di veramente nuovo è assai complicato... E quindi canzoni, direi, ma anche un concetto di fondo che è quello di suonare dei ritmi su cui raccontare delle storie. E le storie te le devi inventare, o perché le hai vissute o perché riesci a coglierle intorno a te e a metterle in musica. E' sempre stato così, no? 

Il primo disco è marcatamente blues e rimanda dritto alla tua produzione precedente, e in questo senso non è stata casuale la scelta di inciderlo dal vivo in studio? 
Assolutamente sì. La mia famiglia di musicisti (suoniamo tutti insieme da una vita!) è cresciuta ascoltando i brani prodotti dagli anni '20 in poi, e li ascoltavamo su vinile o su cassetta...sistemi quindi assai lontani dalla moderna pulizia di riproduzione, che sarà tanto bella, sì, ma è anche tanto innaturale, a volte...! Negli anni '70, poi, se ci pensi le produzioni Blues erano molto povere e spartane. Mi vengono in mente i dischi MGM, o anche negli anni '80 quelli JSP o Red Lightnin'. Riprese in studio ma dal vivo, che senza badare a rientri o a suoni non pulitissimi volevano catturare il suono della band, quello che poi era il suono di palco di quei musicisti. Il Volume 1 è forse il disco eminentemente Blues che avevo in mente da diverso tempo. 

Tra i brani più belli ed intensi c'è “The Five Lands Flood”, ispirata dall'alluvione nelle Cinque Terre... 
E’ un pezzo scritto a caldo, il giorno dopo l' alluvione. Mio suocero è di Monterosso, e quel paese con gli anni mi è entrato in qualche modo nel sangue. In quei momenti, mentre ancora non sapevamo se stava bene, se la casa era in salvo o no, e le linee telefoniche erano interrotte, mi è venuto in mente il verso di “Texas Flood” (“and all the telephone lines they' re down”...). Così, partendo da una citazione d' obbligo, ho sviluppato il pezzo, che ho preparato per il concerto benefit al Jux Tap di Sarzana del 17 novembre, neanche un mese dopo l' alluvione. Quattro giorni dopo l' ho registrato: al momento del mixaggio ho poi voluto aggiungere all' inizio il suono delle campane di Monterosso che suonavano ininterrotte durante l' alluvione, estratto da un filmato in rete. Slide, armonica e piano si intrecciano in tutto il pezzo, uno dei miei sound preferiti. Andrea Scagliarini e Valentina Comi sono preziosi in questo contesto. 

Altro brano di pregio è “Soldier Of Love”, uno shuffle beat eccezionale, come nasce questo brano? 
Soldier Of Love conclude quella che io chiamo la “trilogia dell' amore”. Nel 1989, “King Of Your Love”, nel 2003 “Tired Of Your Love”, ed ora “Soldier of Love”, tre pezzi, tre shuffle. Brani simili ma di argomento diverso, o meglio trattato in modi diversi. “King Of Your Love” parlava di un uomo che dichiarava di voler fare qualsiasi cosa per la sua amata, purché lei accondiscendesse, dato che, se lei era la Regina del suo cuore, lui era il Re del suo amore... Lo scenario di “Tired Of Your Love” è invece diverso, la storia è quella di un amore finito, arrivato al capolinea. “Soldier Of Love” riprende il tema caro al Blues della spacconeria del maschio, delle dichiarazioni di capacità amatorie oltre ogni limite. La batteria di Massimo Bertagna ed il basso di Massimo Pavin sono il sostegno necessario ed inevitabile per questo tipo di brani. 

Passando al secondo disco, invece le sonorità mescolano Pop, Soul e Blues... 
Esatto. Come ti dicevo prima, la separazione è stata quasi inevitabile, le caratteristiche audio dei pezzi creavano due capitoli che necessariamente dovevano essere divisi. In questo caso abbiamo lavorato in modo diverso: non tutti insieme e live, con la sola sovraincisione delle voci e di alcune tracce del piano, ma separati, quindi sezione ritmica prima ed il resto a seguire. Niente piano, al limite le tastiere in un paio di canzoni, e soprattutto chitarre, di diverso tipo e caratteristiche timbriche. Quindi chitarre a sei o dodici corde, resofoniche, baritone, lap steel, acustiche o elettriche. E anche qualche percussione, qua e là. 

Anche questo disco recupera alcuni tuoi brani scritti nel passato, come mai li hai ripescati proprio adesso dal cassetto? 
Ho iniziato a scrivere molto presto, ho ritrovato scampoli di testi in agende del liceo o dell' università. C' era anche qualcosa di completo, ma inevitabilmente datato o venato da ingenuità. Al contrario, in epoca Model T le cose erano cambiate, e diverse canzoni già complete erano rimaste su carta. Così ho pensato di inserirne alcune nelle registrazioni al Pop Life Studio...sono cinque canzoni, spartite tra i due volumi. Se vai a vedere, in tre pezzi su cinque abbiamo presenti quattro quinti della Model T Boogie. L' unico che manca è Nick Becattini, ma in quei giorni nasceva il suo figliolo e non si è potuto averlo con noi, ovvio. Pazienza, Nick è presente in un altro brano, Deep Into Your Eyes... e prima o dopo riusciremo a far qualcosa tutti e cinque insieme...!!! Alcuni pezzi sono esattamente come erano stati scritti, altri invece, come Baby I Need Your Love ad esempio, sono stati decisamente riarrangiati. 

Tra i vertici del disco c'è senza dubbio DDA Fridge, ispirato a Phil Guy, come nasce questo brano? 
Negli anni, insieme o individualmente, abbiamo lavorato con molti musicisti di Chicago. Phil Guy è stato quello con cui abbiamo suonato di più, e con cui si è stabilito un rapporto di amicizia profonda oltre che di lavoro. A lui è dedicato tutto il volume 1, ma certo la sua presenza traspare anche dal secondo dei due cd, in cui ho inserito uno dei pezzi più belli a mio avviso della sua produzione recente, e cioè “Is It Him Or Me”, una ballata Soul assolutamente unica che Phil aveva inserito nel suo penultimo album “Say Whay You Mean”. Esempio di suoni apparentemente estranei al Blues che come ti dicevo prima Phil usava nella sua musica. E Phil era sì un Bluesman, ma era anche figlio musicale degli anni'70 e quindi del Funk. Aveva un suo modo di suonare il Funk che partiva da James Brown e Junior Wells e arrivava ad un qualcosa di unico in cui rimescolava ingredienti che arrivavano da Johnnie Taylor o dagli Earth Wind & Fire. Così, partendo da lì, un giorno si parlava e gli ho detto ehi, guarda quanta gente cerca nei rifiuti, sempre di più. E lui ha detto, giusto, bisognerebbe scriverci una canzone. “DDA Fridge” è questo, ma anche le notti in cui tornando a casa a Chicago Phil mi diceva d' improvviso “...Disco Lady...!”. Voleva dire che c' era la macchina della polizia appostata, nel buio, in attesa di qualche automobilista in vena di eccessi di velocità o cose simili. Magari subito non la vedevi, ma se guardavi bene la trovavi. Perchè Disco Lady? Perchè se ti pigliava accendeva di colpo luci e sirene, come in una discoteca! 

La vera perla del disco è però “Bring Back Your Love”, una soul ballad intensissima, ce ne puoi parlare? 
La soul ballad è un genere che mi affascina. Tyrone Davis, Mack Rice, sono interpreti o autori che da sempre stanno nelle mie scalette. Così ho cercato di scrivere diverse cose in questo stile, e “Bring Back Your Love” è uno di questi pezzi. Ricordi “If I Could Turn Back The Hands Of Time”? Ecco, è quel modo di raccontare una storia d' amore che finisce e che si lascia dietro gli inevitabili strascichi. Storie che si vedono, sentono, leggono, che si sono vissute. Storie che vanno a mio avviso raccontate. Ho usato anche la chitarra baritono, per avere un suono più malinconico. E poi, non so come, in studio è arrivata l' idea del finale, con il cambio di tempo da soul ballad a shuffle. Forse è venuta a Bertagna, o forse a me, non ricordo...E' uno dei pezzi su cui abbiamo lavorato di più. Certe rifiniture sono arrivate a mixaggio praticamente concluso...! 

Il secondo disco si conclude con una bonus track, “Deep Into Your Eyes”, dedicata al tuo grande amico Ernesto De Pascale... 
Sì, è l' unica traccia non registrata al Pop Life Studio, e con una formazione diversa. L' ho scritta tornando dai funerali di Ernesto, a Firenze. Una giornata che anche tu ricordi, è proprio il giorno in cui ci siamo conosciuti. Al termine della funzione siamo rimasti a parlare a lungo con gli altri musicisti che Ernesto aveva voluto nella Blues Gang per “Searchin’ For Gold” e nel periodo successivo, Francesco Bocciardi, Daniele Nesi, Mario Marmugi. C' era anche il tecnico che aveva registrato quel disco, Stefano Lugli. Poco dopo, andando verso la stazione a piedi, da solo, avevo ancora tutto quanto in testa, e mi ritrovai in piazza Duomo a guardare il Battistero e la chiesa. Così, mi vennero in mente le prime parole, I' m lookin' at the Dome, in your proud and ancient town. Il testo lo definii nel viaggio di ritorno, in treno, e poi nell' agosto del 2011 riunii quella formazione per registrare il pezzo. Daniele Nesi trovò lo studio, il VaLore Studio di Pistoia, ed io pensai che mi avrebbe fatto piacere avere con noi altri due miei vecchi compagni d' avventura, e cioè Nick Becattini e Sergio Montaleni, e poi Giulia Nuti, che proprio Ernesto mi aveva fatto conoscere e che così tanto ha fatto e fa per mantenere alto il suo ricordo e per continuare il suo lavoro. Completata la formazione, l' arrangiamento fu definito in studio come sempre, Sergio ha fatto molto in questo senso, e poi c' è il duetto finale con Nick, una cosa che spesso abbiamo fatto dal vivo ma mai, finora, in studio. Formazione diversa, sì, ma anche questa è la Blues Gang, quindi...! Il brano fu poi reso pubblico, attraverso Blogfoolk, nel primo anniversario della scomparsa di Ernesto. Metterlo ora in coda al volume 2 delle Pop Life Studio Sessions, che è tutto dedicato ad Ernesto, mi è parsa la logica conclusione. 

Dario Lombardo & The Blues Gang – The Pop Life Studio Session Vol.1 & Vol.2 (Cluster) 
Bluesman militante, eccellente chitarrista e cantautore Dario Lombardo è uno di quei musicisti che il blues lo ha vissuto e lo vive nel profondo, e di questo se ne era accorto in tempi non sospetti il grande Ernesto De Pascale. Come ci racconta nell’intervista, il seguito dell’apprezzato Searchin’ For Gold del 2003 ha avuto una gestazione lunga durata due anni, e ha fruttato ben due dischi, o meglio i due volumi di The Pop Life Studio Session, un progetto discografico che supera le barriere e le convenzioni contemporanee, ribaltando il concetto di disco in quanto tale. Non sono più, dunque, le canzoni a doversi piegare alla durata massima di un disco, ma è quest’ultimo che deve sdoppiarsi per lasciar emergere due anime e due approcci differenti, due rami dello stesso albero, ovvero quello del blues. Il primo volume, il cui sottotitolo “Live Jam Recordings (That' s The Way We Like It...) è il disco che ci si aspettava da Dario Lombardo, un album blues, solido, ben suonato e soprattutto registrato dal vivo per ricreare il sound dei vecchi lp con. Dividendosi tra chitarra, lap steel e dobro, Dario Lombardo guida magistralmente la sua Blues Gang, nella quale spiccano i membri storici Andrea Scagliarini (armonica), Marco Rafanelli (chitarra ritmica), Massimo Pavin (basso), Massimo Bertagna (batteria) e qualche ospite come Valentina Comi (piano), Giancarlo Crea (armonica), Marco Vintani (chitarra ritmica). Durante l’ascolto scopriamo così otto brani autografi e una bella versione di “Last Of The Blues Singers” di Phil Guy, che nel loro insieme fotografano molto bene lo stato dell’arte del blues di Lombardo e dei suoi Blues Gang. Si spazia dallo strumentale “West Coast Blues” che apre il disco, a composizioni di grande qualità cantautorale come “Five Lands Flood”, scritta nei giorni dell’alluvione nelle Cinque Terre, fino a toccare trascinanti brani che mescolano rock e blues come “He’s Gone”, “Don't Be Tired Of The Blues” e quel gioiello che è “Soldier Of Love”, uno shuffle beat di pregevole fattutura. 
Il secondo volume, invece, presenta un sound più moderno, più pop oriented, rimandando a quella peculiare concezione del blues che Ernesto De Pascale aveva impresso con la sua produzione nel disco precedente. Un blues che guarda al soul, al rock e perché no al pop, a sonorità più immediate e dirette come dimostrano brani come “Babe I Need Your Love”, o la soul ballad “Bring Back Your Love” o ancora la solare “One Thing On The Bed”. Non mancano spaccati funky come nel caso di “DDA Fridge”, belle riletture come “Is It Him Or Me” di Bruce Feiner e “K.C.” un esperimento in chiave acid/lounge che non mancherà di sorprendere gli ascoltatori. Discorso a parte lo merita invece la bonus track, “Deep Into Your Eyes”, dedicata ad Ernesto De Pascale, e presentata in anteprima sul nostro sito un anno fa. Si tratta di una ballata intensa, toccante, un tributo sentito e a cuore aperto ad un amico, in cui spiccano le partecipazioni di Giulia Nuti, Nick Becattini e Sergio Montaleni. “The Pop Life Studio” segna dunque un importante momento della carriera artistica di Dario Lombardo, non solo per la maturità raggiunta nella scrittura e negli arrangiamenti, ora sempre più originali e personali, ma anche perché questo progetto chiude un cerchio vedendo riuniti ancora una volta gli storici Model T., gruppo che ha fatto la storia del blues in Italia. 


Salvatore Esposito