Erik Marchand – Ukronia (Innacor)

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Inizialmente la parabola intellettuale ed artistica di Erik Marchand (1955), nato a Parigi da una famiglia di origine bretone di Quelneuc (Alta Bretagna), si è inscritta evidentemente all’interno di quella “queste” identitaria di chi, in una fase cruciale del revival etnico bretone, decide di ritornare nel proprio mondo culturale di ascendenza. Negli anni, Erik si è imposto prima come limpido studioso e cantore della tradizione popolare bretone e suonatore di treujenn gaol, il clarinetto tradizionale (penso, anzitutto, al suo lavoro nei Gwerz), per poi aprirsi alla compenetrazione tra culture musicali, anche apparentemente distanti, ma accomunate dall’humus popolare e soprattutto dalla struttura modale. Impossibile citare tutte le sue collaborazioni: da Quintet Clarinettes al trio con Thierry Robin e Hameed Khan, dal sodalizio con il chitarrista Jacques Pellen all’esperienza con Paolo Fresu, dai Taraf de Caransebes al progetto Kan, incontro tra polivocalità albanese e canto a tenore sardo, monodia galiziana e canto maliano. Non semplici défilé di culture o commistioni raffazzonate e forzate all’insegna della world music, ma esplorazioni empatiche al fine di costruire ponti tra espressioni canore e musicali. Dieci anni fa ha fatto nascere la Kreiz Breizh Akademi, accademia bretone di musica popolare, dedita alla pratica della musica modale. Sulla scorta della nascita di questa aggregazione di ricerca, va inquadrato il nuovo lavoro discografico, presentato come concerto al Festival d’Île de France 2012 (“La leggenda perduta”), ma più significativamente denominato “Ukronìa” (concetto al quale si è ispirato anche un altro gigante della tradizione bretone come Yãnn-Fanch Kemener nei suoi più recenti dischi). 
Com’è noto, l’espressione ucronìa, assimilabile all’idea di storia alternativa, si traduce nella presentazione di un corso alternativo della storia: cosa sarebbe potuto accadere se un dato avvenimento storico fosse andato diversamente. Ukronia è “una domanda sulla storia della musica”, scrive Marchand nelle note del CD. Difatti, l’assunto da cui muove Erik è la cesura che si è prodotta nella musica euro-occidentale colta che, diversamente dalle musiche di tradizione orale, ha avuto uno sviluppo armonico a scapito della componente modale. Parallelamente, tuttavia, nelle musiche di tradizione popolare la modalità si è conservata; la musica monodica dell’Alta Bretagna (il Pays Gallo) conserva il colore modale, soprattutto nell’uso di scale non temperate, confrontabili con quelle delle musiche orientali o della musica antica. Da qui la volontà dell’artista bretone di interagire con musicisti esperti di musica rinascimentale, esplorando gli intervalli micro-tonali. E qui per l’appunto siamo riportati agli interessi e alle collaborazioni di Marchand con artisti di tradizione orale dell’Est e del mondo arabo e mediorientale. Rinunciando alla costruzione armonica, Marchand sceglie di lavorare soprattutto con strumenti muniti di corde che vibrano per simpatia, dando pertanto priorità alle timbriche e agli armonici prodotti dalle corde di risonanza. Cosicché nel nuovo disco realizzato dall’etichetta Innacor – il fertile atelier musicale di Langonnet, Bretagna centrale – accanto a Marchand troviamo valenti musicisti e studiosi dell’Académie de recherche sur l’interprétation ancienne: Philippe Le Corf al violone, strumento dalla tessitura grave, che si può definire come un antenato del contrabbasso, Philippe Foulon alla lira-viola, strumento rinascimentale con un’ampia letteratura musicale nelle isole britanniche, la cui taglia richiama il violoncello. Altro strumento di musica antica è il cornetto a bocchino, il cui timbro combina agilità e morbidezza di suono, a metà strada tra un oboe un flauto, affidato a Benjamin Bedouin. A completare l’ensemble c’è all’ûd Florian Baron, cognome noto agli amanti della tradizione popolare bretone, essendo il figlio di Jean Baron, grande suonatore di bombarda. Infine, alle percussioni (zarb, daf e davul) è Pierre Rigopoulos, che apprendiamo dalle cronache del web, aver sostituito il virtuoso Keyvan Chemirani, di cui è stato allievo, che inizialmente doveva essere della partita. La creatività induce Erik a concepire una musica colta occidentale scevra dalle influenze armoniche che incontra la tradizione popolare gallo. Marchand sceglie un repertorio di lamenti, canzoni e danze, raccolti sul campo da lui stesso e da altri ricercatori nel corso della seconda metà del XX secolo, e alcune composizioni colte, eseguiti con un’orchestrazione che richiama pratiche a cavallo tra rinascimento e barocco. 
L’album esordisce con un tema classico, "Là bas dans la prairie”, canto su ritmo di marcia, dall’andamento leggero e fluido, imperniato sulla voce magnetica di Marchand. Con "C'est la fille d'un riche marchand-baisons nous belle” l’ensemble accoppia una canzone ad una gagliarda ravvivata dalle impennate del cornetto. È poi la volta di un magnifico complainte (lamento), “La belle qui cherche son aimant la gaillar”, strutturato su timbri gravi (l’attacco del violone) che restituiscono il senso di austerità del canto, mentre il cornetto procede con delicatezza, mostrando la sua qualità cantabile e alternandosi alla voce di Marchand; il finale sfocia ancora in una danza. Definito come standard rinascimentale, "Il est de bonne heure né” utilizza un testo che è un pastiche ritrovato successivamente in una commedia seicentesca. Qui l’intarsio di corde primeggia, creando atmosfere davvero suggestive con l’incontro tra il timbro caldo del liuto arabo e gli armonici prodotti dagli strumenti antichi. Ricami improvvisativi di ûd in “Hier j'ai fait-un rêve”, composizione di colore mediorientale, cui seguono tre temi tratti da lamenti tradizionali (“Nous allons-t-à la promenade”) che consentono ricercate esplorazioni melodiche all’ensemble. Tra i vertici dell’album è “Mon père aussi ma mère riche marchand”, dove il cantore utilizza lo stile ispirato ai gwerz della bassa Bretagna, rafforzando il carattere della composizione, mentre la parte strumentale si sviluppa su una misura ritmica a quattro tempi che interagisce con una linea melodica a cinque. Solo di lira-viola per “The Punckes Delight”, brano del 1610 composto da un esponente di rango della musica inglese, William Corkine: è un brano il cui movimento ritmico non è diverso dall’andamento della strathspey, danza scozzese. Dal rinascimento francese arrivano “Las il convient”, che presenta dei passaggi di solo ûd e una lunga esposizione solistica del cornetto, e “Une jeune fillette”, mentre si ritorna alla tradizione bretone con “C'est une jeune fille que l'on mène en prison” a tempo di hanter dro. Si resta rapiti ancora dai successivi due lamenti: “Ma maïtresse est bien loin d'ici” e “Pierre, mon aimant Pierre”. In contrasto con i precedenti, arriva un canto su ritmo di marcia (“C'est à Paris, La Rochelle”), seguito dalla conclusiva danza ridée (“C'est à Paris su'l petit pont”), figurazione temporale veloce che non riduce l’eleganza del fraseggio dell’ensemble. Con Ukronia, ancora una volta, si colgono la solidità artistica e la qualità interpretativa di Erik Marchand, qui in sintonia con un quintetto di notevoli musicisti che ci conducono consapevolmente, gradevolmente e, perché no, verosimilmente in un’affascinante fantastoria musicale. 


Ciro De Rosa