Rokia Traoré - Beautiful Africa (Tama/Ponderosa)

Nell’ultimo periodo – diciamo in epoca post-Tinariwen – si sono moltiplicate le produzioni di artisti africani da parte di “pezzi grossi” del circuito rock internazionale. Gli ultimi ad aggiungersi alla lista sono Howard Bilerman (Arcade Fire, Godspeed You! Black Emperor) per Jama Ko di Bassekou Kouyate, Dan Auerbach (chitarrista dei Black Keys) per Bombino e John Parish per questo Beautiful Africa di Rokia Traoré. Se questo tipo di produzioni non sono certo una novità, non si può non registrare un’attenzione crescente del circuito indie internazionale per gli artisti africani: il paradosso è che ormai è più facile incontrare i big del circuito world nei grandi festival pop, che non nelle rassegne di world music minate dalle crisi. Non fa eccezione la Traoré, esaltata dalla bibbie indie Pitchfork e invitata alla prossima edizione di festival come Glastonbury e Roskilde. L’esempio del lavoro di Parish – che deve il suo nome soprattutto alle produzioni per PJ Harvey e Sparklehorse, ma che ha lungamente lavorato anche in Italia con Afterhours, Nada, Cesare Basile… – con la Traoré è esemplare di questo nuovo tipo di world music, e dei suoi nuovi cliché. La voce della Traoré, con il suo inconfondibile vibrato, canta di donne africane, della nostalgia di casa, del suo Mali, di amore. Il produttore di Bristol ci mette del suo, senza snaturare il sound della cantante (che, peraltro, aveva “scoperto” la chitarra elettrica ben prima di Parish) ma anzi facendo dialogare, innanzitutto, strumenti e strumentisti. Beautiful Africa, è tutto costruito sull’incrocio di arpeggi e riff di chitarra e di ngoni, spesso divisi anche nel panorama stereo. La chitarra, in molti brani, è quella dell’italiano Stefano Pilia, già con i Massimo Volume, che si conferma musicista di grande inventiva. Il risultato finale è di grande qualità, anche indipendentemente dal valore “etnico” della lingua bambara o da una qualche forma di alterità culturale (vedi alla voce esotismo) insita in questo tipo di songwriting. In effetti, il modo di recepire questo tipo di prodotto sembra ribaltarsi: non più tanto edulcorare all’orecchio occidentale un altro esotico, ma piuttosto rivivificare dei generi e dei suoni elettrici che, negli ultimi anni, non hanno più di tanto saputo spingersi in territori nuovi. Basta ascoltare il brano conclusivo di Beautiful Africa, la splendida “Sarama”, accorato ritratto delle donne maliane su un lento arpeggio di chitarra riverberata: c’è il rischio che questo genere di collaborazioni finiscano per fare molto meglio ai produttori – e per indotto, al “rock” – che non alla musica africana. Avendo chiare le coordinate di ciò che si sta ascoltando, non è proprio detto che sia un male. 


Jacopo Tomatis